Il confine dell’Europa tra stereotipo occidentale e autorappresentazione

Uno sguardo critico sulle immagini della violenza e del post-conflitto sul grande schermo

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Il confine dell’Europa tra stereotipo occidentale e autorappresentazione
Foto Armin Durgut/PIXSELL

Nel cuore dell’Europa eppure in qualche modo un mondo lontano, vicini e distanti allo stesso tempo: i Balcani sono da sempre percepiti come un territorio altro rispetto al mondo occidentale, affascinanti e inafferrabili. Nonostante la vicinanza geografica, gli sviluppi storici e culturali di questo territorio hanno fatto sì che si creasse una certa distanza nella percezione che le società occidentali hanno riguardo ai Balcani, percezione in gran parte condizionata dai conflitti che si sono susseguiti nei secoli nell’area.

Non di rado infatti accademici, politici e mass media hanno ritratto la regione ricorrendo a stereotipi negativi. Nel 1978 lo scrittore statunitense di origine palestinese Edward Said elaborò il concetto di Orientalismo per descrivere il processo attraverso il quale il mondo occidentale descrive il suo altro, ovvero l’Oriente, come dimensione arretrata e sottosviluppata. Secondo Said, l’Oriente non rappresenterebbe uno spazio geografico definito ma piuttosto un’idea costruita mentalmente e culturalmente attraverso narrative reiterate. Nel suo libro “Immaginando i Balcani” del 1997 la storica bulgara Maria Todorova ha applicato il concetto di Orientalismo alla regione dei Balcani, area che secondo lei sarebbe percepita come strettamente legata alle nozioni di irrazionalità e violenza e considerata non al passo con lo sviluppo del mondo occidentale. Gli studi di Said e di Todorova sono fondamentali per comprendere le rappresentazioni cinematografiche dei Balcani e come sono state recepite dal pubblico occidentale.

 

Un concetto nuovo

La percezione negativa da parte dell’Occidente nei confronti dei Balcani risale al XIX secolo, quando la crescita dei nazionalismi e il declino della dominazione dell’Impero Ottomano nell’area diedero vita a conflitti, che culminarono con le Guerre balcaniche negli anni 1912 e 1913. All’epoca l’attenzione internazionale si focalizzò sempre di più sulla regione e venne così individuato come casus belli della Prima guerra mondiale l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, identificando in questo modo le radici di tale conflitto di portata globale nell’area dei Balcani. La disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico e di quello Ottomano alla fine della Grande Guerra e la conseguente formazione di nuovi Stati nella regione portò alla diffusione del concetto di Balcanizzazione, che ancora oggi viene associato al violento processo di frammentazione di Stati multietnici in Stati più piccoli ed omogenei. L’idea di Balcanizzazione conobbe nuovamente fortuna durante le Guerre jugoslave negli anni ’90 del secolo scorso, che portarono alla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. In quel decennio i luoghi comuni occidentali riguardanti la regione vennero recuperati e diversi autori, confrontando le Guerre balcaniche con i conflitti in corso, concordarono sul fatto che l’area fosse strutturalmente soggetta ad ostilità ricorrenti.

Scrittori e diplomatici

Le reazioni delle società occidentali alle Guerre jugoslave furono perciò costruite su ripetuti stereotipi secondo i quali la regione dei Balcani sarebbe stata familiare e predestinata alla violenza, a sanguinosi conflitti e a un antico odio tra i popoli che la abitano. Questa interpretazione semplicistica venne elaborata anche da autori di un certo rilievo. Nel suo libro del 1993 “Gli spettri dei Balcani: un viaggio attraverso la storia” lo statunitense Robert Kaplan sosteneva che la tendenza intrinseca degli abitanti della zona alla violenza poteva essere esemplificata dal fatto che, secondo lui, i primi episodi di terrorismo del XX secolo si erano verificati nei Balcani, con gli attacchi compiuti dall’Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone, che lottava per l’indipendenza della Macedonia nei primi anni del 1900. Il diplomatico statunitense George Frost Kennan invece riscontrò significative somiglianze tra le Guerre balcaniche del 1912-1913 e i conflitti alla fine dello stesso secolo, la più evidente delle quali era la diffusa brutalità. Questa brutalità, secondo Kennan, era spiegata dalle profonde radici di ostilità e odio presenti nella regione, sia nel presente che nel passato.

Violenza e guerra

La rappresentazione stereotipata dei Balcani è stata attuata anche nel cinema, non soltanto da parte di registi occidentali ma anche di diversi registi provenienti dall’area. Questi ultimi hanno internalizzato e reiterato tale narrativa, dando vita ad un fenomeno di auto-esotismo volontario, come definito dall’esperta di cinematografia Dina Iordanova. Questi registi, secondo lei, accoglierebbero e riproporrebbero nelle loro pellicole la costruzione stereotipata dei Balcani portata avanti dai colleghi occidentali, dando vita ad opere cinematografiche che riscuotono successo tra il pubblico occidentale stesso perché propongono una rappresentazione che coincide con le loro convinzioni. Come spiega Iordanova, offrire un’immagine dei Balcani conforme al punto di vista stereotipato e acritico del pubblico rappresenterebbe una strategia che assicura ai registi dell’area una certa visibilità tra l’audience occidentale. L’obiettivo principale dell’auto-esotismo volontario presentato in alcuni film balcanici è quello di intrattenere il pubblico in Europa e Nord America, attraverso un processo di auto-balcanizzazione che vuole deliberatamente sottolineare i contrasti tra i Balcani e il mondo occidentale. Questi film affrontano temi quali la violenza, la guerra e l’irrazionalità associati ai protagonisti; tutti questi elementi contribuiscono ad accentuare la distanza culturale tra le due sponde dell’Europa.

