Nei secoli, l’uomo si è sempre prodigato per comprendere quale sia il suo posto nel mondo, affrontando con timore e meraviglia il mistero e la complessità dell’esistenza. Oggidì, però, nell’era dell’Antropocene, questo perpetuo senso di smarrimento si è trasformato in qualcosa di più profondo e inquietante: un’apprensione, un’ansia che sibillinamente si è insinuata e abita le nostre coscienze, riflettendo la realtà di un pianeta mutato dalla nostra stessa mano. Questo concetto, evocato dal sociologo danese Nikolaj Schultz quale “tremore” o “fremito” nel volume “Land Sickness” (Mal di Terra, 2023), rappresenta un nuovo tipo di angoscia esistenziale. Non si tratta più solo della sartriana afflizione della libertà infinita in un universo privo di senso, bensì di un’agitazione radicata nella consapevolezza che ogni azione umana lascia dietro di sé una scia di distruzione ecologica. Di questa e di altre tematiche inerenti ai cambiamenti climatici e alla ridefinizione dell’esistenzialismo si è rimuginato l’altra sera presso il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, nell’ambito del primo appuntamento del Teatro filosofico, moderato con polso e competenza dal noto filosofo croato Srećko Horvat. Reduce dai grandi successi zagabresi, su invito della nuova sovraintendente dell’ente, Dubravka Vrgoč, con la quale nel 2014 hanno ideato il valido progetto, per la gioia del pubblico fiumano, lo stesso è giunto anche nel capoluogo quarnerino.

Foto: ŽELJKO JERNEIĆ
Una nuova ansia esistenziale
Quale primo ospite Horvat ha scelto il noto sociologo danese, stretto collaboratore del rinomato filosofo francese Bruno Latour (1947-2022), con il quale ha firmato il libro “Mémo sur la nouvelle classe écologique” (Memorandum sulla nuova classe ecologica), che pone le basi di una politica nuova e si interroga sulle ragioni del fallimento, fino ad oggi, dei movimenti ecologisti e della politica in generale di fronte all’estrema urgenza climatica che minaccia la sopravvivenza stessa degli umani sulla Terra (oltre ad aver già causato la distruzione irreversibile di interi ecosistemi, specie animali e vegetali). Avvalendosi di una narrazione coinvolgente e intima, nella sua ultima fatica letteraria Schultz descrive un mondo in cui ogni gesto quotidiano – che si tratti di acquistare cibo, viaggiare o semplicemente dormire sotto il refrigerio di un ventilatore – ci ricorda il nostro impatto sul Pianeta. A sua detta, questo legame indissolubile tra il comportamento umano e le crisi climatica e ambientale genera una nuova forma di ansia vitale, che non riguarda soltanto la libertà individuale, bensì anche l’effetto collettivo delle nostre scelte. La sensazione di tremore si manifesta quale un misto di vertigine morale e nausea esistenziale: è il momento in cui ci rendiamo conto che non esiste alcun luogo in cui possiamo sfuggire alle conseguenze delle nostre azioni. Ogni passo che facciamo contribuisce alla crisi, e questo ci lascia con un senso di responsabilità schiacciante e una consapevolezza crescente della nostra vulnerabilità collettiva.

