Il gioco delle connessioni

Gli inviti al rispetto della distanza fisica e le misure varate nell'ambito della strategia antiCovid hanno potenziato le attività online togliendo ai più piccoli anche i momenti di gioco vissuti dal vivo a contatto con i coetanei

Foto: ŽELJKO JERNEIĆ

È una giornata di sole che Fiume regala in questo freddo inizio del nuovo anno. I dubbi e le paure della notte dovrebbero già essere svaniti alla prima luce del mattino. Una di quelle mattine di cui approfittare per compiere insieme attività all’aperto, ma in Italia come in Slovenia, Croazia e in gran parte dell’Europa non si può uscire come vorremmo perché alcune attività sono considerate meno sicure di altre. Così alla fine della via Strossmayer a Fiume, appena sotto la scalinata di Sušak è silenzio e i bambini che “occupavano” la piazza delle scuole sono diventati ricordi, in un luogo rimasto vuoto, vigilato solo dal grattacielo dell’hotel Neboder.

 

 

Una piazza vuota e triste

Chissà per quanto, le due scuole dirimpettaie, dovranno attendere ancora prima di rivedere alunni e studenti liberi di scorrazzare nell’antistante piazza. È da mesi ormai che provo lo stesso sconforto ogni volta che passando, per recarmi in teatro, mi aspetto sempre di trovare sotto la scalinata le loro testine svolazzarmi addosso, come farfalle contente, assorbite nel loro gioco. A condividere lo sconforto, le facciate delle scuole appoggiate sulla piazza come su un set di cinema apocalittico, una “pekara” e un negozio di vestiti già da tempo falliti e con le insegne sbiadite. I colori di queste camminate mattutine restano solo nel disegno sull’asfalto di un variopinto gioco di ruolo, tipo un “giro dell’oca” sempre pronto all’uso, una panchina rossa dove spizzicare una merenda e dei cuscini appoggiati ai muretti attorno a quei tre alberi spelacchiati, unici testimoni di vita.

 

Davanti a uno schermo…

I bambini, i protagonisti della piazza, all’occorrenza potevano trasformarla in un parco giochi o meglio nel prolungamento del corridoio della scuola dove poter gridare la propria gioia. Ogni mattina con loro era un Carnevale, per riportare alla vita un’intera parte del quartiere invecchiato male, ormai ridotto a semplice dormitorio nel pieno centro della città. Gli stessi bambini e adolescenti che da mesi si sono ritrovati forzatamente davanti a schermi luminosi, tablet e smartphone tolti ai genitori, nell’attesa del collegamento con l’insegnante per proseguire il loro pomeriggio nel buio della loro stanza a sconfiggere orchi, incontrare fate o tagliare frutta e verdura con katane affilate. Ricevono o perdono crediti virtuali e caramelle in gran quantità, con l’unico vantaggio di non rovinare le famiglie con spese folli e di non assorbire zuccheri.

 

Ray dai mille tic

Torna alla mente un racconto del neurologo e scrittore Oliver Sacks, “Ray dei mille tic”. Il racconto di un ragazzo, Ray, affetto da sindrome di Tourette, un disturbo neurologico caratterizzato da tic multipli, riuscito a curarsi con un farmaco che gli consentiva di calmarsi per poter affrontare il lavoro e la quotidianità. Il fatto è che Ray non si riconosceva in una vita calma, perché quei tic lo rendevano unico agli occhi di sé stesso e degli amici. La medicina gli impediva di lasciarsi andare nelle sue improvvisazioni come batterista jazz. In fondo non lo aveva chiesto lui di essere un altro, diverso da quello che era prima. Così in una “normalità” difficile da sostenere, prese la decisione di interrompere la somministrazione della sostanza per ritornare ad essere “sé stesso”: caustico, frivolo, scomodo ai molti, ma ispirato da mille unici tic.

Piccolo principe, un progetto realizzato dal gruppo Kamov

E se invece i nostri bambini e gli adolescenti si abituassero alla nuova “sostanza inconsistente” fatta di “uni e zeri” che scorrono nelle vene della fibra ottica? Se si adattassero a vivere una vita di studio e gioco in solitudine? Una vita che impostata dalle norme del distanziamento sociale, nella morsa dell’assuefazione della didattica a distanza e dei videogiochi non riesce più a rifluire con spontaneità nelle aule e palestre delle scuole e tantomeno nelle strade e piazze delle nostre città.

 

Gli spazi di gioco

Sappiamo che il cervello è flessibile, possiede una plasticità e nella nuova condizione imposta svilupperebbe condizionamenti al comportamento e forse nella personalità dei ragazzi. Questo si tradurrebbe in vere e proprie nuove connessioni neurali, che non si ricollegano con la stessa velocità di cavi e non si riscrivono in pochi minuti come codici per accedere alle connessioni Internet. Alle maestre e agli insegnanti occorrerà anche occuparsi di loro quando dovranno ritornare nelle aule, nelle piazze e nei campi da calcio? Forse occorrerebbe pensarci già adesso, mentre siamo in questa fase che si preannuncia ancora lunga nonostante le prime dosi di vaccinazione.

