Sabato sera, in un gremitissimo Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, ha debuttato “Il mondo di Frida”, creazione del coreografo brasiliano Reginaldo Oliveira, direttore del Balletto del Teatro Nazionale di Salisburgo, nata dalla collaborazione tra le due istituzioni dopo il debutto salisburghese del 2024 e la successiva tappa a Rio de Janeiro. La vita di Frida Kahlo invade immediatamente la scena con la brutalità sensuale delle cose impossibili da domare. Dolore fisico, desiderio, febbre politica, erotismo, silenzi, orgoglio, fragilità, sensualità e slancio creativo scorrono dentro una scrittura coreografica che rinuncia alla linearità narrativa per addentrarsi nella regione più scoperta dell’essere umano, quella in cui il corpo diventa linguaggio assoluto. Oliveira costruisce così un grande autoritratto in movimento, ispirato ai dipinti, alle lettere e agli scritti dell’artista messicana, lasciando che ogni gesto sgorghi da una zona remota e febbrile dell’esistenza, là dove la sofferenza smette di appartenere alla biografia e si trasfigura in visione.
Tutti i corpi dell’artista
L’immagine iniziale possiede la forza primordiale di un rito. Il palco è immerso nel rosso della passione, della rivoluzione e della linfa vitale. Nessuna musica. Soltanto un battito sordo che cresce lentamente mentre il corpo di ballo genera una massa umana in continua metamorfosi e i danzatori si aggregano, si spezzano, si urtano, respirano come un unico organismo attraversato da convulsioni interiori e tensioni ancestrali, fino a fare del respiro stesso una forma di coreografia. Oliveira comprende profondamente come Frida nasca dalla rivoluzione messicana, dal tumulto del proprio Paese, dall’urgenza di libertà e dalla materia incandescente della terra latinoamericana. I ballerini diventano così il popolo, l’energia primaria, la moltitudine delle sue anime. Tutti sono Frida. Una Frida disseminata nei muscoli tesi, nelle schiene piegate, nelle mani spalancate verso qualcosa di irraggiungibile e insieme fondamentale. Nei lunghi vuoti sonori, quando la musica arretra e rimangono soltanto il peso dei passi, il fiato spezzato, i battiti sordi e gli urli muti dei corpi, il balletto raggiunge la propria verità più feroce. Il teatro si riempie di sudore, carne e tensione fisica. Si avverte quasi dolorosamente la ricerca di un soffio ulteriore, di un’aria strappata alla devastazione, alla malattia, al collasso del corpo.
La carne nuda del destino
Frida appare in scena avvolta in tricot color carne, esposta in una nudità simbolica che precede ogni parola e già completamente scoperta nell’amore, nella pittura, negli ideali rivoluzionari, nella fragilità e nella ferita. Isabelle Zabot la interpreta con una presenza scenica bruciante, a tratti quasi animale, fatta di improvvisi abbandoni, scatti nervosi, silenzi, sguardi obliqui, distanti, e una qualità del movimento che alterna durezza e smarrimento. Oliveira lavora su un linguaggio fisico estremo, profondamente organico e carnale, costruito attraverso linee angolari, torsioni improvvise, slanci interrotti, cadute trattenute un istante prima del collasso. Le braccia fendono l’aria con un’impetuosità quasi insurrezionale, mentre le mani aperte sembrano domandare salvezza dentro la frattura. La danza qui cerca verità, cerca il punto esatto in cui il dolore produce bellezza.
Il dolore che danza
Con Alejandro Gómez Arias, interpretato da Giorgio Otranto, il movimento cambia improvvisamente temperatura emotiva. Il loro pas de deux introduce una luce inattesa dentro l’universo lacerato di Frida. È un amore giovane, romantico, vitale, attraversato da una sensualità gioiosa che sembra permetterle, almeno per un istante, di dimenticare il proprio dolore. Lei domina il gesto amoroso con fierezza e lucidità, custodendo il controllo persino nell’abbandono. Otranto le offre una presenza tenera e luminosa insieme, trasformando il duetto in un prezioso spazio di leggerezza dentro una vita continuamente assediata dalla sofferenza. Più oscura e divorante appare invece la relazione con Diego Rivera, interpretato da Ali Tabbouch con forza magnetica e terrigna. I loro duetti sono collisioni emotive, corpi che si cercano mentre si devastano reciprocamente. Rivera diventa amore e rovina, rifugio e ferita, desiderio e dipendenza. È la sofferenza provocata da questo rapporto tormentato a spingerla verso l’alcol, il fumo, gli eccessi, le relazioni extraconiugali e una solitudine sempre più feroce. Ancora più lacerante appare il tradimento della sorella Cristina, interpretata da Tea Rušin con dolorosa intensità, presenza che apre nella protagonista una frattura intima e irreparabile. Nello spettacolo si esibiscono anche Alessio Alfonsi, Jody Bet, Simon Boley, Benjamin Cockwell, Sephora Ferrillo, Yurika Kimura, Ksenija Krutova, Giovanni Liverani, Sonja Milovanov, Laura Orlić, Federico Rubisse, Alessia Tacchini e Marta Voinea Čavrak. Tutti bravissimi.
