«Il Vate figura straordinaria e inimitabile»

Storici di diversa estrazione a confronto al convegno di Trieste, organizzato dalla Lega Nazionale e dal Comune, per cercare di dare la giusta collocazione all’Impresa dannunziana

Personalità di primo piano del mondo scientifico e culturale sono intervenute al convegno di Trieste

Se si facesse a meno delle polemiche e si vivesse la logica intrinseca di una vicenda nella sua espressione unica, a volte poetica, a volte politica, senz’altro di grande azzardo, estrinsecazione di una realtà di cambiamenti epocali, della dissoluzione di quattro imperi, attraverso lo slancio di un visionario, se si facesse tutto ciò, Gabriele d’Annunzio apparirebbe nella sua vera dimensione, finalmente collocato in un momento di storia che è già stato letto e che oggi va rivisto con un filtro perlomeno scientifico. È
quanto hanno cercato di proporre la Lega Nazionale di Trieste, con il suo presidente Paolo Sardos Albertini e il Comune rappresentato dall’assessore Angela Brandi, che hanno organizzato nel capoluogo giuliano un convegno di estrema eleganza per rispondere alla domanda: perché è così presente ancor oggi la figura di Gabriele d’Annunzio di fronte a tanti personaggi del passato sprofondati nell’oblìo?
Una prima risposta viene dallo stesso Sardos Albertini, espressa anche alla cerimonia del 12 settembre a Ronchi dei Legionari: per tre sfumature di amore, per i fiumani e dalmati, per la giustizia e per la verità che qualificarono il suo gesto. Manca nell’Impresa di Fiume qualunque componente di aggressività e violenza.
Moderno e innovatore
Anche per Angela Brandi è necessario, in questo centenario, “dare una giusta collocazione storica all’Impresa di Fiume: qualcuno la considera anticipatrice del fascismo, altri azzardano che lo fu del ’68. Molti hanno tentato di far dimenticare il Vate senza riuscirci perché è un protagonista assoluto del suo tempo. Moderno, innovatore, d’attualità anche oggi”. Forse per questo – ha continuato – la statua tanto osteggiata è subito diventata “luogo di pellegrinaggio, una sosta obbligata per chiunque passi da P.zza della Borsa”. A Trieste, ricorda ancora la Brandi, sul Colle di San Giusto il poeta ritirò la medaglia d’oro dalle mani del Duca d’Aosta.
Sono seguiti gli interventi dei relatori nell’auditorium del Palazzo degli Incanti che ospita, nello spazio delle esposizioni la mostra a cura di Giordano Bruno Guerri, “Disobbedisco” con i cimeli custoditi al Vittoriale degli Italiani. Moderatore del convegno il prof. Anton Giulio de’ Robertis dell’Università di Bari. Che cosa portò D’Annunzio a Fiume se non una concatenazione di eventi base, partendo dalla pace di Brest Litovsk, ha spiegato nella sua introduzione. Un processo che diede il via al concetto dell’autodeterminazione dei popoli e quindi alla nascita del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni che sarà pagato duramente dall’Impero austroungarico di fronte alla pretesa che fossero lasciate a loro le terre in cui c’erano minoranze slave.
Ma Fiume è un fiore in una foresta di spine. Ha sempre combattuto per la propria autonomia, riuscendo a diventare Corpus Separatum per il rapporto che è riuscita a stabilire con l’Ungheria. Questo anelito all’autonomia la porterà a soffrire la fame, con d’Annunzio, piuttosto che rinunciare a essere padrona di sé stessa.
L’ottica croata
Ma gli slavi come vedevano questa realtà? Per Tea Perinčić del Museo Marittimo e Storico del Litorale Croato, l’italianità di Fiume è una scelta di campo, per cui non esiste una purezza genealogica nel dichiararsi tale, chiunque può diventarlo per scelta culturale o per opportunità politica visto che l’italianità – secondo lei – è prerogativa della classe al potere.
