Il design: è una forma di poesia solida e tridimensionale

A colloquio con l’architetto meneghino Matteo Ragni, coinvolto nella mostra «Rosso - Il colore della passione» visitabile a Zagabria negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura

Matteo Ragni Foto: Max Rommel

Il design è uno dei più grandi poli d’attrazione culturale ed economico dell’Italia. Il design è anche uno dei motivi principali per cui il resto del mondo guarda all’Italia come a un punto di riferimento. Ma che cos’è il design italiano? Da cosa lo riconosciamo?

 

Per tentare di dare una risposta a questi, ma anche ad altri interrogativi abbiamo conversato con l’architetto e designer milanese Matteo Ragni coinvolto dall’Istituto Italiano di Cultura (IIC) di Zagabria nel programma della mostra “Rosso – Il colore della passione”, organizzata nell’ambito della Giornata del design italiano 2020. L’esposizione, allestita negli spazi dell’IIC di Zagabria, può essere visitata gratuitamente fino al 12 novembre. A Ragni, gli organizzatori dell’evento hanno affidato l’incarico d’illustrare, in occasione dell’inaugurazione della mostra la situazione attuale nel design italiano e internazionale. Temi, questi, che abbiamo affrontato anche nell’ambito dell’intervista che ci ha voluto concedere.

L’estetica e lo stile che contraddistinguono il design italiano sono ammirati e copiati in ogni angolo del globo terrestre. Cosa rende il design italiano tanto particolare da riuscire a influenzare il gusto di tutto il mondo?
“Sono molto felice e orgoglioso di rappresentare l’Italia e l’Italian way of design in queste occasioni di celebrazione. Però sentirmi dire che sono un designer italiano di per sé non lo considero un complimento. Si tratta di una definizione quasi anagrafica e geografica. Credo che la cosa più importante per il nostro ambito di designer sia trovare la propria strada e identità. Ho avuto la fortuna di nascere e vivere in un Paese dove la cultura del bello è all’ordine del giorno. Però, ognuno di noi fa grande il proprio Paese impegnandosi a dare il meglio di sé in ciò che fa.
Il tema dell’heritage e della riconoscibilità del design italiano è dato più da un’attitudine che da uno stile formale. Un’attitudine alla vita, a come si vive giorno per giorno la propria esistenza. Noi italiani siamo abituati a essere un popolo di grandi artigiani che hanno la cultura del bello e del ben fatto. Credo che questa sia una caratteristica molto importante del design italiano.
Se ci fosse una ricetta per il buon design, il design sarebbe lo stesso in tutto il mondo. La caratteristica del design italiano è essere italiano, nel senso che riflette la nostra cultura, le nostre tradizioni e il legame che abbiamo con il nostro territorio. Noi italiani abbiamo l’immensa fortuna di essere circondati dal bello e di essere gli eredi di una grande cultura. La sfida più grande per noi è di riuscire a rapportarsi alla nostra storia e cultura in chiave contemporanea”.

Dall’ottica del business, un prodotto di design si crea per qualcuno o con qualcuno, se per qualcuno intendiamo un imprenditore o un’azienda?
“Spesso si dice che il design italiano è diventato grande grazie ai designer italiani. Penso invece che il successo del design italiano sia merito dell’alchimia che si crea tra un’azienda e un artigiano o se preferite tra un imprenditore e un designer. Questo succede solo in Italia. In tutto il mondo esistono designer bravi, come ci sono aziende interessanti e molto capaci. Però, questo rapporto viscerale, quasi d’amore, che si crea tra quel che si suol dire un imprenditore illuminato e un designer che cerca di alzare un po’ l’asticella del progetto è secondo me la grande fortuna dell’Italia e del design italiano.
Affinché il binomio tra un imprenditore e un designer possa funzionare è indispensabile che tra i due scatti un’affinità di coppia poi, come nei rapporti personali ci sono dei matrimoni che durano una vita e altri che si consumano in ventiquattrore. Sicuramente il designer progetta con un imprenditore, assieme a una persona e a un’azienda. Chiaramente, entrambe le entità devono lavorare per un mondo reale. Quindi non rincorrendo un’utopia slegata dalla realtà. Bisogna lavorare per soddisfare le esigenze reali del potenziale consumatore”.

