Il cinema muto e la fine del silenzio

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Il cinema muto e la fine del silenzio
Ma l’amor mio non muore con Lyda Borelli

Il mondo dei primi del Novecento è segnato dalla velocità e dagli eccessi; così, per accaparrarsi lettori, i giornalisti e gli intellettuali dell’epoca si lanciano in spericolati raid automobilistici. È il caso di Luigi Barzini, che parte da Pechino per raggiungere Parigi, in competizione con Edoardo Scarfoglio, che s’imbatte nel raid automobilistico New York-Parigi. È anche l’epoca delle eccentriche imprese, come quella del poeta D’Annunzio, che si fa fotografare nella carlinga dall’aereo insieme al campione Luiget, aviatore che raggiunge in aeroplano il record di 116 metri d’altezza; nello stesso anno, il 1909, Luigi Ganna vince il primo giro d’Italia. Sono anni d’oro per caffè chantant e cabaret, anni benvenuti per gli impresari che offrono i primi spettacoli del cinema muto: scene brevi, proiettate su teloni in uno dei tanti bui baracconi di periferia, dove il pubblico passa dallo sbalordimento alla commozione. Due amanti sul sofà, si scosta una tenda. È il marito! Lei si getta ai suoi piedi terrorizzata, lui freddamente guarda negli occhi il rivale, noi spettatori tratteniamo il respiro e il marito spara un colpo di pistola che riempie di fumo il telone. Finora solo gesti e occhiate sottolineate dal commento drammatico del pianoforte dal vivo. Il fumo si dirada e compare una didascalia: “Benvenuti nel cinema muto italiano delle dive”.

 

Le dive italiane

L’inimitabile presenza sullo schermo delle dive italiane è una delle sfaccettature dell’epoca del muto. Dopo il 1920 i teloni del cinematografo sono attraversati da attrici come Lydia Borelli, Francesca Bertini e Pina Menichelli con le loro gioie e le loro agonie rese con grandezza, sensualità e stile straordinario. Quello che oggi sarebbe considerato uno stile di recitazione ridondante allora era virtù: la natura spesso operistica della recitazione con costumi fantasiosi, trame sensazionali, personaggi bizzarri e danarosi, ma soprattutto donne, dive ultraterrene messe al centro delle trame su cui poggia spesso l’intero film. Non si può certamente parlare di opere dallo stampo femminista; la diva di solito interpreta il ruolo della donna addolorata, qualche volta femme fatale, vamp. Ma c’è qualcosa di speciale in questi film. Anche se il personaggio della diva può attraversare le classi sociali, generalmente i film si concentrano sull’alta società o su ambienti aspirazionali; anche le situazioni di rovina o di povertà sono pervase da un certo glamour. Il cinema è pensato come mezzo di comunicazione di massa in un contesto sociale moderno, urbanizzato. Nel libro “A nuova luce” lo storico del cinema Michele Canosa scrive: “Una diva non nasce dalla schiuma del mare, ma viene sparata fuori dalla metropoli brulicante[…]”. “[…] Il concetto era nuovo per lo schermo: un dramma spinoso, moderno, con una protagonista femminile. […] Ora i costumi e il circo dell’antica Roma competevano – aggiunge Canosa – con le ambientazioni moderne, la sartoria raffinata e le toilette à la page”.

Francesca Bertini in “Assunta Spina”

La rilevanza sociale

Questa versione mondana di un genere “made in Italy” divenne meglio conosciuta con il termine, poi diventato antiquato, di cinema “in tacchi e smoking”. Parliamo di film che non erano semplici spettacoli vuoti, all’epoca avevano una rilevanza sociale in quanto affrontavano temi come il divorzio, la vergogna, l’abbandono, la nascita di figli illegittimi… Temi importanti in un Paese fortemente cattolico che era in ritardo rispetto ad altre nazioni dell’Europa occidentale per quanto riguarda i diritti delle donne. Ma chi erano le dive? Durante la Prima guerra mondiale, uno dei periodi d’oro del cinema, Lyda Borelli, Pina Menichelli e Francesca Bertini erano le attrici italiane più famose, ognuna portava qualcosa di specifico al cinema.

Lyda Borelli

Lyda Borelli era sempre nell’occhio del ciclone, l’emozione fuori misura prendeva forma in un corpo espressivo. Attrice teatrale affermata, lanciò la sua carriera cinematografica nel 1913 con il film “Ma l’amor mio non muore”. Come attrice di palcoscenico, la recitazione cinematografica della Borelli fu molto influenzata dalle convenzioni teatrali. Stile unico, fluido e decadente che deliziò i suoi numerosi fan, caratterizzato da pose e movimenti danzanti basati su figure pittoriche; oggi si direbbe uno stile di recitazione “fuori moda”, ma molto apprezzato ai suoi tempi. Accanto a “Ma l’amor mio non muore”, tra i film più conosciuti vanno citati: “Rapsodia Satanica” (1917), un film decadente, sognante, con le musiche di Mascagni ispirato al Faust, in cui Lydia fa un patto col diavolo; “Fior de male” (1915) e “Malombra”, un melodramma gotico (1917).

