Ieri, 20 marzo, sul palcoscenico del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume (alle 12 l’anteprima e alle 18 la prima), ha debuttato “Nonna ha perso il filo”, testo scritto e diretto da Massimiliano Cividati, interpretato dagli attori del Dramma Italiano Ivna Bruck, Serena Ferraiuolo e Giulio Settimo. Lo spettacolo prende avvio dall’albo illustrato di Iva Bezinović-Haydon “Mia nonna non sa chi sono”, ma il suo approdo teatrale se ne distacca presto, cercando una forma autonoma, più esposta al rischio dell’ambivalenza e quindi più fertile sul piano scenico. La materia è quella, ardua e refrattaria alla rappresentazione, della perdita progressiva della memoria. Eppure la pièce evita con intelligenza sia il patetico sia il didascalico. Preferisce invece muoversi in una zona più sottile, dove l’infanzia incontra il disordine dell’età estrema e scopre, troppo presto, che l’amore non garantisce comprensione, che la prossimità affettiva non mette al riparo dallo smarrimento, che persino il volto più familiare può diventare, a un tratto, distanza.
Il reale che si incrina
In questo senso la scrittura scenica di Cividati possiede un tratto preciso. Sa che il teatro, quando affronta temi di questa natura, fallisce nel momento in cui pretende di spiegare tutto. Per questo costruisce un congegno drammaturgico che lascia filtrare il pensiero attraverso immagini concrete, elementi quotidiani, piccoli slittamenti del reale. Il sorriso che attraversa lo spettacolo non alleggerisce il tema per addomesticarlo. Lavora piuttosto come una fenditura, come un varco minimo attraverso cui il pubblico può accedere a un nucleo durissimo senza esserne respinto. È una leggerezza che non banalizza, una misura che sa quanto sia necessario, soprattutto davanti ai bambini, non eliminare l’ombra ma darle una forma abitabile. A incrinarsi non è soltanto il ricordo, ma la possibilità stessa di collegare le cose. È uno slittamento impercettibile, come quando qualcosa è ancora lì, perfettamente visibile, ma smette di essere raggiungibile.
Il corpo svuotato
Il centro iconico dell’allestimento è naturalmente la nonna (Serena Ferraiuolo), affidata a un pupazzo di grande forza figurativa, creato da Luči Vidanović. Qui la scelta si rivela decisiva. Quel corpo costruito, a grandezza umana, con le sue mani nodose, le gambe lignee, il volto scavato, gli occhi ingranditi fino a una fissità stupita, sottrae la malattia al naturalismo e la porta in una regione più perturbante. La nonna appare insieme presenza e involucro, figura tenera e quasi spettrale, persona e simulacro. Proprio questa ambivalenza fa del puppet una trovata scenica forte. L’Alzheimer, del resto, investe il corpo senza cancellarlo, lascia intatta una fisionomia e insieme la svuota di continuità, interrompendo il nesso tra gesto, parola, memoria, riconoscimento. Quel fantoccio, seduto in scena come una reliquia domestica ancora attraversata da un residuo d’esistenza, dà forma con impressionante esattezza a questa frattura. È la stessa logica che lo spettacolo traduce altrove nell’immagine dei barattoli, contenitori ancora presenti ma sempre meno capaci di comunicare.
La casa come reliquia mentale
Anche la scenografia concorre a tale effetto. Il lavoro di Ivan Botički, autore di scene e costumi, costruisce un ambiente essenziale ed evocativo, dove ogni elemento emerge da una memoria sedimentata più che da una ricostruzione realistica. I costumi, puliti e rigorosi, si accordano a questa dimensione senza fissare un tempo, contribuendo a una continuità visiva coerente. Gli ambienti delineano una casa novecentesca filtrata dal ricordo, con accenti agè nello spazio della nonna e più moderni in quello di Bruno e della figlia Sara, senza irrigidirsi in una definizione filologica. Sono interni riconoscibili e lievemente dislocati, come luoghi che persistono dentro di noi quando la loro consistenza si è incrinata. In scena la casa si fa superficie mentale, spazio in cui gli oggetti restano mentre il nesso che li univa si allenta. Il fondale video sullo sfondo rilancia disegni, oggetti e gesti quotidiani, fino ai biscotti alterati dal sale, immagine dello scarto tra cura e smarrimento. Fondamentale il disegno luci di Predrag Potočnjak, che con finezza modula la scena e ne accompagna le variazioni emotive.