Le due anime
La drammaturgia firmata da Maren Zimmermann attraversa gli episodi centrali della vita dell’artista, facendo procedere lo spettacolo come un autoritratto in movimento, dove la Frida reale e la Frida dipinta convivono continuamente sulla scena attraverso la presenza della seconda figura interpretata da Marta Kanazir, evidente richiamo al celebre dipinto “Le due Frida”. Due anime si osservano reciprocamente: una appartiene alla terra messicana, ai fiori, ai colori, al costume Tehuana simbolo delle sue radici indigene e della femminilità fiera amata da Rivera; l’altra alla distanza, alla solitudine, alla frattura europea, in un continuo dialogo fra identità e rappresentazione, vulnerabilità e mito, corpo e immagine, con il dolore esposto come un organo vivo.
Quadri che sanguinano
Le scenografie di Matthias Kronfuss accompagnano e feriscono continuamente la danza. Gli spazi si dilatano e si restringono, un autobus si disintegra, un letto si trasforma, mentre oggetti scenici e farfalle rosse precipitano dall’alto come apparizioni, presagi o condanne, evidente allusione all’universo simbolico di Frida Kahlo. Il gigantesco corsetto rosso con stecche appuntite è un’immagine potente, una prigione anatomica che costringe i danzatori a confrontarsi fisicamente con il dolore. I costumi di Judith Adam pensano Frida prima ancora di vestirla. I capelli intrecciati, i nastri colorati trasformati in corone quasi sacrali, i fiori, le ampie gonne Tehuana della tradizione messicana contribuiscono a costruire quella profezia estetica attraverso cui Frida Kahlo ha trasformato la sofferenza in apparizione. Quelle gonne servivano a nascondere le conseguenze della poliomielite e del terribile incidente che le aveva lasciato una gamba più sottile e fragile. Sulla scena diventano invece emblemi di resistenza, seduzione, identità politica e affermazione di sé. Anche il colore assume una funzione drammaturgica essenziale. Rossi incandescenti, gialli febbrili e blu profondissimi attraversano costumi e luci di Thomas Finsterer come una terapia visiva contro il dolore. Frida combatte la devastazione del corpo trasformandola in esplosione cromatica.
Viva la vida!
La musica accompagna questo universo emotivo con struggente precisione. “La llorona”, “Juramé”, i canti popolari e le sonorità latinoamericane costruiscono un paesaggio sonoro ancestrale, attraversato da malinconia, desiderio e celebrazione della vita, in cui ogni brano sembra affiorare direttamente dalla terra messicana e dall’universo interiore della protagonista. Nel libretto di sala, gli undici capitoli dello spettacolo sono introdotti dalle parole della stessa Frida Kahlo. E forse tutta la creazione di Oliveira potrebbe essere racchiusa proprio nella frase che accompagna il finale della serata: “Nulla è più prezioso di una risata. È il potere di ridere e di abbandonarsi a se stessi, di essere spensierati. La tragedia è la cosa più ridicola che l’umanità possieda. Viva la vida”. Al termine dello spettacolo, un lungo applauso durato diversi minuti ha accompagnato i danzatori e i creatori di questa intensa produzione. Più che il semplice ritratto di un’artista, “Il mondo di Frida” lascia la sensazione di avere attraversato un organismo vivente fatto di desiderio, sofferenza, sudore e ostinazione, ricordando come persino dentro la frattura più feroce possa sopravvivere una forma irriducibile e selvaggia di vita.







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