Ci sono edifici che, più di altri, raccontano la storia di una città. Non per la monumentalità delle loro facciate, ma per la stratificazione di funzioni, tipi di pubblico e destini che hanno attraversato. È il caso del Cinema-Teatro Salone Margherita – già Olimpo, poi Urania e infine Armonia – nato agli inizi del Novecento, in quella che all’epoca era considerata la nuova periferia occidentale di Fiume e divenuto, nel giro di pochi decenni, uno specchio fedele delle trasformazioni urbane, sociali e culturali della città. La sua vicenda è indissolubilmente legata alla Casa Grini – si legge nella monografia “Riječka kazališta” (“I teatro fiumani”), della ricercatrice fiumana NanaPalinić –, edificio costruito tra il 1886 e il 1887 su progetto dell’architetto fiumano Giovanni Randić per la richiesta di Maria Grini, proprietaria del palazzo. Quest’ultima, sposata Grini, non era nuova all’attività edilizia: tra il 1876 e il 1886, in appena un decennio, aveva edificato e adattato, infatti, diversi fabbricati a uso produttivo e abitativo sul proprio lotto, situato lungo il muro nord-orientale dell’allora Fabbrica tabacchi (uno dei complessi facenti parte dell’odierno complesso Benčić).
Un salto di qualità
Con la Casa Grini, tuttavia, si compie un salto di qualità. Il palazzo urbano storicista, dalle facciate rappresentative e costruito in conformità con le strade di nuova regolamentazione, interrompe definitivamente il modo di edificare tipico della periferia fino ad allora. Non più edifici funzionali e sparsi, ma un tessuto urbano pianificato, coerente e moderno. L’assetto della nuova zona cittadina – ancora in fase di progettazione quando l’edificio fu realizzato – prese forma nel corso del decennio successivo. Secondo il piano urbanistico dell’architetto Giacomo Zammattio, nelle immediate vicinanze sorse il Mercato di Brajda, circondato da un complesso di palazzi residenziali rappresentativi a più piani, con locali commerciali al piano terra. La vicinanza del porto e della Stazione ferroviaria, insieme alla presenza di alberghi come l’Hotel de la Ville, l’Hungaria e il Deak – cui si aggiunsero in seguito il Bristol e l’Imperial – garantiva un flusso continuo di viaggiatori, commercianti e residenti. Un bacino ideale per le nuove forme di intrattenimento che stavano conquistando l’Europa: i cinematografi.
Fino al 1907 le proiezioni a Fiume – itineranti, semipermanenti o stabili – erano concentrate esclusivamente nel centro cittadino. Dopo l’apertura di tre sale stabili nel cuore della città, ovvero il Salone Edison, l’Elektra e il Progresso, l’espansione verso ovest segnò una svolta. In questo nuovo quartiere furono inaugurati due cinematografi: l’Olimpo e il Parigi. Il quarto cinematografo stabile della città, appunto l’Olimpo, aprì domenica 19 maggio 1907, appena due settimane dopo l’inaugurazione del Progresso. Si trovava nella Casa Grini, in via Germania n. 11 (oggi via Manzoni 7). Il proprietario era Giuseppe Parchi, mentre l’operatore era Giovanni Crast. Le proiezioni erano accompagnate al pianoforte da un noto pianista, secondo la prassi del cinema muto, quando la musica dal vivo costituiva parte integrante dell’esperienza. Dell’allestimento interno non si è conservata alcuna documentazione progettuale. Tuttavia, dalle planimetrie del pianoterra si può ricostruire l’assetto dello spazio: una sala di proiezione larga 4,8 metri e lunga 20, preceduta da un foyer di 7,7 x 5,4 metri. La capienza era di circa 120 posti a sedere. Accanto alla sala correva un corridoio d’accesso che, con ogni probabilità, conduceva alla cabina di proiezione; per l’uscita si presume ci fosse una porta verso il cortile sul lato sud. La sala era dotata di ventilatori elettrici, elemento di comfort non trascurabile per l’epoca, e disponeva di apparecchi di “massima perfezione”, di sistema inglese, prodotti dalla rinomata casa parigina Pathé Frères.
Nuova identità
Nell’estate del 1910, il cinema cambiò proprietario, fu rinnovato e il 3 marzo del 1911 assunse una nuova denominazione: Cinema-Teatro Salone Margherita. Il cambio di nome segnalava già una trasformazione di ambizione e di programma, con una crescente integrazione tra proiezioni e spettacolo dal vivo. Con quest’identità, il locale operò regolarmente fino alla Prima guerra mondiale, eccezion fatta per la consueta pausa estiva. Il conflitto segnò una fase di incertezza. Nei primi anni della guerra, i cinematografi fiumani chiudevano sempre più frequentemente; nel 1916, per ben cinque mesi, non vi furono annunci sull’attività del Salone Margherita. Alla fine di quell’anno, il 20 dicembre 1916, il cinema cambiò nuovamente nome, diventando Urania, che evocava modernità e aspirazioni culturali in un periodo tutt’altro che stabile. La crisi del primo dopoguerra si rifletté anche sull’attività cinematografica. I film venivano proiettati, ma raramente pubblicizzati sui giornali. Solo alla fine del 1919 si registra nuovamente un’attività menzionata con regolarità, mentre all’inizio del 1920 ricompare sui quotidiani la rubrica “Cinematografi”, sulle pagine de “La Vedetta d’Italia”, successore de “La Bilancia”.