Qual è la sfida con la quale si devono confrontare i designer di oggi per non risultare antiquati un domani?
“I designer solitamente sono dotati di una vista più ‘aguzza’ rispetto a quella delle persone ‘normali’. Abbiamo questa grande forza, come progettisti, di guardare al passato e prendere una grande rincorsa verso il futuro. Come quando si fa il salto in lungo, dove più corri per raggiungere il tuo scopo e più lontano andrai.
Il problema più grosso di molti designer e che a volte sono troppo legati al passato, ossia che sono ancorati a una concezione vecchia del consumo e dell’impresa. Oggi il designer deve essere una sorta d’impavido eroe che aiuta l’imprenditore a buttarsi con grande slancio, ovvero con fiducia verso il futuro, che chiaramente, nessuno di noi è in grado di prevedere”.

I designer sono consulenti, tecnici o artisti?
“Per me il design rappresenta una poesia solida o se preferite tridimensionale e dunque qualcosa di molto concreto. Mi piace pensare che il designer è una sorta di consigliere, quasi un amico fraterno di un imprenditore, che non cerca di rubargli i soldi con le consulenze o le royalty, ma che si sforza di cerca di crescere assieme a lui. Questa è una cosa nella quale credo e che cerco di trasmettere ai miei clienti.
Purtroppo, spesso e volentieri si tende a pensare che i designer sono degli artisti che hanno un’ispirazione divina, quasi di notte sognassero grandi progetti, e che gli imprenditori devono subire questi talenti o visioni a proprie spese. Oggi più che mai il designer deve essere un amico, un compagno di viaggio per un imprenditore che ha voglia d’investire nel futuro”.

Per produrre un design di qualità è più utile la creatività o la formazione?
“Credo sia necessario un mix di entrambe le cose. Ci sono designer talentuosi che non hanno frequentato nessuna scuola e grandi tecnici preparati dal punto di vista operativo che rendono reali delle intuizioni geniali di qualcuno che non è un designer. Quella del designer è una professione molto seria e scientifica che si può affinare e imparare, non tanto a scuola, che però aiuta, quanto con l’esperienza. E l’esperienza arriva soltanto dopo che si sono subiti tanti fallimenti. Insomma, più esperienza uno accumula e più bravo diventa. Chiaramente una buona dose di talento aiuta a velocizzare questo processo”.

Conosce il design croato? Ha avuto modo di collaborare con partner (aziende, designer…) croati?
“Sono amico dei titolari dello Studio Sonda (ha sede a Visinada, nda), che ho conosciuto in occasione di una fiera. Ci siamo frequentati anche in un paio di occasioni quando ho trascorso le vacanze in Croazia. Nell’area ci sono molte aziende interessanti. Quella che conosco meglio, perché mi sembra la più proiettata verso il mercato internazionale si chiama Prostoria (il quartier generale ha sede a Sveti Križ Začretje, nei pressi di Krapina, nda). Ha una concezione molto contemporanea ed è a mio parere un buon esempio di come le aziende possano affrontare il mercato in un modo un po’ diverso che limitandosi a fare i soliti terzisti e produrre per altri marchi. Ho notato in loro l’orgoglio di essere editori di prodotti e non solo più fornitori di componenti”.

A Zagabria è possibile ammirare la mostra “Rosso – Il colore della passione” dedicata al design italiano. Qual è la prima associazione che le viene in mente quando pensa al rosso e perché questo colore è così ricorrente nel design e nella moda italiana (Rosso Valentino, Rosso Ferrari…)?
“Il rosso è un codice cromatico potente che attira l’attenzione. È un colore che può essere visto in due modi. Il primo è l’allerta, cioè indica il pericolo e segnala che è il momento di fermarsi, basti pensare al segnale stradale dello stop. Inoltre, se vedo il rosso penso al sangue, a qualcosa che è viscerale e dentro di noi.
Il secondo abbinamento, più poetico, è quello con la passione. La passione delle emozioni che passano dentro il nostro corpo. Insomma, è un colore molto bello perché può essere visto da tanti punti di vista. Un colore che sprigiona un’energia incredibile. Pensiamo al rosso della lava, l’energia allo stato puro. Chiaramente molte aziende si sono appropriate di questo colore per farlo diventare un elemento di design”.

Che consiglio si sente di dare a un giovane che pianifica d’intraprendere la carriera del designer?
“Ognuno deve trovare la propria strada. Seguire le proprie inclinazioni e le proprie passioni è la cosa più bella, perché bisogna lavorare con piacere e con la voglia di fare, senza sentirsi costretti a fare un lavoro che non ci piace. Se l’idea di diventare designer lo rende felice, lo incentiverei sicuramente a intraprendere questa carriera, con l’avvertimento che non è una strada in discesa. Non è quello che ci raccontano le riviste. Parliamo di un percorso molto contorto e faticoso, ma che può riservare tantissime soddisfazioni se lo s’intraprende con serietà”.

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