«Il graffitismo è il regno della multidisciplinarità»

A colloquio con il prof. Nicola Guerra, ospite oggi del Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia e dell’IIC di Zagabria, secondo il quale i graffiti sono lo specchio più libero dei diversi modi di vivere e pensare che attraversano i confini

Nicola Guerra

“L’italiano tra parola e immagine: graffiti, illustrazioni, fumetti” è il tema della XX edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo. L’argomento può essere declinato sia in chiave storico-linguistica, sia ponendo l’accento su forme espressive come il fumetto, la novella grafica e l’editoria per ragazzi. Sull’aspetto storico-linguistico del graffitismo abbiamo parlato con il professore Nicola Guerra, che terrà oggi a Zagabria due conferenze dal vivo. La prima avrà inizio alle ore 12.30 al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia e sarà incentrata su “Il graffitismo come forma di espressione contro egemonia e come occasione di documentazione e studio dell’innovazione linguistica”. In serata, con inizio alle ore 18.30, lo stesso relatore si presenterà all’Istituto Italiano di Cultura con l’argomento “Perché e come studiare i graffiti e i linguaggi delle sottoculture”.

L’identità nelle sottoculture urbane
Nato a Massa nel 1969, Nicola Guerra è dottore di ricerca presso l’Università di Turku, in Finlandia. I suoi interessi di ricerca ruotano intorno alle questioni della lingua e dell’identità nelle sottoculture urbane. Alcune delle sue pubblicazioni più recenti si concentrano sull’arte murale nazionalista nell’Irlanda del Nord (“L’IRA dei murales. Il linguaggio visivo nella lotta indipendentista nordirlandese a Belfast e Derry”, Eclettica Edizioni, 2011), sul linguaggio degli striscioni dei tifosi di calcio e sui graffiti riferiti ai radicalismi politici italiani. Tra le sue produzioni recenti, “Muri puliti popoli muti”. Analisi tematica e dinamiche linguistiche del fenomeno del graffitismo a Roma”. Attualmente, è il punto di riferimento di Inward in Finlandia.
Incuriositi dai titoli delle conferenze in programma quest’oggi, abbiamo trascorso un bel po’ di tempo in compagnia di Nicola Guerra, che ci ha spiegato nei dettagli la storia e il presente del graffitismo quale arte del linguaggio.

Come è nato il suo interesse per il graffitismo?
“Il mio interesse per il graffitismo è nato molti anni fa, sin da ragazzo, come osservatore della scrittura murale che è un fenomeno antico quanto l’uomo, nel senso che attraversa le epoche. Dal punto di vista dello studio del graffitismo l’interesse e l’impegno di studio e ricerca è databile agli anni del mio dottorato, intorno al 2011, con lo studio del graffitismo e del muralismo degli indipendentisti nordirlandesi che ho analizzato nella monografia “L’ira dei murales’”.

Quale posto occupano i graffiti nell’espressione delle sottoculture?
“I graffiti, come del resto la poster art (o affissioni abusive) o il fenomeno degli striscioni allo stadio, occupano un posto centrale nella comunicazione delle sottoculture per un motivo pratico. Si tratta di canali che non sono soggetti ad un controllo all’ingresso (selezione tipica della televisione e della radio) e non sono soggetti a una censura immediata, in tempo reale, tipica dei social media. Dunque i graffiti diventano canale privilegiato delle cosiddette sottoculture o meglio culture controegemoniche”.

Perché bisogna studiare i graffiti?
“Studiare i graffiti è fondamentale in vari ambiti di ricerca. Proprio per la principale caratteristica di questa scrittura che possiamo definire spontaneista, ossia scrittura che consente agli individui e ai gruppi di esprimere i pensieri più intimi, più ‘proibiti’, che non trovano spazio in una società sempre più dominata e guidata da quella che Chomsky definisce la ‘lingua del potere’ che attraverso i media mira a uniformare pensieri e comportamenti. Dunque studiare i graffiti è importante per il linguista, il sociologo, l’antropologo, lo storico, il critico d’arte… insomma il graffitismo è il regno della multidisciplinarità”.

Che differenza passa tra scrivere graffiti e imbrattare muri?
“In un certo senso nessuna, perché per scrivere bisogna imbrattare. È una questione dibattuta che ha portato a considerare i murales una forma di abbellimento, grazie al fatto che il prevalere dell’elemento semiotico li rende più accettabili grazie agli elementi visuali accattivanti. Mentre i graffiti, nei quali prevale l’elemento semiotico, vengono ancora sovente considerati come vandalismo e privi di artisticità. Ciò è errato, perché l’arte dei graffiti è arte del linguaggio e consiste nel condensare in poche parole, scritte spesso di fretta, concetti esistenziali e stili di vita. Viviamo in una società dominata dalle apparenze e dalle immagini e ciò ha una conseguenza anche nella diversa considerazione attribuita ai murales rispetto ai graffiti”.