Tre interpreti, una sola ferita
Dentro questa cornice, Ivna Bruck, nel ruolo della piccola Sara, consegna al palco un lavoro di notevole forza e sensibilità. La sua recitazione, inizialmente energica e luminosa, si orienta progressivamente verso un punto di verità nelle esitazioni, nelle pause, nei minimi scarti della parola e del corpo. La tristezza si deposita per gradi, affiora nei vuoti, nelle attese, nella rabbia e nell’incomprensione, nella fatica di reggere una situazione che nessuna razionalità infantile può contenere. È in questa trattenutezza che si rivela la qualità della sua presenza scenica. Bruck intercetta la ferita senza sovraccaricarla, restituendo con precisione quel nodo di paura, delusione e ostinazione affettiva che accompagna una bambina quando il mondo adulto perde coesione. In questo spazio si innesta l’incontro con il cane, figura segnata da una mancanza che si fa rifiuto e chiusura. Al suo invito a sottrarsi al legame, Sara oppone la necessità di chiedere perché. Solo così ciò che ferisce, come una spina nella zampa, può essere visto e forse compreso. È qui che matura il gesto più difficile, il ritorno alla nonna, l’abbraccio nonostante il maglione sbagliato, il corpo svuotato, le parole che non tengono più.
Variazioni di esistenza
Giulio Settimo, chiamato a una pluralità di personaggi, imprime allo spettacolo un dinamismo netto e calibrato. Il babbo Bruno, il maestro, l’insegnante di musica, il cane prendono forma come variazioni distinte di una medesima energia attorale, governata con intelligenza tecnica. Settimo restituisce la struttura mentale del padre, il riflesso quasi automatico verso la soluzione, il temperamento di chi organizza e affronta il disordine come se attendesse sempre un metodo. Quando il registro si sposta verso figure più eccentriche o laterali, la sua presenza si fa più mobile ed esuberante, senza perdere precisione. Serena Ferraiuolo, animando la nonna-pupazzo, entra in questa architettura con una funzione particolarmente delicata, darle voce e anima, rafforzata dalla scelta di renderla quasi un doppio del corpo in scena. Quando la nonna si sottrae ulteriormente al mondo, la sua voce diventa una seconda materia scenica, che rende udibile una presenza sempre più distante e tuttavia persistente. Ferraiuolo lavora con misura e precisione, costruendo una linea vocale densa e trattenuta. La sua prova aggiunge profondità alla figura della nonna, come se il corpo del puppet e il suono della voce appartenessero a due tempi diversi della stessa esistenza.
Quando il legame non sa più nominarsi
Il punto più interessante di “Nonna ha perso il filo” sta forse nell’assumere l’infanzia non come luogo dell’innocenza, ma come spazio di elaborazione. Il bambino non viene sottratto alla complessità, vi è introdotto con una cautela che non coincide con alcuna forma di attenuazione. Cividati sembra sapere che i più piccoli colgono più di quanto gli adulti ammettano e che l’arte per l’infanzia tradisce quando riduce il reale a formule rassicuranti. Il vero tema non è soltanto la malattia, ma la crisi del riconoscimento, il momento in cui chi abbiamo amato non riesce più a nominarci e siamo costretti a chiederci che cosa resti del legame quando la reciprocità si spezza.
Qui lo spettacolo tocca un punto insieme filosofico e intimissimo. Che cosa tiene una relazione quando la memoria cede? Che cosa permane quando l’identità si rivela fragile? Quando il filo non funziona più e la voce non passa, lo spettacolo non cerca consolazioni ma una verità più essenziale. “Il filo non funziona più, ma lei è ancora qui e io sono ancora qui”. In questa immagine si condensa qualcosa di radicale. Il legame sopravvive alla propria crisi e continua a esistere anche quando non può più riconoscersi. Non è più comprensione né reciprocità, ma una presenza che insiste, una prossimità senza garanzie, un resto che nemmeno la perdita riesce a cancellare.









Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































