La domanda più difficile per un appassionato di lettura e di libri è “Qual è il tuo libro preferito?”. Come scegliere tra decine e anche centinaia di titoli che ci hanno emozionato, commosso, fatto piangere e rabbrividire, che ci hanno entusiasmato con la bellezza della scrittura, la chiarezza del pensiero espresso, la capacità di coinvolgerci in una storia incalzante, che ci hanno fatto sognare e immaginare mondi nuovi, terre che non abbiamo mai visto, ma descritte in maniera così incantevole da suscitare un’inspiegabile nostalgia. E poi, quale criterio adottare? Scegliere i libri che hanno determinato una svolta nella nostra vita, che ci hanno fatto crescere, che ci hanno emozionato e che ci sono rimasti dentro per giorni, oppure quelli che ci hanno aperto gli occhi in riguardo a un argomento o problema, che ci hanno insegnato qualcosa di nuovo e aiutato a superare un periodo difficile nella nostra vita. Quale che sia il criterio, è sempre un compito quasi impossibile da assolvere senza che ci si senta insoddisfatti della lista stilata. Perché i libri che meritano di venire menzionati sono così numerosi e l’elenco non sarà mai definitivo. Ed è un bene che sia così perché vuol dire che le possibilità sono infinite e che ci evolviamo di lettura in lettura. Nell’intento di conoscere i gusti letterari di persone di spicco della scena culturale della CNI, come pure quelle appartenenti alla maggioranza, abbiamo posto loro proprio la domanda più difficile: di scegliere cinque libri preferiti in base a un criterio personale.
Il nostro interlocutore è Bruno Bontempo, giornalista e redattore, ora in pensione, della “Voce del popolo” e di “Panorama”, nonché fotografo, che ha accettato volentieri di presentarci la sua selezione dei cinque libri che hanno lasciato un’impronta nella sua anima.
“Devo ammettere che nel tempo, seguendo questa rubrica e scoprendo volta per volta le letture preferite dei personaggi chiamati in causa, in alcune occasioni mi ero posto questo interrogativo, quali dei libri che avevo letto nella mia ormai lunga vita, potrebbero entrare in un’ipotetica graduatoria dei titoli scelti, quelli più cari, più apprezzati, quelli che avevano lasciato una traccia più profonda dentro di me – ha esordito –. E ad ogni occasione ne era uscita una classifica diversa. Semplicemente perché il significato dell’aggettivo ‘preferito’ cambia spesso e volentieri, alla luce delle circostanze del momento, del nostro stato d’animo, dei ricordi che a volte riaffiorano e che altre volte sfumano nel nulla…
Niente di strano, quindi, che quando è arrivato, ammetto, inatteso, l’invito della redattrice di questo supplemento della ‘Voce’, ho provato imbarazzo di fronte al compito assegnatomi, quello di segnalare un certo numero di titoli che ricordo con particolare piacere e appagamento”.
Un percorso formativo atipico
“Devo ammettere, pure, che non sono stato un ‘divoratore’ di libri, no per scarso interesse ma per il fatto che il mio percorso formativo è stato alquanto atipico e farraginoso, e per lunghi periodi mi sono trovato a rincorrere il tempo… perduto, conseguenza di scelte impulsive, immature – ha proseguito –. Più avanti, ovviamente, ho cercato di cogliere ogni occasione, ogni suggerimento, ogni proposta valida per tuffarmi nel mondo fantastico della letteratura, che quasi sempre ha stimolato in me la fantasia, il desiderio di conoscere sempre altri e altri mondi ancora, una seconda scuola di vita che ha assecondato la mia fame di scoperte, apprendimento, fantasticherie. La prima tappa di questo mio cammino verso un mondo chimerico, favoloso, straordinario, è stata incentrata sulle letture di Emilio Salgari, da Sandokan al Corsaro Nero, una sfilza di romanzi caratterizzati da un ritmo incalzante, un linguaggio ricco e descrittivo, e una meticolosa documentazione geografica, che hanno avuto il potere di catturare l’interesse e l’attenzione di un lettore in età giovanile. In Salgari c’è un mix di atmosfere esotiche e avventurose, avvincenti e ricche di colpi di scena, focalizzate sull’azione piratesca o d’esplorazione dei suoi personaggi, eroi romantici, pirati ribelli come Sandokan, la ‘Tigre della Malesia’, e corsari, mossi da onore e vendetta, avventure ambientate in terre lontane e spesso inesplorate, dalla Malesia al Mar dei Caraibi, alle foreste africane. Quello che mi ha sempre affascinato in Salgari è stata la ricchezza e la precisione descrittiva di luoghi e Paesi che mai aveva visitato ma che era riuscito a costruire attraverso una vorace lettura di riviste geografiche e testi stranieri, a conferma di quanto l’esercizio del leggere possa stimolare anche la nostra creatività”.
