I LIBRI PREFERITI Gianna Mazzieri-Sanković: «Il libro è un modo per incontrare l’altro»

La docente e ricercatrice connazionale presenta il suo elenco dei testi che più le sono rimasti impressi

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I LIBRI PREFERITI Gianna Mazzieri-Sanković: «Il libro è un modo per incontrare l’altro»
Gianna Mazzieri-Sanković. Foto: GORAN ŽIKOVIĆ

La domanda più difficile per un appassionato di lettura e di libri è “Qual è il tuo libro preferito?”. Come scegliere tra decine e anche centinaia di titoli che ci hanno emozionato, commosso, fatto piangere e rabbrividire, che ci hanno entusiasmato con la bellezza della scrittura, la chiarezza del pensiero espresso, la capacità di coinvolgerci in una storia incalzante, che ci hanno fatto sognare e immaginare mondi nuovi, terre che non abbiamo mai visto, ma descritte in maniera così incantevole da suscitare un’inspiegabile nostalgia. E poi, quale criterio adottare? Scegliere i libri che hanno determinato una svolta nella nostra vita, che ci hanno fatto crescere, che ci hanno emozionato e che ci sono rimasti dentro per giorni, oppure quelli che ci hanno aperto gli occhi in riguardo a un argomento o problema, che ci hanno insegnato qualcosa di nuovo e aiutato a superare un periodo difficile nella nostra vita. Quale che sia il criterio, è sempre un compito quasi impossibile da assolvere senza che ci si senta insoddisfatti della lista stilata. Perché i libri che meritano di venire menzionati sono così numerosi e la lista non sarà mai definitiva. Ed è un bene che sia così perché vuol dire che le possibilità sono infinite e che ci evolviamo di lettura in lettura. Nell’intento di conoscere i gusti letterari di persone di spicco della scena culturale della CNI, come pure quelle appartenenti alla maggioranza, abbiamo posto loro proprio la domanda più difficile: di scegliere cinque libri preferiti in base a un criterio personale.
L’arduo “compito” di presentare il suo elenco di libri preferiti lo abbiamo assegnato alla docente, autrice, ricercatrice, compositrice e cantautrice fiumana Gianna Mazzieri-Sanković, instancabile nella promozione dell’eredità letteraria e linguistica del capoluogo quarnerino. La docente ha deciso di elencare dieci testi al posto di cinque.

Il mondo che sta dietro all’autore
“Fin da bambina ero un’assidua lettrice, divoravo i libri, in una famiglia in cui si leggeva tantissimo – spiega la nostra interlocutrice –. Per me il libro è un modo per aprire le finestre sul mondo, che in effetti è il mondo che sta dietro all’autore dell’opera. In questo modo l’autore ci apre a nuove conoscenze, facendoci riflettere e cambiandoci perché un libro cambia la persona. Il libro, bello o brutto, è un modo per incontrare l’altro. Come docente ho sempre detto ai ragazzi di osservare il libro come un testo scritto da qualcuno in un preciso momento, e quel qualcuno aveva qualcosa da dirci.
Fare una cernita o una classificazione dei libri è per me un campito difficilissimo. È un lavoro arbitrario e legato al momento che sto vivendo e quindi probabilmente tra un anno l’elenco in parte cambierebbe. Ho cercato di pensare ai grandi titoli, non mettendo dentro i grandi come La divina commedia di Dante, Lo Zibaldone di Leopardi, Il fu Mattia Pascal di Pirandello, che per me sono testi indiscutibili, con i quali ci dobbiamo confrontare. Partirei da un testo forse meno valorizzato, ma per me importante, I giganti della montagna, l’ultimo testo di Pirandello in cui presenta la potenza dell’arte e dell’uomo di fronte all’ignoranza, di fronte a un mondo che non comprende la forza della conoscenza e dell’arte, grazie alla quale l’uomo consegue una libertà infinita. Qui l’autore siculo presenta il potere dell’immaginazione di fronte alle dittature e a un mondo sempre meno libero. Credo sia un libro veramente attuale anche oggi, a distanza di novant’anni.
Segue un romanzo che ho riletto probabilmente una ventina di volte: La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Si tratta di capitoli che ho analizzato in classe ed è un’opera che di volta in volta fa scoprire passaggi nascosti e sorprende per la potenza di analisi della mente umana, dei piccoli alibi con cui ci inganniamo su ciò che siamo, della consapevolezza della fugacità della vita, della malattia della società e di un argomento molto attuale, ovvero di quanto sia delicato il progresso tecnologico che si compiace del successo immediato, ma non vede oltre, ossia non vede quali potrebbero essere le possibili conseguenze per l’uomo e la civiltà. Mi riferisco all’ultimo capitolo, che è molto attuale se pensiamo all’intelligenza artificiale”.

