La domanda più difficile per un appassionato di lettura e di libri è “Qual è il tuo libro preferito?”. Come scegliere tra decine e anche centinaia di titoli che ci hanno emozionato, commosso, fatto piangere e rabbrividire, che ci hanno entusiasmato con la bellezza della scrittura, la chiarezza del pensiero espresso, la capacità di coinvolgerci in una storia incalzante, che ci hanno fatto sognare e immaginare mondi nuovi, terre che non abbiamo mai visto, ma descritte in maniera così incantevole da suscitare un’inspiegabile nostalgia. E poi, quale criterio adottare? Scegliere i libri che hanno determinato una svolta nella nostra vita, che ci hanno fatto crescere, che ci hanno emozionato e che ci sono rimasti dentro per giorni, oppure quelli che ci hanno aperto gli occhi in riguardo a un argomento o problema, che ci hanno insegnato qualcosa di nuovo e aiutato a superare un periodo difficile nella nostra vita. Quale che sia il criterio, è sempre un compito quasi impossibile da assolvere senza che ci si senta insoddisfatti della lista stilata. Perché i libri che meritano di venire menzionati sono così numerosi e l’elenco non sarà mai definitivo. Ed è un bene che sia così perché vuol dire che le possibilità sono infinite e che ci evolviamo di lettura in lettura. Nell’intento di conoscere i gusti letterari di persone di spicco della scena culturale della CNI, come pure quelle appartenenti alla maggioranza, abbiamo posto loro proprio la domanda più difficile: di scegliere cinque libri preferiti in base a un criterio personale.
Il difficile compito di scegliere i libri che più gli sono rimasti più impressi lo abbiamo affidato allo scrittore e poeta Mario Simonovich, già giornalista e redattore de “La voce del popolo” e di “Panorama”.
“Sì, devo confessarlo fin dall’inizio, la passione per la parola scritta, ed in particolare per i libri e la letteratura nel senso stretto del termine, l’ho avuta da sempre – esordisce –. Anzi no, rettifico subito: dire ‘da sempre’ sarebbe ingiusto e vanaglorioso. Però i primi sintomi si sono manifestati molto presto, grossomodo subito dopo che gli sforzi dei genitori per farmi pronunciare correttamente il mio nome e cognome avevano dato i primi risultati. Prima in fila in quest’offensiva che era tanto culturale quanto identitaria, era la mamma, persona di carattere fermo e deciso, che aveva capito a fiuto quanto fosse importante che il figlio potesse superare le cognizioni, decisamente scarse, che lei aveva potuto acquisire nella scuola nell’agro parentino dove era vissuta prima di trasferirsi a Fiume. Mio padre, di indole più remissiva, si era accontentato fin dall’inizio di fungere da unità di supporto in quest’avanzata da cui, direi, era comunque esclusa ogni possibilità di ritirata. Per rendere l’idea: in famiglia c’era tanto affetto, ma il rigore era ancora maggiore.
Oltre che dalle buone intenzioni, l’impresa fu favorita dal fatto che nei primi anni Cinquanta, in casa non c’era la radio, per cui l’unico modo di apprendere era la parola scritta che nel mio caso si presentò sotto forma di una cinquantina di rettangolini di carta riportanti ciascuno una lettera dell’alfabeto che l’improvvisata solerte maestra si impegnò ogni sera a farmi conoscere e quindi unire in sillabe e parole. Se poi lei aveva da fare, subentrava l’altro volonteroso genitore”.
I primi libriccini per bambini
“Dopo qualche tempo, visto che la ‘mala pianta’ aveva attecchito, in casa entrarono i primi libriccini per bambini che in parte ancora conservo e che per una coincidenza del destino segnarono, senza che lo immaginassi, il mio primo legame con l’Edit, poi cementato da quarant’anni tondi di giornalismo – prosegue –. Nel 1952 infatti la Casa pubblicava Solo nel mondo di Jens Sigsgard e Il nonno marinaio e il nipote capitano del dalmata Petar Bilušić, a cui si aggiunse Compare sole e comarina Candida di Ivana Brlić Mažuranić tradotti in italiano per la Mladost da Erio Franchi, che conservo tuttora. Non potendo ancora cimentarmi da solo in una lettura corrente stavo imbambolato ad ascoltare il genitore designato che, stanco o meno che fosse dopo la giornata di lavoro, si doveva fare anche un terzo turno.
Questa prima fase dell’infanzia, segnata da quella che consideravo una ‘sonante vittoria’ sulla parola scritta, si concluse con un inusuale episodio. Alla fine dell’estate andai con la mamma alla scuola Gelsi ad iscrivermi alla prima classe. Nell’ufficio di segreteria, accanto alla titolare, trovammo un’insegnante delle classi inferiori. Sbrigate le formalità – che poi non erano proprio roba da niente perché all’epoca il genitore doveva attestare la nazionalità italiana, pena l’impossibilità dell’iscrizione – il discorso fra le tre donne si allargò alla quotidianità, la lingua, le letture ecc. e mia madre, orgogliosa degli sforzi profusi, non si trattenne dal far sapere alle interlocutrici che il pargolo aveva mostrato tanta volontà di apprendimento da essere già in grado di leggere e scrivere. La maestra volle sincerarsi subito di quanto sentito e, presa dal tavolo la ‘Voce del Popolo’, mi chiese di leggere. Assolte un paio di righe, fatta salva l’incertezza inevitabile in un bambino di sette anni alle prese con concetti del tutto ignoti, fu subito palese che il mio accesso all’italiano scritto era cosa fatta.