La realtà storica e paesaggistica
“Il mio prossimo passo è stato il passaggio da Salgari a Zane Grey, considerato il padre del genere western moderno. Le sue storie sono ambientate nel Far West americano, raccontano la frontiera, i cowboy, i pionieri e la conquista dell’ovest, romanzi influenzati dalla sua profonda conoscenza diretta dei paesaggi americani, delle montagne rocciose e della vita di frontiera con figure tipiche del West, trapper, pistoleri, sceriffi e la lotta per la sopravvivenza in un territorio selvaggio. Mentre la scrittura di Salgari offre avventure esotiche suggerite dalla fantasia, quella di Zane Grey è ispirata dalla realtà storica e paesaggistica americana, a partire dal suo primo romanzo, Betty Zane, incentrato sulla vera storia di una sua celebre trisavola, al carisma naturale di un’eroina senza tempo, che fa dell’abnegazione e del coraggio le sue armi principali. E forse è stata proprio la lettura di Zane Grey, così avvincente, a destare la mia passione per i film del genere western, quelli ‘classici’, che rivedo ancora volentieri.
Svaniti i bollori giovanili, seguì una breve sosta sulle pagine di Jack London, caratterizzate da uno stile naturalista, diretto e descrittivo, profondamente influenzato dalla sua vita avventurosa e dalle sue esperienze come cercatore d’oro, marinaio e corrispondente di guerra. I suoi temi esplorano la lotta per la sopravvivenza, l’istinto primordiale, la natura selvaggia e le disuguaglianze sociali che ho trovato ne Il richiamo della foresta, Zanna Bianca e Martin Eden, una sorta di libera autobiografia in terza persona che racconta lo stile di vita vagabondo della sua breve esistenza (morirà a 40 anni), ma incredibilmente densa di attività e interessi molto diversi.
Il passo successivo del mio camino de libri fu l’incontro con un altro autore americano, John Steinbeck: l’amico Walter Bercich mi spinse a leggere Uomini e topi, un piccolo (140 pagine appena) grande capolavoro della letteratura americana e mondiale. È contraddistinto dallo stile asciutto e netto tipico di Steinbeck, che punta all’essenzialità, senza fronzoli o descrizioni superflue racconta un episodio di vita dell’America rurale ai tempi della depressione, che diventa allegoria di tutta l’emarginazione degli ultimi, sui quali aleggia il senso di una tragedia inevitabile. Una storia cruda di amicizia e di impegno, di dolore e pena, di solitudine e incomunicabilità, Un libro di quasi novant’anni fa, che per molti, troppi aspetti torna, o continua ad essere, di grande attualità”.
I viaggi in Paesi lontani
“In età più matura ebbi la fortuna di poter intraprendere una serie di viaggi in Paesi lontani, per me poco noti o quasi sconosciuti nelle loro essenze storiche e culturali, carenze che ovviamente andavano colmate con una serie di letture mirate – ha raccontato Bontempo –. Quando fu la volta del Tibet, leggere Siddhartha di Herman Hesse fu una scelta logica e scontata nel tentativo di intrecciare le filosofia orientali, il buddismo e l’induismo che andavo a incontrare, anzi a toccare con mano. La storia è idealmente ispirata alla vita di Siddharta Gautama, il Buddha storico, che però non ne è il vero protagonista poiché la trama racconta nel suo intreccio le vicende di un giovane indiano, Gotama, una sorta di Buddha potenziale, e il personaggio reale di Siddharta è presente soltanto sullo sfondo. Il libro racconta il percorso di un giovane brahmino che non si riconosce nella vita che gli è stata assegnata e sceglie di allontanarsi, alla ricerca di un senso di completezza. La sua è una formazione irregolare, fatta di esperienze, incontri, errori e ripartenze, che non conduce a una meta definitiva. Il libro, uscito nel 1922, a partire soprattutto dagli anni Sessanta, è diventato un classico della letteratura, soprattutto giovanile, per le tematiche trattate, la ricerca di sé, il conflitto con il mondo tipico dell’età adolescenziale, il rifiuto dei beni materiali effimeri e superficiali, l’inquietudine spirituale, e per la loro vicinanza con i movimenti pacificisti del tempo e con la corrente spirituale del buddhismo o, più in generale, delle filosofie orientali”.
