Il dialetto, la lingua dell’anima

A Palazzo Bradamante a Dignano è stata presentata l’ultima silloge di Loredana Bogliun, «Par Creisto inseina imbroio»

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Il dialetto, la lingua dell’anima
Loredana Bogliun si rivolge ai presenti. Foto: CARLA ROTTA

Poteva Loredana Bogliun non portare la sua ultima silloge a Dignano? No. Impossibile. Così, i versi in istroromanzo di “Par Creisto inseina imbroio” (ed. Book editore; 2021) hanno trovato il loro giusto salotto all’estivo di Palazzo Bradamante. Nel pubblico, naturalmente, dignanesi, i familiari dell’autrice, il sindaco e il vicesindaco di Buie (Fabrizio Vižintin e Corrado Dussich), Elis Geromella Barbalich (che firma la postfazione dell’opera), Elis Deghenghi Olujić, Laura Marchig (che ha presentato il volume a Umago) e altri estimatori dell’autrice e della sua arte. La serata ha avuto bellissimi e apprezzati commenti musicali di Massimo Piccinelli. Per la cronaca, un pizzico di passato è stato dato da una coppia di bambini nei costumi tradizionali.

Mantenimento dell’antico idioma
Ai presenti i saluti del presidente della locale Comunità degli Italiani, Livio Belci, che ha collocato la serata nel discorso culturale del sodalizio che passa anche attraverso la promozione degli autori della CNI. Loredana è figlia di Dignano e nei suoi scritti “esprime la volontà di esistere e resistere” della nostra gente, volontà che si rispecchia pure nel mantenimento dell’antico idioma.
Breve intervento dell’autrice, per salutare il pubblico e ringraziare i padroni di casa, per poi cedere la parola a Mauro Sambi, che ha offerto una lettura a tutto campo della poesia della Bogliun. Non solo quella della silloge, perché ha spaziato anche nei precedenti versi e nelle precedenti rime di Loredana.
“Loredana è una delle voci più significative della scrittura della CNI. Dignano le ha dato la vita e la lingua”, ha detto, ricordando poi i precedenti appuntamenti letterari proprio a Dignano per promuovere “Graspi” e “Sfise”. “Accetto gli inviti di Loredana con ansia, perché il rischio di ripetermi è elevato e vivere di rendita in un ambito è tradire sé stessi… Ma la poesia dell’autrice è un fiume già formato, continua un discorso già in atto; il libro si chiude a cerchio e torna agli inizi. Si ha la sensazione che la poesia di Loredana viva da sempre, sia respiro, inizio e fine sempre alla stessa distanza.” Titolo potente e suggestivo, a detta di Sambi, quello scelto da Loredana per la sua fatica, comunque sdoganato dal dolorismo cattolico. Leggere le poesie di Loredana attraverso la chiave offerta da Sambi è a sua volta arte altissima.

La dimensione dialettale
La conferma per voce della poetesse, in risposta a Mauro, che chiedeva “Ho azzeccato?”. “In pieno – la… sentenza di Loredana -. Entrare nella dimensione del libro è maestria infinita e ti ringrazio”. Poi, nel raccontarsi, ha detto di scrivere poesia da sempre, è stato un percorso di crescita. Perché in dialetto? “È l’unica lingua nella quale posso scrivere; appartengo alla dimensione dialettale” e dopo ciò ha rievocato gli anni confusi nei quali “la nostra gente era sparita… ed era necessario mantenere la favella, è la lingua della mia anima”. Il libro è dedicato ai genitori, “per quello che mi hanno dato: la vita”.
E per concludere una lettura di poesie: un bouquet di fiori composto da Manuela Geissa, che con la sua voce drammatica (è un complimento, beninteso) ha trasmesso nostalgia, ragionamenti, dubbi, ricordi e altro che Loredana ha messo in versi.

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