Lyda Borelli

Francesca Bertini

Francesca Bertini, star del cinema glamour, fu la regina del cinema italiano negli anni ‘10, ottenendo più menzioni nella stampa cinematografica di qualsiasi altra attrice. È giusto dire che la Bertini vanta una maggiore varietà di ruoli rispetto alla Borelli e alla Menichelli e che propone uno stile di recitazione più realistico. Spesso in contrasto con Lyda Borelli, lo stile della Bertini è caratterizzato da un approccio più naturalistico, immedesimato e misurato. Francesca Bertini ebbe un ruolo molto attivo nella propria carriera, plasmando la propria immagine e scegliendo con cura i ruoli. Fondò, inoltre, la casa di produzione, Bertini-Film. Per lei l’anno di svolta fu il 1914 con l’uscita di Histoire d’un pierrot, in cui fu la prima attrice cinematografica italiana a interpretare un ruolo in abiti maschili. L’anno successivo vide un altro grande successo di critica e popolarità, Assunta Spina, probabilmente il suo ruolo più noto. Francesca Bertini interpretò anche ruoli classici come Marguerite Gauthier (La signora delle camelie, 1915) e Floria Tosca (La Tosca, 1918). Dopo il crollo dell’industria cinematografica italiana negli anni ‘20, cercò lavoro in Francia e Germania.

Francesca Bertini

Pina Menichelli

Dotata di un volto sorprendente, di una sensualità carismatica e di un approccio stilizzato, reso quasi astratto da un allontanamento alla retorica espressiva delle passioni, Pina Menichelli propone sullo schermo tutto il suo fascino. Le sue pose, antirealistiche e figurative, tendono al visuale come fine assoluto, punto di arrivo e non strumento di comunicazione con il pubblico come nel teatro. Non ha una caratterizzazione facile come la Borelli o la Bertini. Iniziando con la casa produttrice Cines, fu il suo passaggio alla casa di produzione Itala che la portò al successo, con il film “Il fuoco” (1915), diretto da Giovanni Pastrone. Altri suoi film chiave sono “Tigre Reale” (1916) e “La storia di una donna” (1920).

Pina Menichelli

Oltre la Santissima Trinità

A parte la “Santissima Trinità” delle tre dive, la lista sarebbe irrispettosa se non includesse Elena Makowska, Hesperia, Leda Gys, Elena Sangro, Soava Gallone, Diana Karenne, Italia Almirante Manzini, e Mercedes Brignone. Anche Rina di Liguoro, se andiamo un po’ avanti nel tempo e poi tante altre, incluse Maria Jacobini (1910 e 1920) e Carmen Boni (1920), considerate però entrambe più attrici che dive. I film delle dive sono tutt’altro che impeccabili, propongono spesso trame inafferrabili, la loro visione richiede tempo e concentrazione, eppure rivelano molte delizie. Oltre ai costumi, alla messa in scena e ai paesaggi la mia attenzione tenta di comprenderne le trame, per quanto sfuggenti possano essere. Alla fine, ciò che attrae di più del film è proprio la figura centrale della diva, la sua fenomenale presenza e il suo movimento sullo schermo, i suoi abiti, le sue lotte, i suoi trionfi e le sue sofferenze. La figura della donna eccessiva, scritta in grande sulla pellicola nell’Italia datata 1910.

“Il fuoco” con Pina Menichelli

Una lenta agonia

Il silenzio del cinema muto italiano finì con l’avvento del sonoro e delle prime serie USA. La grande industria italiana si sgretolò tra il 1925 e il 1928 in una lenta agonia. Le dive tramontarono sotto i colpi della produzione USA, che propose film pieni di prodigi tecnici venduti sottocosto per accaparrarsi i mercati. Alcuni produttori italiani cercarono di copiare la formala, ma invano. Il colpo di grazia arrivò da un procedimento tecnico destinato a rivoluzionare il mondo delle ombre: il sonoro. Nel 1929 Pittaluga presentò “Il cantante pazzo”, il primo film completamente insonorizzato. Il pubblico accolse con incertezza, tra scandalo e sgomento, Pirandello, furioso, protestò perché “hanno ucciso il silenzio”, ma l’anno dopo – quando a Roma verrà inaugurato il primo teatro della Cines dotato di impianti sonori –, sarà proprio lui, Pirandello, a vendere il primo soggetto – “La canzone dell’amore” – per il cinema italiano sonorizzato Non fu solo la fine del silenzio nelle sale, ma il delitto di un’epoca che non seppe dare agli stessi volti che avevano trovato la gloria nel cinema muto, le parole regalate dal sonoro. Per concludere citiamo Pirandello: “No, non soltanto il silenzio hanno ucciso, ma hanno ucciso anche gli occhi allargati dal nero fumo di Leda Gis, le mani sottili e bianchissime di Lyda Borelli, i lunghi fremiti che facevano aggrappare Francesca Bertini agli ampi tendaggi di velluto, il cilindro scettico di Bonnar, i crepuscolari languori di Maria Iacopini; hanno ucciso un’epoca”. Ai volti che senza voce avevano trovato la gloria in precedenza, nessuno seppe trovare, in seguito, la parola.