Una metafora della società moderna
“Poi ho incontrato l’affascinante e coinvolgente scrittura e forma narrativa di José Saramago e della sua Cecità, una metafora sulla società moderna, gli squilibri morali e sociali che al di là della disabilità fisica si manifestano come offuscamento, oscurità morale, irragionevolezza, limitatezza, ignoranza… E mi ha ricordato una delle paure che qualvolta mi assale: che cosa potrebbe succedere se un giorno, da un momento all’altro, non fossimo più in grado di vivere la nostra vita con tutte le sue ovvietà lapalissiane ormai allignate? Quell’esistenza che definiamo routine, adagiati sull’abitudine del bene, del tutto scontato, finché non ci si scontra con qualcosa di estremo, come le conseguenze di una catastrofe che sconvolge la nostra vita: un terremoto, una guerra, una crisi sanitaria di grandi proporzioni, come lo è stata la pandemia da Covid 19, che ha dato un bel scossone alle nostre abitudini quotidiane, al nostro modo di vivere facile, conveniente, vantaggioso, in uno spazio sicuro che è la nostra zona di comfort…
Ho già superato lo spazio previsto per questo numero della rubrica? Ahimé, peccato, volentieri avrei ricordato altri titoli, altre letture, la scrittura più vicina alla nostra Comunità nazionale, da Tomizza alla Madieri, a Santarcangeli, Ramous, Schiavato, Mestrovich, a Stelli per la sua recente Storia di Fiume, che va letta e riletta, pezzo per pezzo…”
Affidarsi alla voce di chi legge
“Concluderò ricordando che ascoltare una lettura è un altro modo di leggere, perché significa affidarsi alla voce di chi legge, rielaborando plasticamente la storia e migliorando la capacità di concentrazione e attenzione sul testo – ha osservato –. Ascoltare la lettura ad alta voce di un libro, in particolare un ‘libro delle letture’, tipico del contesto scolastico o educativo, va ben oltre il semplice udire parole: è un’esperienza nella quale si intrecciano ascolto attivo, apprendimento emotivo e cognitivo. E lo dico per esperienza personale. A oltre sei decenni di distanza, ricordo ancora la voce suadente della mia maestra delle elementari alla ‘Gelsi’ di Fiume, Aida Knežević, che in classe ci lesse a puntate Il mago di Oz, un mondo favoloso dove tutto è possibile, il primo libro americano per ragazzi del genere fantastico, sulla cui traccia l’autore Frank Baum ne avrebbe scritti altri tredici. Della trama, ormai, non ricordo quasi più nulla, a parte il fatto che Dorothy e il suo fedele cagnolino Totò vengono sollevati con tutta la loro casa da un fortissimo ciclone e si ritrovano in un mondo meraviglioso e sconosciuto. La storia divenne prima uno spettacolo musicale che ebbe grandissimo successo e, nel 1939, un film altrettanto famoso, dove si canta la bellissima canzone Over the rainbow che inizia così: ‘Da qualche parte, oltre l’arcobaleno, il cielo è azzurro e i sogni impossibili diventano realtà’…
Ancora oggi, ogni qualvolta ho occasione di sentire la nota melodia, mi rivedo in classe, ad ascoltare incantato, a bocca aperta, la mia maestra che ci legge Il mago di Oz. Forse anche per i libri è come in amore, il ‘primo’ non si scorda mai…”.
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