Kusturica: il grottesco

I film che reiterano una narrativa di auto-balcanizzazione sono stati prodotti principalmente durante gli anni ’90 del secolo scorso, in concomitanza con lo svolgersi dei conflitti nell’area. Al centro di queste pellicole ci sono solitamente tematiche relative alla guerra e al processo di dissoluzione della Jugoslavia. Gli elementi rappresentati quali rivalità etniche, conflitti, frammentazione e violenza sono affrontati come strutturali dell’area balcanica e suggeriscono agli spettatori l’esistenza di una netta distinzione, sia spaziale che temporale, della regione dal resto del continente pacifico e “civilizzato”. In questo modo la rappresentazione cinematografica dei Balcani riflette in parte il resoconto che i giornalisti corrispondenti di guerra dall’area fornivano in quegli anni, andando incontro e rafforzando le aspettative del pubblico occidentale. Uno dei rappresentanti più celebri di questo genere cinematografico è il regista bosniaco Emir Kusturica: la sua narrativa ricorrente di auto-balcanizzazione ha reso le sue pellicole famose in tutto il mondo e particolarmente apprezzate in Occidente, mentre vengono spesso considerate controverse dal pubblico dell’area in questione. Nei film di Kusturica i protagonisti, solitamente uomini, sono grezzi e aggressivi e tra gli elementi ricorrenti appaiono l’ipermascolinità e il grottesco. Uno tra i film più celebri di Kusturica è senza ombra di dubbio “Underground”, uscito nelle sale nel 1995. La storia si svolge a Belgrado ed incrocia gli avvenimenti storici relativi ai decenni di vita della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia – dalla Seconda guerra mondiale alle Guerre Jugoslave – alle vicende private dei protagonisti, Marco e Blacky, indissolubilmente legate a quelle storiche. Attraverso i diversi periodi temporali rappresentati nel film, sono costantemente presenti elementi quali il caos, i combattimenti e una sessualità violenta. I personaggi maschili sono gli unici responsabili degli eventi e delle conseguenze di questi, e il fil rouge delle loro azioni sono la conquista e il mantenimento del potere e l’oppressione reciproca. Al contrario, il ruolo della donna – esemplificato nel personaggio di Natalija – è privo di qualsiasi azione deliberata e consiste nella sopravvivenza all’ambiente ostile creato dagli uomini.

Il periodo post-bellico

Esiste tuttavia una produzione cinematografica di registi balcanici che presenta una prospettiva differente da quella auto-balcanizzante appena illustrata. A partire dal XXI secolo è infatti emersa una nuova ondata di film che, attraverso un approccio critico, affrontano questioni legate alla guerra e al periodo post-bellico, includendo tematiche come la riconciliazione, il trauma e la corruzione delle istituzioni. Le protagoniste sono spesso e volentieri donne, i cui personaggi si sviluppano in un contesto bellico o post-bellico nel quale vengono rappresentate come soggetti autonomi e non più dipendenti e sottomessi dagli uomini. I film dimostrano una maggiore sensibilità, accuratezza e impegno politico, distaccandosi da qualsiasi rappresentazione stereotipata della regione. Molte registe di questa di questa nuova ondata sono donne, tra le quali si distingue la bosniaca Jasmila Žbanić. Tra le sue pellicole più celebri figurano “Il segreto di Esma” (2006), “Il sentiero” (2010) e “Quo vadis, Aida?” (2020): le storie vengono rappresentate attraverso le esperienze delle protagoniste femminili, che si trovano a fare i conti con l’esperienza della guerra e con le sue conseguenze. In particolare, ne “Il segreto di Esma” l’omonima protagonista si trova affrontare le conseguenze degli stupri subiti da parte di un soldato durante la guerra, dovendo da una parte fare i conti con il trauma subito e dall’altra svelare alla figlia adolescente la verità sul suo concepimento. Ne “Il sentiero” la protagonista Luna deve affrontare la trasformazione della sua relazione sentimentale quando il suo compagno, a seguito del contatto con una comunità musulmana integralista, cambia stile di vita rendendolo più aderente a dogmi religiosi, influenzando inevitabilmente il rapporto e le dinamiche della coppia. Infine, “Quo vadis, Aida?” ricostruisce i giorni del genocidio di Srebrenica del 1995, rappresentati attraverso l’esperienza della protagonista, Aida, che lavora come traduttrice nella sede del comando del battaglione olandese della missione ONU UNPROFOR a Potočari e allo stesso tempo cerca di mettere al sicuro il marito e i due figli maschi.

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