Che cosa significa amare? E che cosa implica custodire ciò che si ama? Siamo ancora disposti a educare lo sguardo fino a farne strumento di verità interiore? Al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume è andata in scena la prima del balletto “Il Piccolo Principe”, nuova produzione pensata per ogni età. La celebre massima di Antoine de Saint-Exupéry – “L’essenziale è invisibile agli occhi” – trova una traduzione coreografica di cristallina armonia nella concezione di Lukas Zuschlag, con l’assistenza di Mateja Železnik, su partitura originale di Aleksandra Naumovski Potisk.
Il palcoscenico si configura come un atlante emotivo in cui pianeti, deserto, città e reminiscenze si compenetrano in una cartografia sensibile che attraversa l’infanzia e si rifrange nell’età adulta, restituendo insieme distanza e riconoscimento. Il libretto, firmato dal coreografo austriaco e dalla drammaturga Tatjana Ažman, affida al movimento l’intera architettura narrativa, mentre la parola si ritrae e il corpo diviene lingua primaria, sostanza viva del racconto. Il Pilota, alter ego dell’autore, assume il ruolo di fulcro prospettico e principio di coscienza. L’atterraggio nel deserto, episodio biografico di Saint-Exupéry, si trasfigura in nucleo generativo da cui scaturisce l’apparizione del Piccolo Principe. Ne nasce un itinerario che disvela amicizia e fiducia, crescita e perdita, responsabilità e memoria. La struttura in dodici quadri, preceduti da un’ouverture, articola il fluire degli eventi in una forma architettonica dinamica, conferendo all’insieme una tessitura di raffinata eleganza e un respiro lirico di naturale continuità.
Il riflesso dell’infanzia nell’adulto
All’apertura del sipario la scena si offre in pochi oggetti emblematici – un tavolo, un elefantino e un serpente di peluche, una sedia, un uomo disteso – segni essenziali che racchiudono un universo. Ali Tabbouch compone un Pilota di intensa maturità interpretativa, attraversato da una tensione che alterna slancio acrobatico e raccoglimento meditativo. La scrittura con la matita gigantesca si prolunga nella danza e si fa memoria in atto, gesto che trattiene il passato e lo rende visibile nel fremito del presente. Le proiezioni di Stella Ivšek si innestano sul movimento evocando formule numeriche e tratti infantili, mentre razionalità adulta e immaginazione convivono nella medesima superficie mentale.
Dal fondo emerge una struttura semicircolare bianca che evoca il margine di un pianeta e introduce una dimensione ulteriore, quasi un orizzonte elevato tra realtà e visione. Federico Rubisse appare come Piccolo Principe con una qualità di movimento limpida e radiosa. Le braccia si aprono con naturalezza, il busto si inclina in una ricerca delicata, i passi sfiorano il suolo con leggerezza misurata. L’avvicinamento dei due genera una consonanza progressiva; le traiettorie si riflettono e si sovrappongono accordandosi con precisione, come percorse da un unico impulso interiore. Il Pilota riconosce nel Principe la propria origine e il Principe scorge nel Pilota la figura del tempo futuro. In questo dialogo silenzioso si compie uno dei nuclei più intensi dell’intera concezione coreografica, là dove ricordo e attesa si toccano.
A seguire, il viaggio attraverso i sei pianeti introduce la galleria ironica dei mondi adulti. Il Re senza sudditi, il Lampionaio, l’Uomo d’affari che pretende di possedere le stelle, il Vanitoso, l’Ubriaco e il Geografo prendono vita nelle brillanti interpretazioni di Alessio Alfonsi e Leonard Cela, affidate a una gestualità caricaturale dal segno incisivo. La comicità nasce dal ritmo, dal contrasto tra posture irrigidite e improvvise accelerazioni, mentre inserti sonori di timbro quasi cosmico accentuano la deformazione dei comportamenti umani, in bilico tra ironia e sottile inquietudine.
Figura centrale del balletto, la Rosa nella messinscena fiumana attraversa la stretta fessura della struttura semicircolare, eretta sulle punte, con passi affilati che evocano le spine della difesa. Marta Kanazir costruisce una presenza di sottile complessità, in cui civetteria, autorità, fragilità e malinconia si alternano con ironica consapevolezza. Lieve vanità e delicata teatralità convivono nell’ambivalenza che Saint-Exupéry le aveva attribuito. Il dialogo con il Principe oscilla tra afflati e incomprensioni, tra innocenza e orgoglio ferito, e il gesto dell’annaffiare assume valore originario, perché è la cura a generare unicità. Tra molte rose, una sola diviene necessaria in quanto amata. Con il procedere della partitura scenica la medesima figura riemerge come moglie del Pilota, ancora interpretata da Kanazir. Il passaggio avviene senza fratture, come se il tempo avesse semplicemente approfondito ciò che già esisteva.