La sorpresa però venne subito dopo. La mamma si attendeva qualche parola, se non di lode, almeno di sostegno e incoraggiamento. Invece ne sentì altre, dal tono tutto diverso. Con pacatezza, ma in termini inequivocabili, la maestra le fece capire che quanto aveva fatto non era tanto valido come lei pensava, ma anzi poteva rappresentare un ostacolo nel processo d’insegnamento in quanto spesso l’alunno così preparato tendeva a porsi in evidenza e a non collaborare con l’insegnante. Per lei fu un colpo tanto duro da non scordarlo fin che visse!”
L’influenza sui “lettori minoritari”
“Negli anni a seguire fui impegnato in un costante inseguimento dei libri da leggere. Come sempre i più facili da raggiungere erano quelli dell’Edit che, per sopperire alle difficoltà – di carattere prettamente politico, non va dimenticato – connesse all’import dall’Italia, si impegnò a pubblicare testi di vario genere che ebbero sui ‘lettori minoritari’ un’influenza molto maggiore di quanto non possa sembrare – spiega –. Fra questi ricordo i Miti e leggende (1957) di Giacomo Raunich, un testo teso tanto ad insegnare quanto ad adeguare le storie di migliaia di anni fa alla morale socialista jugoslava. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio: nel biennio precedente erano usciti anche Il sole era lontano del serbo Dobrica Ćosić, oggi molto inviso in Croazia, e Terra e donne di Ivan Potrč, a testimoniare, il primo vicende della guerra partigiana non consoni all’immagine positiva allora ostinatamente propagandata, il secondo una vicenda umana oscura e tortuosa, di amore e passione, ambientata in Slovenia, in cui erano rimasti coinvolti contadini che si sarebbero dovuti invece dedicare interamente all’edificazione del socialismo nelle campagne. Ambedue le opere mi colpirono in quanto fornivano un quadro parecchio diverso da quello, uniforme e mitico, fornito sistematicamente dal regime.
La colpa del mio successivo passo in avanti ricade tutta sulla maestra, ovvero la ‘compagna’ (così andava chiamata di norma, al ‘signora’ si passava al massimo nei confronti della bidella) Maria Blecich, che mi nominò suo assistente – del tutto ufficioso, s’intende – nella biblioteca. Per me quello fu l’accesso al paradiso in quanto, oltre a gustare il piacere, si direbbe quasi fisico, di trovarmi davanti armadi pieni di volumi dalle più diverse dimensioni, copertine e rilegature, potevo finalmente scegliere quelli che avrei letto più volentieri. Vista l’aria che tirava, molto saggiamente l’estroversa insegnante mi indirizzò verso le opere più idonee alla mia età. Per qualche anno mi ritrovai così a duellare con i tre moschettieri, tuffarmi nelle profondità marine con il capitano Nemo, ma anche, lo ammetto, a piangere sulla triste morte di Nemecsek, il più debole dei ragazzi della via Pal, seguire le prodigiose avventure di Tartarino di Tarascona o viaggiare su una palla di cannone assieme al barone di Münchhausen. Passato al Liceo, ebbi la fortuna di trovarmi nelle mani di un’altra Maria, Illiasich – e, detto per inciso, dopo la sua prematura scomparsa, ebbi per qualche anno l’onore di succedere alla cattedra –, la quale si preoccupò d’indicarmi gli autori più indicativi su quella parte della Via delle Lettere che stavo allora per imboccare. Vennero allora i testi più significativi della letteratura mondiale, con specifico riguardo all’Ottocento ed al primo Novecento. Su tutti però si affermò di prepotenza quel Don Chisciotte della Mancia molto più vecchio, che fin dalla nascita, peraltro contrastata come spesso avviene per ogni opera di pregio, aveva mostrato il suo valore. Concordo pienamente con quel critico secondo cui, letto questo romanzo non servirebbe passare ad altri perché dentro si possono trovare tutte le componenti di un’opera letteraria di grande valore, dalla trama alla psicologia dei personaggi, dal tragico dell’esistenza all’estraniamento del singolo, il tutto messo su carta trecento anni prima di arrivare al grottesco ed all’incomunicabilità che hanno segnato il Novecento”.
Complessità della vicenda
“Naturalmente a quell’età, dato anche l’inespresso ma ben radicato puritanesimo, cercavo intensamente di pervenire per via autonoma ad opere che, pensavo, avrebbero potuto favorirmi nell’accesso al mondo degli adulti, sicché fu d’obbligo cercare L’amante di lady Chatterley per accorgermi presto che dentro c’era ben poco di quello che volevo – osserva –. Solo qualche anno dopo, alla successiva rilettura, compresi la complessità della vicenda e il groviglio di sentimenti che erano all’origine dell’opera, a partire dall’irrequietezza di Frieda von Richthofen.
Chi legge si sarà accorto che non mi sono soffermato specificamente sulla produzione italiana. Vero. Non l’ho fatto perché è talmente ricca ed articolata che ogni discorso rischia d’essere parziale. Ammetto però che a mio avviso nessuna opera può esprimere meglio l’Italia dell’Ottocento, e soprattutto il suo Meridione, de Il gattopardo, mentre la spirale di regresso e violenza del nuovo secolo si snoda d’obbligo fra due Levi, Carlo con il suo Cristo si è fermato a Eboli e Primo con Se questo è un uomo, ossia l’internamento ad Auschwitz ed il successivo La tregua, ignoto al largo pubblico, ma non meno straziante, in cui descrive il ritorno in Italia che si protrae per tre mesi, da giugno a ottobre. Sono libri che dovrebbero leggere soprattutto i nostri giovani, che dell’Italia sanno molto meno di quel che credono.
E la poesia? Si dovrebbe parlarne ma è opportuno fermarsi qui perché lo spazio è esaurito ed anche di tempo ne rimane poco: ossia, per dirla alla Quasimodo, si fa subito sera”.
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