Dopo 14 anni di onorata carriera Anne Émond atterra sulla Croisette con “Amour apocalypse”, una commedia romantica e socialmente impegnata che ha avuto la sua prima mondiale nella sezione parallela della Quinzaine des Cinéastes durante il Festival di Cannes 2025. Il proprietario di un canile affetto da ansia ecologica ordina una lampada solare terapeutica, ma scopre ben presto che a placare le sue angosce è soltanto la voce dell’addetta al servizio clienti che lo aiuta a configurarla. L’amore, tanto per una donna quanto per l’ambiente, è il vero protagonista del sesto lungometraggio della regista canadese, che dopo una lunga riflessione interiore ha avvertito la necessità di esporsi pubblicamente sulla questione dei cambiamenti climatici.
Com’è nata l’ispirazione per il film “Amour apocalypse”?
“Ho iniziato a scrivere questo film nel pieno della pandemia. Ero sulla soglia dei 40 anni e mi sentivo molto sola e depressa. In un periodo così difficile ho trovato sollievo soltanto quando il mio migliore amico mi ha regalato una lampada solare terapeutica, davanti alla quale ho iniziato a viaggiare con la mente”.
Quindi è un film autobiografico?
“Sì. Adam, il protagonista della storia, in realtà sono io. Sentivo la necessità di connettermi con il mondo e ho buttato giù una serie di conversazioni telefoniche proprio nella maniera in cui avrei voluto viverle in prima persona. Avevo bisogno di amore e comunicazione e così mi sono inventata una relazione tra me stessa e un interlocutore immaginario, il cui ruolo nel film corrisponde all’operatrice telefonica Tina”.
Quest’ultima, invece, che tipo di personaggio è?
“Nelle battute iniziali ho seminato qualche indizio per far credere che fosse frutto dell’intelligenza artificiale o di un sogno del protagonista. Ma in realtà non vedevo l’ora di raccontare una storia d’amore tra due persone vere. Per questo ho delineato i tratti di una donna di questo mondo e, precisamente, di una madre di famiglia”.
Tornando alla pellicola, come la descriverebbe in tre aggettivi?
“Divertente, romantica e vivace. Ho cercato di fare qualcosa di leggero, ma che allo stesso tempo affrontasse un argomento molto importante”.
Quale?
“L’ansia ecologica. Il mio è un film politico travestito da commedia romantica”.
Pensa che il suo messaggio sia arrivato al pubblico?
“Alla prima proiezione al Théâtre Croisette sono stata travolta da un’ondata di amore e risate. È stato davvero meraviglioso che tanta gente sia stata raggiunta dal mio film, con il quale spero di far riflettere sui cambiamenti climatici e sulle conseguenze del capitalismo”.
Si aspettava questo successo?
“Ho 43 anni e questo è il mio sesto lungometraggio. Ormai non ci speravo più di poter calcare questi palcoscenici perché credevo che le sezioni parallele del Festival di Cannes fossero interessate soltanto alle opere prime o seconde. Quindi è stata una felicità enorme ma, allo stesso tempo, ho avvertito il peso di presentare un film al pianeta intero. Gioia, ansia, grandi emozioni: proprio come il personaggio di Adam!”.
A proposito di Adam, com’è stato lavorare con Patrick Hivon?
“È un attore formidabile che con la sua sensibilità ed energia ancora grezza assomiglia tantissimo al personaggio di Adam. In Québec tutti lo adorano ed è super popolare sia in televisione che al cinema”.
E con Piper Perabo?
“All’inizio per il ruolo di Tina avevo pensato a una donna meno bella e con il volto segnato dal tempo. Poi ho rivisto ‘The Prestige’ di Christopher Nolan e ho pensato che Piper Perabo fosse la ‘Scarlett Johansson’ migliore per abbracciare e calmare l’ansia ecologica di Adam. A differenza di Patrick Hivon non è così conosciuta in Québec, ma sono rimasta davvero colpita dalla sua dolcezza e gentilezza”.
Crede nel potere del cinema come motore del cambiamento sociale?
“Certo. Anche a detta di tanti scienziati, filosofi e sociologi, gli artisti sono parte del cambiamento e per questo devono prendere posizione. È molto difficile essere coerenti perché, ad esempio, girare un film è causa di inquinamento e per venire a Cannes ho dovuto prendere un aereo, ma durante la pandemia ho avuto un’illuminazione brutale. Mi sono documentata tanto sulla crisi climatica e, come regista cinematografica, sento di dover assolvere una missione. Il cinema dev’essere uno strumento di educazione ambientale, non possiamo non parlare dei cambiamenti climatici nei nostri film”.
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