Nel deserto prende forma un valzer onirico di intensa forza emotiva in cui Pilota e compagna si fondono in una danza che restituisce la maturazione del sentimento. Il fiore si trasforma in relazione concreta e la promessa si deposita nella memoria vissuta. In questa duplice incarnazione la Rosa diviene centro simbolico dell’impianto coreografico, figura dell’amore nella sua nascita e nella sua durata. Il Roseto, magistralmente danzato da Marta Voinea Čavrak, Isabelle Zabot, Sonja Milovanov, Yurika Kimura, Laura Orlić, Alessia Tacchini, con l’inserimento ironico di Giovanni Liverani, compone un organismo collettivo attraversato da sottili differenze. Le calzamaglie verdi e il lavoro sull’avampiede materializzano le spine, rendendo visibile la dialettica tra bellezza e difesa, mentre ciascuna interprete introduce una variazione minima che mette in luce il paradosso centrale dell’opera, dove molteplicità biologica e irripetibilità affettiva convivono nello stesso quadro scenico.
Figure del passaggio e del legame
Samuele Taccone consegna al Serpente un’interpretazione di potente presenza scenica, in cui padronanza tecnica e intensità trattenuta si fondono in una figura di travolgente carica espressiva. Il corpo diviene linea fluida, l’ondulazione si articola in spirali nitide, le braccia tracciano traiettorie sinuose in cui seduzione e minaccia si equilibrano con precisione. La sua presenza esercita un fascino concentrato e ogni scivolamento sul suolo di compattezza plastica si alterna a pause che dilatano il tempo in un raccoglimento ardente e scolpiscono l’aria scenica.
Nel morso nel deserto si condensa l’intero arco narrativo, perché la separazione diviene destino e il limite attraversamento. Accanto a questa figura di trasformazione, la Volpe introduce la dimensione del legame. Giorgio Otranto le conferisce carisma e governo del gesto, nei quali controllo e impulso convivono con naturale intensità. Il linguaggio corporeo richiama il tango, danza di attrazione consapevole dove disciplina e vitalità si sostengono reciprocamente. Tra la Volpe e il Principe si delinea progressivamente un accordo; dapprima autonome, le traiettorie si sfiorano, si ritraggono e tornano a cercarsi fino a trovare un tempo concorde. Nel ritmo che lentamente si armonizza prende forma l’addomesticamento, e la celebre affermazione sull’essenziale invisibile agli occhi trova incarnazione nel loro riconoscersi attraverso il movimento. Tra separazione e relazione si compie la maturazione del Principe.
La partitura di Aleksandra Naumovski Potisk modula motivi che si trasformano seguendo l’evoluzione interiore dei personaggi. Solennità tardo-romantica e malinconia lirica convivono con energia novecentesca e ironia sottile. L’Orchestra del Teatro Nazionale Sloveno Opera e Balletto di Lubiana, guidata in registrazione dal Maestro Ayrton Desimpelaere, si integra con le proiezioni di Stella Ivšek, con le scene di Matjaž Arčan affiancato da Gregor Smuković, con i costumi di Ina Ferlan adattati per Fiume da Aleksandra Ana Buković e con il disegno luci di Andrej Hajdinjak, generando una compagine unitaria in cui gesto, immagine e suono convergono in un equilibrio condiviso. Sui ritmi di un jazz popolare prende vita la danza che coinvolge gli ensemble femminile e maschile, vestiti con abiti scuri e bombette a evocare la dimensione urbana e terrena dei due protagonisti, formati da Yurika Kimura, Giovanni Liverani, Sonja Milovanov, Laura Orlić, Alessia Tacchini, Marta Voinea Čavrak, Isabelle Zabot, Giorgio Otranto, Jody Bet, Alessio Alfonsi, Simon Boley e Leonard Cela.
Nel finale tutti i personaggi tornano in scena componendo un quadro festoso in cui il viaggio si ricapitola. L’elica dell’aereo riprende a muoversi, restano due piccole luci, una all’orizzonte e una sulla terra, segni minimi di una relazione che attraversa distanza e tempo. La prima fiumana si chiude tra applausi calorosi, tributo a un lavoro che coniuga disciplina artistica e delicatezza poetica.
Dopo il mondo, la casa
Al termine della rappresentazione, durante l’incontro post-spettacolo nel foyer, hanno preso la parola Lukas Zuschlag e Leonard Jakovina. Il f.f. direttore del Balletto ha espresso orgoglio per l’ingresso del titolo nel repertorio, sottolineando la qualità del lavoro corale e la risonanza in un tempo inquieto. Un’ora di bellezza scenica, ha osservato, offre ristoro e riattiva la memoria dell’infanzia custodita nel libro che molti portano nel cuore. Zuschlag ha richiamato la natura inesauribile del “Piccolo Principe”, opera che continua a dischiudere nuove sfumature a ogni messa in scena. Al centro resta ciò che fonda l’esistenza nella sua dimensione più semplice e radicale, dove il valore non coincide con il possesso ma con la qualità del legame. Attraversare il mondo conduce talvolta a una scoperta quieta e profonda, perché uno dei luoghi più belli finisce per coincidere con ciò che chiamiamo casa.









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