I Quaderni di Obrovaz: riscoprire l’anima linguistica dell’Istria

Il volume curato da Sandro Cergna e presentato all'IRCI di Trieste è un viaggio tra memoria, dialetto e identità

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I Quaderni di Obrovaz: riscoprire l’anima linguistica dell’Istria
Libero Benussi, Sandro Cergna, Franco Crevatin ed Eliana Moscarda. Foto Jan D'Alessio

Il Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste si è trasformato l’altro giorno in un punto d’incontro tra passato e presente: sedie ravvicinate, sguardi attenti e la famiglia di Giovanni Obrovaz in prima fila, ad ascoltare come i suoi appunti, i celebri Quaderni, siano diventati un libro e, insieme, una responsabilità collettiva. In scena c’era il saggio curato da Sandro Cergna, “Il dialetto di Valle d’Istria nei Quaderni manoscritti di Giovanni Obrovaz”, ma la serata è stata soprattutto una mappa di memorie, vocaboli, pratiche e preoccupazioni per un patrimonio linguistico che rischia l’oblio.

L’evoluzione dell’autore
Ha aperto la serata lo stesso curatore, Sandro Cergna, con una presentazione sobria e densa: Obrovaz è emerso dai suoi quaderni come un osservatore instancabile delle pratiche quotidiane, dal modo di lavorare al rito del corteggiamento, e come un lessicografo in progress, intento a compilare un dizionario del dialetto locale. I quaderni, ha spiegato Cergna, contengono anche testi narrativi di diversa lunghezza e complessità che mostrano un’evoluzione nella scrittura dell’autore. Il ritratto che ne esce è quello di un uomo che “registrava tutto”: vocaboli, mestieri, gesti, amori; un archivio etnografico e linguistico messo su carta con pazienza quasi antropologica.

L’istrioto a rischio d’estinzione
Il professor Franco Crevatin, dell’Università di Trieste, ha colto subito il valore collettivo del materiale: definendo i quaderni “un debito e scrigno immenso”, ha sottolineato come ciò che Obrovaz ha lasciato non sia un semplice reperto ma una richiesta di attenzione da parte degli studiosi. Il richiamo era preciso: non basta l’ammirazione; serve un lavoro accademico e insieme una pratica di restituzione alle comunità. La prof.ssa Eliana Moscarda, dell’Università di Pola, ha spostato la discussione sul piano della urgenza. Citando dati internazionali e sottolineando come l’istrioto sia considerato tra le parlate severamente minacciate ha ricordato che il lavoro di tutela e valorizzazione è ormai una priorità. Moscarda ha messo in chiaro una linea che ha fatto da filo rosso per il suo intervento: le azioni degli esperti devono andare oltre la pura descrizione; devono costruire sinergie empatiche con le comunità locali, riconoscendone valori umani e sociali. La conservazione non è solo catalogazione, ma cura della memoria viva.
Più pragmatico e locale l’intervento di Libero Benussi, che ha tracciato una panoramica delle pubblicazioni rovignesi dell’ultimo secolo. Benussi ha rimarcato come la trasmissione orale abbia giocato per decenni il ruolo principale in una società dove l’analfabetismo era diffuso e come questo abbia favorito l’adozione di vari registri, tra cui l’istroveneto. Il “rovignese duro”, ha detto, è sopravvissuto soprattutto nei mestieri, i pescatori, il contadino… e oggi chi lo parla fluentemente è una minoranza ristretta (Benussi ha parlato di circa cento persone in grado di seguire un discorso). Meno ancora sono quelli che lo sanno scrivere. Ha poi offerto una nota di speranza insieme a un’immagine forte: “la poesia è la nostra storia rovignese”, ha affermato. E come i fossili mostrano le orme dei dinosauri, così spera che la presenza di tracce: testi, testimonianze e registrazioni permetta di ricostruire e far emergere la cultura che rischia di scomparire.

Etimologia e vita quotidiana
A chiudere è stato ancora Crevatin, con uno schizzo non accademico ma narrativo della storia linguistica istriana: attraversando epoche dai gruppi preromani alle guerre istroromane, fino alla romanizzazione e alle conseguenze della caduta dell’Impero. Ha mostrato come l’evoluzione delle parlate si possa leggere nell’etimologia delle parole locali. Piccoli esempi lessicali, osservazioni sulle simbologie (la capra, per dirne una) e sulle etichette linguistiche (istroromanzo vs istrioto) hanno tenuto viva l’attenzione, rivelando come ogni parola porti con sé strati di storia. La discussione si è poi aperta al pubblico: osservazioni etimologiche aggiuntive da parte di Benussi, domande puntuali e una presenza familiare che ha reso il clima meno accademico e più intimo. Dalla platea sono arrivati richiami all’azione pratica: raccolta di testimonianze, digitalizzazione, progetti scolastici e anche la domanda, implicita ma insistente, su chi abbia il compito di farsi carico di questo “debito”: le università, gli enti culturali, le istituzioni locali o la comunità stessa? Quel che la serata ha reso chiaro è questo: i Quaderni di Obrovaz non sono soltanto materiale per specialisti. Sono una testimonianza di vita quotidiana, un vocabolario di pratiche e relazioni che, se trascurato, porta via con sé porzioni decisive di identità. La responsabilità evocata più volte e con altrettanta chiarezza è duplice: scientifica, per analizzare e conservare; sociale, per restituire questi saperi a chi ne è portatore. Se il patrimonio linguistico è davvero “uno scrigno di valori umani e sociali”, come ha detto Crevatin, allora la domanda finale è pratica e urgente: come far sì che lo scrigno non rimanga chiuso?
Per ora, la pubblicazione curata da Cergna è un passo concreto. Ma accanto al libro servono percorsi che mettano in dialogo studiosi, comunità e istituzioni e che lo facciano con la stessa meticolosità con cui Obrovaz annotava una parola, un gesto, una storia.

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