Il muro è la nostra casa. Rappresenta le radici…

A colloquio con Dubravka Vidović, una delle artiste presenti alla mostra «When the globe is home» allestita dalla Fondazione Benetton alle Gallerie delle Prigioni di Treviso

Dubravka Vidović

Qualche anno fa a Trieste la Fondazione Benetton aveva proposto, nell’ambito del progetto “Imago mundi”, una mostra straordinaria per bellezza, vastità, ricchezza, numero di espositori: era intitolata “Unire le distanze”. Un cubo per i giovani artisti di ogni Paese. “C’era anche la Croazia e c’ero anch’io…”, rivela Dubravka Vidović, Duba per gli amici, che ora espone con altri dodici artisti negli spazi espositivi delle Gallerie delle Prigioni (Treviso) ad un’altra mostra voluta dalla Fondazione Imago mundi e intitolata “When the globe is home”. Doveva essere il piatto forte del 2020 ma, causa Covid, la sua inaugurazione era stata spostata dalla primavera all’autunno. Il che significa che rimarrà aperta ad oltranza, fino alla prossima primavera o fino a quando il pubblico sarà in grado di vederla. Uno dei tanti percorsi a labirinto imposto da questa pandemia.

“Shikumen’s Walls”, le installazioni di mattoni e stoffe

Mediazione tra globale e locale
Curata da Claudio Scorretti e Irina Ungureanu, l’esposizione riunisce le opere – molte delle quali presentate per la prima volta – di tredici artisti internazionali selezionati dalle collezioni Art theorema di Imago mundi, per indagare sulla continua mediazione contemporanea tra globale e locale, tra vicino e lontano, tra collettivo e individuale: tra “Mondo” e “Casa”.

Reminiscenze: sembra di sentire una delle massime del prof. Sergio Molesi, critico triestino sempre molto vicino agli autori della Comunità nazionale: “con i piedi ben piantati nel locale ma con gli occhi rivolti al mondo”. Un percorso che non conosce ripensamenti.

Libri inseriti negli interstizi delle mura di mattoni

La cella come una casa
“Nello spazio espositivo – spiega Duba – ogni singola ‘cella’ che compone le Gallerie delle Prigioni – l’ex carcere asburgico restaurato dall’architetto Tobias Scarpa – è stata concepita come una ‘casa’, uno spazio intimo e familiare in cui l’artista possa esprimere, concentrare o finalmente espandere la propria visione. L’emergenza climatica, la sostenibilità, le trasformazioni sociali delle città, le migrazioni insieme alle nuove sensibilità estetiche, i nuovi incontri, le esperienze e le accelerazioni della globalità contemporanea sono alcuni dei temi affrontati. Tra tutti emerge con energia e passione creativa la figurazione di una ‘nuova casa’: la perdita, il ritrovamento, la ricostruzione”.
Zara è la tua casa?
“È il luogo dove sono nata nel 1970, la prima casa dove ho studiato, ho visto la guerra e dalla quale me ne sono andata a Milano per riprendere a respirare, per trovare la serenità smarrita negli anni bui del conflitto jugoslavo. A Milano ho trovato un’altra casa per trasferirmi ancora, per un decennio, a Shanghai, Cina e da qui nuovamente a Milano”.

Lunghi capelli scuri, come gli occhi che accompagnano i suoi pensieri in uno slancio di innata capacità di comunicare, la Vidović lavora con la fotografia, le installazioni, gli assemblaggi video e gli archivi. Ha al suo attivo, mostre al OCT Contemporary Museum, Galleria ArtCN e Bank Mabsociety a Shanghai; Podbielski Contemporary, Berlino e Milano; Galleria Alberto Peola, Torino; Museo di arte moderna e contemporanea di Zagabria e Galleria d’Arte del Museo Nazionale di Zara. Concepisce la fotografia come uno spazio trasformativo e realizza interventi effimeri e installazioni che le permettono di catturare le sue formae mentis e i contenuti che intende trasmettere.

I mattoni raccontano la storia di un territorio

Eri un’artista a Zara?
“No ero una ragazza che studiava per diventare docente, piena di sogni, volitiva. Ma è a Milano che è nato il desiderio di dedicarmi all’arte e così mi sono iscritta all’Accademia di Brera”. Poi è arrivata Shangai dove si è trasferita per seguire il marito, fashion designer, Luigi Ciocca, ben inserito nel mondo della moda, un nome ormai famoso, dedito soprattutto allo studio e alla realizzazione del migliore cashmere sul mercato.