Come si differenziano i graffiti da Paese a Paese?
“I graffiti cambiano molto da Paese a Paese perché vanno alla radice del sentire, si radicano nei diversi sentire controegemonici e quindi rappresentano e incarnano tutte le differenze culturali che possiamo trovare anche immaginando di fare il giro del mondo. Certo poi nei graffiti possiamo trovare linee di continuità nelle sottoculture che li realizzano, linee di continuità che attraversano il globo, ma in genere i graffiti sono lo specchio più libero dei diversi modi di vivere e pensare che attraversano i confini”.

Esiste una diatopia del graffitismo?
“Assolutamente sì. Quando pensiamo ai graffiti dobbiamo pensare in modo aperto, neanche applicando rigidamente le varie definizioni con le quali abbiamo familiarizzato in linguistica. Nei graffiti convivono e si fronteggiano il dialetto, le lingue straniere, l’italiano standard, i tecnoletti, i gerghi e financo la poesia. Questo impone a chi studia i graffiti di tenere la mente aperta e documentarsi costantemente in varie discipline e anche di ridiscutere approcci di studio standardizzati che non consentirebbero di cogliere tutte le variabili in gioco nel graffitismo”.

Secondo lei, perché si scrive sui muri?
“Perché lo facciamo da sempre. E perché lo facciamo da sempre? Perché secoli di sovrastrutture non sono riuscite a eliminare il desiderio di comunicare liberamente agli altri. Certo il graffitismo è stato usato anche dai totalitarismi con finalità propagandistiche, ma le sue radici vanno cercate nel bisogno umano di esprimersi liberamente, o meglio di comunicare liberamente con gli altri e agli altri. Dico con gli altri, perché spesso ad un graffito ne segue un altro di risposta e il muro si trasforma in strumento dialogico di confronto o scontro, uno spazio aperto e libero”.

Chi sono i graffitari?
“Chiunque può esserlo occasionalmente. Generalmente i graffiti sono considerati un fenomeno giovanile, il che è vero ma solo in parte. I graffiti di sottocultura non sono riconducibili al solo universo giovanile, come quelli dei radicalismi politici. I graffiti non appartengono tanto ad una fascia d’età anagrafica, ma a coloro che credono di avere ancora qualcosa da comunicare in modo libero ed esposto. I graffiti del radicalismo politico, degli ultras, degli indipendentismi, sono fenomeni che attraversano le età”.

Qual è la diastratia dei graffitari? Esiste una correlazione tra ceto sociale da una e contenuto e forma del graffitismo dall’altra parte?
“Può variare. Nei graffiti sono presenti registri diversi. La linguistica italiana come fa notare Zagrebelsky tende troppo spesso a dimenticare che la lingua è manifestazione autentica dell’ambiente umano in cui viviamo e privilegia un approccio d’élite. I graffiti sono un mondo amplio, nel quale si esprimono un poco tutti, di diversa estrazione socio-culturale, diverso genere, diversi livelli di istruzione. È il ricercatore che studiando un determinato gruppo di graffiti censiti deve ricostruire queste dinamiche che non sono sempre uguali, ma mutano per tema, area geografica o sottocultura di riferimento. Spesso aiuta l’osservazione partecipata e l’approccio etnografico”.

Secondo lei a che età si inizia a scrivere sui muri?
“Si inizia appena nati. I bambini scrivono subito sul muro. Un gessetto in mano ad un bambino e la casa cambia colore e aspetto”.

Quanti sono i neologismi provenienti dai graffiti?
“Sono infiniti. Dipende sempre da quali graffiti analizziamo. Cioé dal campo di studio. Io personalmente mi sono occupato di graffiti del radicalismo politico, graffiti ultras, graffiti dell’indipendentismo, graffiti nella città di Roma e attualmente mi occupo per alcuni studi di graffiti femministi e graffiti giovanili. I neologismi sono elemento portante del graffitismo, siano essi neologismi lessicali o semantici. Nel graffitismo cade l’opposizione diamesica tra scritto e orale, il graffitismo è un grido scritto, nel graffitismo regna la complessità morfosintattica. È terreno di creazione linguistica e i neologismi sono pane quotidiano”.

In che cosa consiste l’innovazione linguistica del graffitismo?
“L’innovazione linguistica del graffitismo è l’innovazione che attraversa la lingua ma che spesso un approccio di studio d’élite che tende a contrapporre un italiano alto, nobile, degno di studio ad uno basso, rozzo e periferico, ci impedisce di documentare e studiare. L’innovazione è nella lingua, il graffitismo la condensa sul muro, ci rende possibile la documentazione e lo studio. Occorre però avere un approccio di democratizzazione linguistica, occorre voler guardare”.

Un messaggio ai graffitari?
“Le nostre città sono sempre più luogo di una comunicazione esposta di tipo commerciale, promozionale, interessata dal e per il dio denaro. I graffitari, si condivida o meno quanto scrivono, ci piaccia o meno lo stile e il linguaggio, ci regalano la possibilità di riflettere. Di non guardare solo alle insegne promozionali o al telefonino che ci rapisce non solo lo sguardo ma anche i pensieri”.

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