Un’opera coraggiosa
“Il terzo libro è l’opera del mio cuore, Il cavallo di cartapesta di Osvaldo Ramous – prosegue –, alla quale ho contribuito in qualche modo, se non altro per la sua pubblicazione. A quasi sessant’anni dalla stesura è ancora un’opera coraggiosa, è l’opera che ha parlato per prima dell’esodo, che parla della storia di Fiume del Novecento, una storia che ha reso l’uomo una ‘formica’ (si pensi al primo capitolo del romanzo Guerre di uomini e formiche), che ha stravolto le esistenze dei suoi abitanti. Allo stesso tempo, grazie alla parola scritta di Ramous nel romanzo viene ricostruito questo percorso storico cancellato. Quindi, se quella Fiume non c’è più, c’è in Ramous anche la spiegazione di tutto un vissuto obliato, ci sono le vicende dei fiumani in momenti storicamente difficili e determinanti, belli e meno belli. È la testimonianza di un’identità fiumana che si legge in pagine piene di vita culturale e linguistica in cui si presentano abitanti e tradizioni.
Il quarto testo è Il nome della rosa di Umberto Eco, grande per i riferimenti al mondo antico in confronto con quello moderno, una letteratura con la “L” maiuscola che va a braccetto con il genere giallo; l’analisi che Eco fa dell’uomo è nel suo essere di sempre. Anche quest’opera fa riflettere sul potere della conoscenza e sullo scontro tra il razionalismo e il dogmatismo, medievale (e non), e quindi su quella che è la caducità delle cose.
Segue Cecità di José Saramago, scrittore portoghese premio Nobel del 1998 che, con parabole sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia, ci permette di conoscere realtà difficili da interpretare e costruire. Saramago parla della crisi dell’uomo, di una condizione di impossibilità di agire, della riduzione dell’essere a un essere privo di valori e certezze di fronte a una calamità inventata. Una cecità di tutta la popolazione porta a un caos che diventa la metafora del caos che viene vissuto dall’uomo di oggi, spesso spaesato e perduto. Diventa la metafora di un’umanità bestiale, incapace di vedere e distinguere le cose sulla base della razionalità, un mondo artefice di abbruttimento, violenza, degradazione. È un romanzo molto intenso che fa pensare all’indifferenza, all’egoismo, al potere, alla sopraffazione, alla guerra di tutti contro tutti.
Il sesto libro è di Alessandro Baricco, Mister Gwyn, dove vengono messi in discussione il concetto di tempo, i valori tradizionali, la possibilità di descrivere il mondo e di capirlo mediante la scrittura e i canali tradizionali. Con quest’opera, Con quest’opera Baricco nega le certezze e ci lascia un finale amaro per cui il lettore rimane all’oscuro e con una curiosità non appagata. Il romanzo parla di uno scrittore di successo, Gwyn, che improvvisamente smette di scrivere perché non crede più nella scrittura come modo per conoscere la realtà e decide di continuare a vivere di scrittura diventando copista, creando ritratti delle persone attraverso le parole, ma senza dipingere. È un libro curioso nel quale viene messa in discussione la capacità della scrittura di affrontare la realtà e di presentarci la realtà dell’uomo”.
La distruzione di culture secolari
“Il settimo libro è poco noto, ma mi ha lasciato una forte impressione: Allah non è mica obbligato di Ahmadou Kourouma, uno dei maggiori scrittori africani di lingua francese, vincitore del premio Grinzane Cavour nel 2003. Si tratta di uno dei massimi esponenti del romanzo africano di lingua francese e racconta una realtà della Liberia e dell’Africa molto diversa rispetto a quella idilliaca e incontaminata che ci viene presentata da bellissimi documentari in televisione. Nel romanzo si descrive il danno che l’Occidente sta facendo alle popolazioni africane, distruggendo delle culture secolari, corrompendole e diventando responsabile delle guerre tra tribù e della distruzione non solo dell’ambiente, ma anche di vite umane.
L’ottavo è uno dei miei autori preferiti, di cui, oltre ai libri, acquisto annualmente l’agenda settimanale, Paulo Coelho. La sua scrittura mi piace perché è incentrata su temi spirituali, sulla ricerca di sé e la crescita interiore. La sua lettura è molto utile soprattutto nei tempi inquinati che stiamo vivendo. Dopo il fascino dell’Alchimista, pubblicato in Brasile, dove il giovane Santiago attraverso il viaggio, uno dei miti del moderno, cercherà di cogliere i segnali dell’Universo per raggiungere la propria leggenda personale e scoprire di averla avuta sempre dentro di sé, Coelho scrive altri libri, tra i quali vorrei segnalare Il vincitore è solo, un romanzo del 2008 che entra in un altro mondo, quello delle ambizioni, della moda, del film, del glamour. È ambientato al Festival di Cannes e narra un dramma etico, una specie di giallo, una tensione tra i personaggi dove si mette in discussione la gara edonistica della nostra vita moderna. Anche se tutto avviene in 24 ore, ci fa riflettere su quali siano i valori di un mondo fatto tutto di immagini, di carriere e di successi, dietro ai quali vi sono individui che alla fine rimangono soli.
Alla fine del mio elenco ci sono due libri in qualche modo uniti. La mia lettura giovanile, che non smetto mai di raccomandare, è Erich Fromm, e in particolare L’arte di amare del 1957. Quando insegnavo al Liceo lo facevo leggere, ma sia per L’arte di amare che per Essere e avere, che sono secondo me due testi importanti perché fanno riflettere tanto, soprattutto i giovani, in un momento importante e delicato che è il loro percorso di crescita. Propongo questa lettura anche come confronto con il decimo libro che vorrei nominare, L’arte di amare di Ovidio (Ars amatoria), facendo notare ai giovani che anche se sono passati duemila anni, l’ars amatoria è più o meno quella. Ciò che diceva Ovidio lo ricalca anche Fromm. Egli risponde alle varie fasi dell’innamoramento, al significato dell’evoluzione dell’innamoramento in qualcosa di più profondo, facendo distinzione tra innamoramento e amore. Sono argomenti importanti e vicini ai giovani”.

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