“Dovevamo rimanerci qualche mese, sono diventati anni. A volte racconto agli amici la nostra vita a Shangai e rimangono basiti, quasi increduli. È una realtà in continuo fermento dove l’arte ha un ruolo importante, ci sono tantissimi musei e gallerie ed incredibili occasioni di confronto ed affermazione”.
C’è un altro autore nato a Zara, andato esule nel mondo e maturato in Giappone, Raggi Karuz. “Voglio esplorare la sua esperienza, sarà interessante. A Zara non ho frequentato gli ambienti italofoni, non ne ho mai avuta occasione. Ci sarà modo”.
Ormai la tua vita è altrove, cosa provi tornando a casa?
“Zara è cambiata moltissimo dopo la guerra degli anni Novanta, c’è stato un ricambio della popolazione, difficile riconoscerla, non è più quella che avevo lasciato”.
Come un canto conosciuto, una triste melodia che si ripete: quando te ne vai, è più facile conquistare il nuovo che recuperare il pregresso. “È diventato un leit motive della mia arte. A Shangai sono andata alla ricerca di luoghi da raccontare, della cultura autentica di una città sacrificata alla modernità. Nascono così le mie installazioni di mattoni e stoffe: Shikumen’s Walls trae origine dall’interazione poetica con le superfici delle pareti delle shikumen, le tradizionali abitazioni simbolo della vecchia Shanghai, attualmente scomparse o sovrastate da più recenti costruzioni. La serie fotografica che le documenta, ritrae l’installazione temporanea di un intervento artistico nel contesto urbano che consiste nell’inserire vari oggetti – libri, tessuti, lacci – negli interstizi delle mura di mattoni. I vecchi mattoni che rimangono dentro le case shikumen, ancora imponenti, raccontano la storia di un territorio, la globalizzazione, i confini, ma specialmente la fragilità della casa, che è insieme struttura architettonica effimera e costrutto mentale legato a un’identità nazionale”.

La mostra “When the globe is home” è a cura di Claudio Scorretti e Irina Ungureanu. Gli artisti in mostra: Armen Agop (Egitto, Italia); Halida Boughriet (Francia, Algeria); Beya Gille Gacha (Francia, Camerun); Jarik Jongman (Paesi Bassi); Erkan Özgen (Turchia); Antonio Riello (Italia); Aldo Runfola (Italia); Ghizlane Sahli (Marocco); Demirel Selçuk (Turchia, Francia); Walid Sit (Iraq); The Icelandic love corporation (Islanda); Dubravka Vidović (Croazia, Cina, Italia) e Dorina Vlakančić (Croazia).
Gli organizzatori della mostra avevano visto i lavori di Dubravka Vidović a Torino e l’hanno voluta nel gruppo.
Come mai la decisione di lasciare Shangai?
“È stato il Covid a decidere. Eravamo tornati a Milano durante le festività del Capodanno cinese e la pandemia ci ha colti mentre eravamo ancora in Italia. Quando abbiamo capito che sarebbe durato per qualche anno, abbiamo organizzato via telefono e mail il nostro trasloco. L’avremo fatto comunque tra qualche anno ma la pandemia ha affrettato i tempi. Non è facile lasciare Shangai, la Parigi d’Oriente, fatta di contrasti, c’è la parte art decò ma anche quella moderna stile Blade Runner. Incredibile la velocità con cui viene distrutta. Andavo a fare i miei servizi fotografici esplorativi ma quando tornavo negli stessi luoghi erano già scomparsi. Ero impressionata dalla velocità di distruzione della città”.

Una mostra particolarmente importante in altre parti del mondo?
“La mia personale a Berlino. Avevo scelto il tema del muro, una comparazione tra quello di Berlino e la Grande Muraglia, il muro è anche casa, è un fattore d’identità. Cerco di raccontare delle storie, aggiungendo cose che spostano la realtà verso una nuova realtà, una mia interpretazione. Non manca la critica anche se è morbida. Io arrivo da Paesi dove il patrimonio è importante: nel 2004 ho vinto il primo premio al salone di Zara, ora stanno costruendo un bellissimo museo, uno dei più interessanti in Croazia, ci saranno anche due miei lavori”. Le cose cambiano, noi cambiamo con le cose.

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