Nel 1921 il locale fu completamente rinnovato e riaperto in pompa magna con un nuovo nome e una nuova destinazione: Teatro Armonia. Non soltanto cinema, ma anche varietà, commedie, prosa, canzoni, operette cinematografiche e altri spettacoli dal vivo. “La Vedetta” annunciò la riapertura con la compagnia “L’Enciclopedia”, diretta dall’artista Aldo Baldi, con un programma serale di varietà, duetti e una farsa in maschera di Alfredo Testoni. Un mese più tardi, il varietà venne integrato con proiezioni cinematografiche, consolidando una formula ibrida che sarebbe rimasta la cifra distintiva del Cinema-Teatro Armonia. Per circa dieci anni, il locale offrì un repertorio specifico, rivolto a un pubblico giovane e prevalentemente maschile. Era un cinema per spettatori poco esigenti: film economici, rare apparizioni delle grandi star dell’epoca, ambienti lontani dall’eleganza delle sale concorrenti. Non a caso guadagnò il soprannome popolare di “Pidocchio”, che ne sintetizzava con ironia la modestia.
Alla fine degli anni Venti, con la stabilizzazione politica ed economica della città, i cinematografi esistenti vennero ristrutturati e ne furono aperti di nuovi. La concorrenza si fece sempre più intensa. A complicare il quadro, intervenne l’avvento del cinema sonoro, che imponeva investimenti in nuove apparecchiature. I piccoli cinematografi, privi di capitali sufficienti, furono i primi a cedere. Nel maggio del 1927, la Commissione per la sorveglianza di teatri e cinematografi, rilevò nell’Armonia una serie di carenze: cabina di proiezione angusta, accessibile dal corridoio tramite scalette in ferro; porte inadeguate; mancanza di idranti. Si richiesero l’immediato ampliamento della cabina, la sostituzione degli infissi e l’installazione degli impianti prescritti. I proprietari promisero di completare i lavori entro il mese di settembre di quell’anno. Tuttavia, durante il controllo del 28 marzo 1928, risultò eseguita soltanto una delle sei prescrizioni ovvero la sostituzione delle porte in legno della cabina con porte in lamiera di ferro. Concesso un termine di 15 giorni per adeguarsi, il cinema riaprì l’8 aprile del 1928. Nonostante gli interventi, la sala faticava a resistere, soprattutto dopo l’apertura nelle vicinanze del cinema Carnaro, definito nel 1929 “il cinema più bello di Fiume”. L’ultimo programma dell’Armonia fu pubblicato il 19 gennaio del 1930. Si chiudeva così un capitolo durato oltre vent’anni.
Ennesima conversione
Nello stesso anno, lo spazio fu acquistato da Giuseppe Fontanella, proprietario della gelateria vicina in via Parini (oggi via Fiorello La Guardia). Il 10 settembre presentò al Magistrato cittadino la richiesta di riqualificare il cinema in gelateria, allegando il progetto dell’ingegnere Giuseppe Poso. Il piano, concordato anche con il comproprietario Giovanni Sušanj, fu approvato con lievi modifiche. La pasticceria rimase attiva fino ai primi anni del secondo dopoguerra. In seguito, lo spazio fu ristrutturato più volte, ma mantenne la funzione di locale di ristorazione fino ai giorni nostri. Si trattò dell’ex pizzeria “Viktorija”, situata al pianoterra dell’edificio, anch’essa però al giorno d’oggi chiusa, dopo anni di proficua attività. Oggi l’edificio in sé è in attesa di un’ennesima ristrutturazione, probabilmente anche riqualificazione, seppure in questo caso i tempi di realizzazione siano piuttosto lunghi, visto che lo spazio è chiuso da un bel po’.
Tirando le somme, dalla modernità luminosa dei primi proiettori Pathé ai coni gelato serviti dietro il bancone, il percorso del Salone Margherita, con tutte le sue successive modifiche e conversioni, racconta l’evoluzione di un quartiere e di una città. È la storia di un edificio che ha saputo adattarsi, cambiando nome e funzione, ma restando sempre parte viva del tessuto urbano. Con la speranza che il suo “cuore” ricominci a battere.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