 

Il genere epico e Maciste

Al tempo dei pionieri e del cinema per 10 centesimi, era questo il prezzo del biglietto, si acquistava il diritto di finire a vivere nel mondo eroico dell’antichità o in quello dorato dell’aristocrazia. Da una pioggia leggera di 10 centesimi quel business divenne un torrente di denaro per un’industria italiana redditizia. Nel 1912 il Quo Vadis di Pastrone sbalordì il mondo, persino il re e la regina d’Inghilterra vollero vedere la proiezione. Poi fu la volta di “Cabiria”, sempre di Pastrone con la sceneggiatura di D’Annunzio, girato negli stabilimenti della Dora Riparia a Torino, un kolossal da un milione e 250mila lire. Da Cabiria verrà poi sviluppato il soggetto sul personaggio di Maciste, grazie all’intuizione di D’Annunzio e Pastrone, all’inizio in un film del 1915 e poi in una serie con titoli di puntate bizzarri come: “Maciste in vacanza”, “Maciste l’Alpino”, “Maciste all’inferno”…

Pellicole restaurate

Uno schiavo africano muscoloso diventò popolare, fu soprannominato “il gigante buono”, grazie all’attore Bartolomeo Pagano, portato via dal suo lavoro originario di scaricatore al porto di Genova. Per ovviare alla questione del personaggio protagonista “di colore”, Maciste appunto, Pastrone fece un’operazione di “sbiancamento” e ambientò i film in una Torino contemporanea. Il protagonista, Maciste, si mescola così al tessuto cittadino o in scenari in cui si vedono, treni, auto, ma anche i cavalli e luoghi esotici. Il legame col classico si unisce a elementi di modernità. Il protagonista è un borghese ben vestito che viene scaraventato in diverse situazioni problematiche, a combattere sfide che riesce a superare sempre in modo brillante grazie alla sua tenacia, forza e umorismo. La Cineteca di Bologna ha restaurato nove di venti film di Maciste in collaborazione con il Museo nazionale del cinema di Torino, questi coprono un arco di tempo che va circa dal 1915 al 1926. Con l’avvento del fascismo il personaggio s’identifica nella ricerca di un simbolo nazionale, le Alpi. Anche Mussolini sembra prenderne certe movenze e posizioni, o forse è il contrario?; un simbolo in parallelo come viene spesso citato dagli studiosi.

Populismo e leadership

Maciste è coinvolto in tutti gli avvenimenti storici. In “Maciste l’Alpino”, ad esempio, salva una donna dagli austriaci che circondano una casa italiana sulle Alpi, consentendole di ricongiungersi con il marito. La pellicola propone immagini da primordiale Kung Fu movie, con uomini letteralmente lanciati dalla finestra. In “Maciste in vacanza” il protagonista ordina un’automobile da corsa per rilassarsi dalle missioni risolte da super-uomo e si rapporta con la vettura come se si relazionasse a una donna, tipico riferimento al futurismo? Un eroe populista, sempre legato allo status quo, non prende le parti dei lavoratori, ma piuttosto riporta le persone al loro ruolo, all’ordine, senza però mai mettere in discussione la leadership di chi detiene il potere. Per finire, soffermiamoci su un’idea di mascolinità, sulla quale sarebbe interessante un confronto con altri protagonisti e attori a venire del cinema italiano. I film propongono indubbiamente un attore e un cinema mai impegnato, di svago che si sovrappone in parte e incarna l’ideale di uomo fascista. Molto distante dunque dal bravo ragazzo spesso interpretato da Mastroianni o successivamente dall’attore “contro”, impegnato politicamente come Gian Maria Volontè.

Le dieci regole di Adami

Il divismo diventa una tecnica e ha le sue regole, il suo vocabolario e i suoi agenti pubblicitari. Sulla rivista “Penombra”, nel 1918, Giuseppe Adami insegna alle aspiranti dive come si può fare carriera. Ecco il decalogo delle regole da seguire: crearsi dei precedenti fatali, possibilmente un suicidio, almeno “uno” sulla coscienza; fare un debito; minimo 100.000 franchi, con le principali sartorie del Regno, possibilmente trovare l’avallante; amare un poeta indiano sconosciuto; non è necessario amare il poeta, bastano le sue opere; in mancanza del poeta indiano, portare spesso sottobraccio un’opera di Shakespeare in lingua inglese o di Tolstoj, in russo non conoscendo che l’italiano; far spargere molte voci sul proprio conto e manifesti col proprio nome; dar credito alla storia più stramba sul proprio conto; adorare la morfina; essere appassionate di insetti; procurarsi storie sugli antenati, meglio se di buona famiglia; parlare di ateismo senza capirlo. Scherzava lo scrittore? Certamente meno di quanto si possa pensare.

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