Forse erano in molti a pensarla così, ovvero che Fiume non fosse una città italiana nel senso classico se non fu ammessa al Patto di Londra dove venne seguito il principio della nazionalità nella formazione degli Stati e la chiusura delle porte di casa, nella creazione della frontiera strategica. Sonnino, spiega il prof. Luca Micheletta, immagina di disegnare il confine d’Italia sulla cresta del Monte Nevoso passando a occidente di Fiume o a est della stessa. I militari consigliano il passaggio da Volosca lasciando fuori Fiume, ma per la quale si chiedono elementi di salvaguardia dell’italianità, della lingua, della scuola, ma poi ci ripensano temendo che gli slavi facciano lo stesso. Non si sa cosa succederà dopo la guerra e quindi si lascia la questione aperta.
Dopo l’armistizio gli italiani occupano i territori entro la linea del Patto di Londra. Ma due settimane dopo, il 30 ottobre 1918 la città chiede l’annessione alla madrepatria. 17 novembre, due formazioni serbe marciano su Fiume; l’Italia manda l’esercito che si fa accompagnare da un piccolo contingente americano per dare al tutto un significato internazionale; arrivano anche francesi ed inglesi. La tensione sarà forte tanto da provocare incidenti tra le truppe dei volontari italiani e i francesi con nove morti. Viene formata una Commissione alleata per analizzare gli incidenti. Alla fine si risolve il tutto allontanando le truppe italiane, ed ecco la reazione del Vate.
L’ordine di evacuazione dei soldati italiani da Fiume giunge il 9 settembre. Qualche giorno dopo sarebbe dovuto arrivare un contingente britannico, ma il Vate lo precedette. Possibile che il governo italiano ne fosse all’oscuro; alcune note emerse dai documenti del tempo, fanno presumere che così non fosse. Quella del Vate fu una rivoluzione? Così come voleva il partito socialista all’epoca?
Una forte instabilità
Ci saranno sette cambi di governo tra il ‘17 e il ’22 – spiega il prof. Giuseppe Parlato – con una forte instabilità che con la crisi sociale e quella economica costituiscono un mix esplosivo. La proporzionale è un ponte verso i riformisti. I socialisti esprimono 119 deputati, i popolari 100. Poteva nascere un governo di sinistra, ma non ci provano neanche. Le cause del fascismo sono in quest’impasse che emergerà non per la propria forza, ma per la debolezza degli altri, per la decomposizione della classe politica. Il partito popolare nasce in quest’ottica.
Mussolini cerca casa, si fa la sua cuccia nei fasci di combattimento, che sono pochi e non hanno soldi, non hanno un programma, quello di San Sepolcro verrà dopo. Lui vuole rientrare nel partito socialista, non ha le idee chiare. Si chiarisce con l’impresa di Fiume. Si dice che d’Annunzio fosse fascista, no, era Mussolini che era dannunziano. Anche Nitti cadde travolto dall’Impresa fiumana.
Il letterato
E poi c’è il D’Annunzio poeta, scrittore, meglio definirlo letterato, delineato nell’intervento “lirico” del prof. Antonio Azzano. Il poeta, che occupa incruentemente Fiume, ha 56 anni. Fine orafo della parola, di esasperata sensibilità pubblicitaria, quasi propagandistica. Nel 1880 a Prato, fa pubblicare il suo necrologio. Una fake news. Il libro di poesie al quale faceva cenno nello scritto, andò a ruba.
Le sue conquiste furono tante, mai banali, cantate con grande slancio, ogni donna nelle parole del Vate si sentiva al centro dell’universo. A molte di loro sono dedicate analisi e riflessioni, sempre sovrapposte alla sua poesia. Per sopravvivere faceva il giornalista ritraendo i gusti della società del momento, attirandosi l’ammirazione del pubblico.
Un percorso non certo comune per una “figura straordinaria, inimitabile”, come la definisce Stefano Pilotto, docente che è stato l’anima del convegno, al quale Lega Nazionale e Comune si sono rivolti per gli aspetti scientifici. “Non è facile capire i poeti”, avverte, “innanzitutto è indispensabile conoscere bene la lingua italiana per comprenderne le opere, in mezzo c’è la politica”. Una chiara risposta a chi si limita a guardare la propria ombra e a non rivolgere gli occhi altrove. L’Europa di quegli anni viveva un completo stravolgimento, uno scacchiere in movimento che solo la Seconda guerra mondiale avrebbe definito e che la guerra fredda avrebbe bloccato per tanto tempo fino ad arrivare alla nascita dell’Unione europea. In tutto ciò D’Annunzio fu un personaggio di primo piano, piaccia o no.

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