 

I contesti alternativi

Occorre riorganizzare una strategia più complessa per ridisegnare quei contesti alternativi fondamentali che li motivino a studiare con piacere e a recuperare il confronto tra loro. Non ci si può più accontentare di spedire via email i compiti di matematica, storia e geografia o rispondere a qualche domanda dell’insegnante e viceversa. Da sempre i bambini trovano nella merenda durante l’intervallo in cortile, nei giochi all’aperto e nell’incontrarsi fuori dalla classe, le giuste spinte allo studio. Nel caso delle scuole di Sušak, come in tutte le scuole del mondo si realizza pienamente la funzione alla conoscenza quando gli spazi neutri e contigui, come una piazza ad esempio, si trasformano in luoghi di gioco. Perché il gioco è alla base della conoscenza in un’età che chiede principalmente solo quello e se non possono più prenderselo da soli allora dovrebbero essere gli adulti a trovare le soluzioni per ridarglielo. I ragazzi trovano ogni giorno la giusta spinta per rimanere delle ore sui banchi di scuola grazie a quella “connessione” fisica con gli ambienti adiacenti alle scuole, con lo scambio di parole tra grandi e piccoli nei corridoi e negli spazi condivisi all’aperto.

 

Il reale è un confronto faticoso

Quali risposte immediate poter dare? La parola va agli insegnanti e pedagoghi nel metterli nelle condizioni tecnologiche e finanziarie per affrontare la questione. Si è caduti nella didattica a distanza impreparati, ma spero si farà tesoro di quest’esperienza considerando tutti i pro e i contro e le conseguenze generate. Se accadesse che in modo simile al racconto di Sacks, ritrovare una “normalità” fosse un processo spiazzante? Un esempio è quello che accade sulla qualità dell’attenzione e sulla discriminazione a cui si assiste nell’uso della didattica a distanza. Alcuni insegnanti riportano che nelle ore di lezione svolte in didattica online i ragazzi sono più preoccupati nel vedere e carpire ciò che accade dietro il primo piano dell’interlocutore, che sia insegnante o compagno d’aula virtuale. Si preferisce cogliere i momenti privati per poi giudicarli, come in un grande fratello, piuttosto che restare concentrati nel comprendere il messaggio di quanto comunicato. Nel caso dell’insegnante invece il confine pubblico-privato, su cui si fonda l’autorità, si mescola e si confonde mentre nel rapporto alunno-alunno, si realizzano lievi situazioni di cyberbullismo mettendo in evidenza e spesso in disagio l’uno sull’altro. Basta ad esempio far pesare al compagno di studio quanto la sua camera sia piccola e disadorna, fare qualche domanda impropria che evidenzi la sua situazione familiare che appare appena dietro alle sue spalle.

 

Ritrovarsi a teatro…

Ecco pensarsi in uno spazio neutro e all’interno di un gioco, magari che usi anche il fisicità del corpo, consente di azzerare ogni differenza per riportare nei giusti termini la questione. Ad esempio, perché non immaginare nella vita online di questi giorni a situazioni dedicate ai “giochi di ruolo”; un “giro dell’oca” che prevede la risoluzione di problemi, il lavoro di squadra in un contesto ludico, con riavvicinamenti anche nel mondo reale, magari a gruppi alternati di due o tre? Si ricostruirebbe una forma di socialità perduta, che si affiancherebbe all’attività didattica classica online e in questo modo il rientro a scuola sarebbe più graduale. È proprio di questi giorni l’iniziativa che sta prendendo forma tra il Dramma Italiano “off” e le scuole italiane di Slovenia e Croazia per creare quattro video-puntate legate da una storia comune, materiali didattici specifici e momenti interni al video interattivi e che vedranno la presenza del gruppo italiano dei bambini di Kamov. Il tema principale è la vita di un grande teatro nazionale come l’Ivan de Zajc di Fiume e i suoi dipartimenti di danza, musica e prosa. In accordo con gli insegnanti le puntate verranno commentate e analizzate online e prepareranno i bambini a ritornare nel teatro come luogo che trova la sua piena realizzazione nel rapporto tra attore e spettatore nello spazio fisico della sala teatrale.

 

Evitare le scorciatoie

Ma cosa accadrà una volta tornati nelle aule scolastiche se ci sarà un taglio così brusco e netto? Senza aver fatto troppo tesoro di quanto accaduto? Dal momento che la mente compie sempre delle scorciatoie, delle euristiche non sarebbe più semplice per i bambini e adolescenti starsene nel buio di una camera a scaricare applicazioni e giocare a video games che confrontarsi con la pesantezza del corpo e la complessità del reale? L’impressione è che il ritorno alle aule neutre e agli spazi aperti sarà disorientante e faticoso per insegnanti e studenti.

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