Foto: ŽELJKO JERNEIĆ
Necessario un cambiamento
Sollecitato da Horvat e, più in là, dalle domande del pubblico, sulle possibili soluzioni e/o modi di agire a riguardo, l’eclettico sociologo ha rimarcato che, piuttosto di essere evitata, la summenzionata esperienza di inquietudine dovrebbe venire affrontata. In tale contesto, ha suggerito di “guardare negli occhi il nuovo pianeta” e, di conseguenza, di confrontarci con noi stessi in qualità di specie trasformata. Questo approccio implicherà non solo l’accettazione della realtà della crisi, bensì svilupperà un linguaggio narrativo e concettuale, che ci permetterà di capire chi siamo diventati in questo nuovo contesto storico. Il tremore, quindi, non è da percepire solo quale sintomo della crisi climatica, ma anche come un’opportunità per ripensare la nostra relazione con il mondo. Inoltre, è necessario comprendere seriamente che la sfida non è solo ambientale, ma anche filosofica e culturale, effettuando un ripensamento radicale delle nostre priorità e delle strutture economiche e sociali. Solo abbracciando questa nuova sensibilità possiamo sperare di trasformare il modo in cui viviamo, immaginando un futuro che non sia solo sostenibile, ma anche eticamente consapevole. In tale contesto anche Fiume e Aarhus (luogo natale di Schultz), a modo delle altre città portuali, una volta simboli del progresso e della crescita economica, oggidì sono sacrificate al cambiamento climatico, il cui futuro è incerto a causa dell’innalzamento del livello del mare, il che rappresenta un laboratorio ideale per riflettere sull’evoluzione storica e sulle sfide attuali.
Il nuovo orizzonte geosociale
A seguire Schultz e Horvat hanno ragionato sulle radici ideologiche e politiche della crisi climatica, introducendo il concetto di “classe geosociale” quale chiave fondamentale per comprendere e affrontare quella ecologica. Citando la frase “Non vi sono più isole” attribuita ad Adolf Hitler, il filosofo ha aperto una riflessione in cui è stata messa in connessione la condizione ecologica globale alle tensioni politiche, economiche e sociali, osservando che “per fortuna all’epoca Hitler aveva torto”, ma che la stessa sembra descrivere perfettamente il nostro presente. Il sociologo, riallacciandosi alla sua esperienza personale e alle teorie sviluppate insieme a Latour, si è detto concorde rilevando che “non c’è via di fuga dalla crisi climatica e anche il tentativo di ritirarsi su un’isola è solo un’illusione: la terra trema ovunque sotto i nostri piedi”. A tale proposito, il moderatore ha riferito che il concetto di crisi climatica quale lotta di classe va a braccetto con quello di “classe geosociale”, elaborato da Schultz, la quale non è ancora pienamente consapevole di sé, nonché si oppone al sistema produttivo, visto come un meccanismo di distruzione, compromettente le condizioni di abitabilità del Pianeta. A sua detta la sua lotta non riguarda solo la redistribuzione dei frutti della produzione, bensì un rifiuto della stessa espansione produttiva. Dai giovani attivisti tedeschi contro le miniere di carbone agli indigeni che difendono i loro territori, la battaglia è chiara: salvaguardare la terra contro le forze del consumo illimitato. Tuttavia, il movimento ecologista soffre di divisioni interne, come dimostrato dalle fratture emerse tra i sostenitori del clima in Germania e le posizioni sul conflitto a Gaza. Questi contrasti, secondo Schultz, derivano dall’incapacità di costruire alleanze trasversali e, in tale contesto, è necessario integrare la giustizia climatica con altre lotte sociali, quali il femminismo, i diritti dei lavoratori, l’anticolonialismo.

Foto: ŽELJKO JERNEIĆ
Mancanza di narrazione ideologica
Richiamandosi alle sue affermazioni, Horvat ha aggiunto una nota critica inerente ai movimenti verdi sottilineando che “se il cambiamento climatico è una lotta di classe, come mai i movimenti ecologisti faticano a ottenere consenso elettorale, persino in Paesi quali la Francia e Danimarca?”. A detta di Schultz questa difficoltà sarebbe dovuta a una mancanza di narrazione ideologica/conflittuale e di un orizzonte politico chiaro. Successivamente, i due intellettuali non hanno mancato di accennare al periodo relativo agli anni 2018-2019, in cui la mobilitazione globale inerente al clima ha conosciuto un momento di straordinaria accelerazione grazie alla figura di Greta Thunberg. Horvat ha ricordato come allora persino riviste quali “Vice” abbiano contribuito a rendere la crisi climatica un tema europeo, nonostante le iniziali difficoltà di coinvolgimento dei Paesi dell’Europa orientale, dove la percezione di “problemi reali” quali la corruzione e l’economia oscurava la questione ambientale. Sulla falsariga delle sue parole il giovane sociologo danese ha spiegato come quel periodo abbia segnato un punto di svolta, riferendo che “per decenni sapevamo dei cambiamenti climatici, ma mancava una tonalità politica proporzionata alla gravità della situazione. Greta, in un certo senso, è stata come una Giovanna d’Arco dei nostri tempi, capace di dare una voce forte a una causa globale”. La riflessione si è chiusa con il quesito se la “classe geosociale” riuscirà a emergere in qualità di forza politica globale, al che Horvat ha ribadito che “forse il vero nemico non è solo colui che inquina, quanto piuttosto l’idea che non possiamo cambiare il corso della storia”.
L’arte quale strumento di sensibilizzazione
Come sottolineato, piuttosto di soffrire della mancanza di conoscenza, la nostra epoca patisce una preoccupante carenza di sensibilità e immaginazione, per cui l’arte gioca un ruolo cruciale. A detta di Schultz, a modo di Frida Kahlo o Godard, gli artisti hanno il potere di rendere percepibili le urgenze invisibili, di creare empatia e stimolare risposte emotive. Quindi, la sfida lanciata al movimento ecologista è di collaborare con gli stessi per creare narrazioni che ispirino desiderio e speranza, trasformando la crisi climatica in una causa capace di toccare i cuori e mobilitare le persone.
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