Profonda, brunita, sontuosamente vellutata, la voce di Gregory Porter ha riempito l’altra sera la Scena estiva di Abbazia con una pienezza che l’ascolto discografico lascia soltanto intuire. Dal vivo mutavano le proporzioni e si imponevano la ricchezza del timbro, la duttilità del fraseggio, la facilità con cui il canto acquistava corposità per poi assottigliarsi fino alla confidenza. Il registro grave conservava una morbidezza avvolgente, gli slanci gospel imprimevano forza alla parola, il soul ne esaltava la sensualità e il jazz apriva spazi alla libertà interpretativa. Davanti a oltre 1.200 spettatori giunti dalla Croazia e dai Paesi vicini, il concerto, inserito nel cartellone del Festival Opatija e organizzato dallo Zagreb Jazz Festival, ha confermato la levatura di un interprete che negli anni ha considerevolmente ampliato il pubblico del jazz contemporaneo. Ad aprire la serata con slancio è stato Frano Livingston, nome d’arte di Frano Živković, giovane chitarrista e polistrumentista fiumano, attivo anche nella “Big Band Pula”. Dal Pordenone Blues & Co. Festival, dove ha aperto il concerto dei “Dogstar”, la band di Keanu Reeves, alla partecipazione a Nashville a una convention dedicata a Chet Atkins, Živković ha già maturato significative esperienze internazionali. Ad Abbazia ha esibito sicurezza, pulizia del tocco e una maturità interpretativa considerevole.

Nel segno di una raffinata essenzialità
“Revival Song” (Canto di rinascita), da “All Rise” (Tutti in piedi), ha definito fin dalle prime battute il carattere del concerto. Sul groove fitto e incalzante, la voce di Porter si distendeva con ampiezza e rotondità, mentre il fervore gospel imprimeva alla musica una forza quasi fisica. La limpidezza dell’emissione, la precisione del fraseggio e il sapiente governo delle inflessioni componevano un canto di grande ricchezza espressiva. Colpiva soprattutto il dominio delle gradazioni; gli arrangiamenti si sviluppavano con ampiezza, le dinamiche venivano cesellate con finezza, i timbri mutavano lentamente. Porter indugiava su una sillaba, dilatava una frase, lasciava intravedere una venatura più scura, alleggeriva il canto fino alla confidenza. La potenza restava percepibile nella consistenza stessa della voce e nella sicurezza con cui ne governava peso, colore e intensità.
L’eleganza del canto trovava una naturale corrispondenza nella presenza scenica. Giacca di lino bianca, camicia blu, fazzoletto rosa antico e l’inseparabile copricapo, scelto originariamente per celare alcune cicatrici sul volto e divenuto negli anni un segno distintivo della sua immagine. Quando lasciava spazio agli strumentisti, Porter continuava a seguire ogni sviluppo musicale con attenzione partecipe, accompagnando una variazione con il battito delle mani o un assolo con un cenno. Al suo fianco, una formazione di assoluto rilievo, con Chip Crawford al pianoforte, Jahmal Nichols al contrabbasso e al basso elettrico, Emanuel Harrold alla batteria, Tivon Pennicott al sassofono tenore e Ondřej Pivec all’organo Hammond B3. Cinque personalità ben delineate, legate da un’intesa che permetteva al suono di cambiare continuamente colore e consistenza. Sassofono e Hammond ne disegnavano spesso le sfumature più marcate, il pianoforte interveniva con puntualità ed eleganza, mentre contrabbasso e batteria sostenevano la trama ritmica con elasticità e profondità.

Con “Holding on” (Resistendo), conosciuta anche per la collaborazione con i “Disclosure”, il concerto ha assunto accenti più intimi. Porter ne ha accarezzato la linea melodica con un canto suadente, velato da una sottile malinconia e percorso, nei passaggi più raccolti, da inflessioni quasi struggenti. “On my way to Harlem” (Sulla strada per Harlem), tratta da “Be good” (Sii buono), ha mutato nuovamente l’andamento della serata. Il ritmo si è fatto più serrato, il fraseggio più incisivo e l’ascendenza gospel più pronunciata, rivelando un Porter più sanguigno e una band spinta verso una maggiore intensità ritmica.
In perfetta intesa
Gli interventi solistici entravano nella sostanza dei brani, modificandone proporzioni e accenti. Porter rimaneva quasi sempre sul palco, talvolta seduto sullo sgabello, seguendo gli strumentisti e lasciando che ciascuna personalità trovasse spazio e tempo per esprimersi compiutamente. Durante l’assolo al contrabbasso di Jahmal Nichols, rimasti soli, i due musicisti hanno lasciato insinuare nel flusso musicale un frammento di “My girl” (La mia ragazza) dei “Temptations”. La voce di Porter si è inserita gradualmente nella tessitura sonora dello strumento, fino a condurre la citazione verso “Musical Genocide” (Genocidio musicale), in un passaggio di notevole finezza nell’elaborazione dell’arrangiamento. La medesima libertà ha animato “Free” (Libero), nella quale è confluita “Thank you (falettinme be mice elf agin)” (Grazie per avermi lasciato essere di nuovo me stesso) di “Sly & The Family Stone”. Il brano ha progressivamente assunto la forma di una lunga jam collettiva, lasciando ai musicisti ampio spazio per dispiegare inventiva e qualità strumentale. Il cantante ha infine lasciato il palco quasi danzando, mentre la band ha condotto autonomamente le ultime battute.

La parola nella musica
Poche frasi rivolte alla platea hanno punteggiato il concerto. “Qui mi trovo bene, ho fatto il bagno nell’oceano”, ha detto Porter sorridendo, suscitando l’affettuosa reazione del pubblico all’innocente promozione dell’Adriatico a oceano. L’infanzia a Bakersfield, in California, il canto in chiesa e una formazione profondamente segnata dal gospel appartengono alla materia delle sue canzoni. Donny Hathaway, Nat King Cole, Bill Withers e Ray Charles compongono la sua genealogia musicale, ormai assimilata in un linguaggio di impronta inequivocabilmente personale. La scaletta ha ripercorso pagine fondamentali della sua discografia, da “Hey Laura” (Ehi, Laura) a “Liquid spirit” (Spirito liquido), da “Water under bridges” (Acqua sotto i ponti) a “Mister Holland” (Signor Holland), nel quale acquistano particolare rilievo i temi dell’uguaglianza razziale e dell’accettazione. Memoria, identità, dignità e riscatto sociale ricorrevano nei testi, secondo una vocazione narrativa profondamente radicata nella tradizione blues e gospel. Con “Take me to the alley” (Portami nel vicolo), titolo dell’omonimo album che gli è valso il Grammy Award come miglior album jazz vocale, questa ascendenza si è manifestata con particolare vigore espressivo. Il testo volge lo sguardo agli ultimi e agli esclusi; Porter ne pronunciava le parole con intensa partecipazione, modulando la voce fino a conferirle una gravità quasi confidenziale. Il silenzio della platea ne accoglieva ogni inflessione. Le luci calde, insieme alle tonalità blu e verdi, accompagnavano con finezza la musica sotto il cielo stellato della Scena estiva. Nei passaggi più intimi, l’ampiezza dello spazio sembrava contrarsi e il canto acquistava una prossimità inattesa, quasi il musicista stesse raccontando quelle storie individualmente a ciascuno degli spettatori.

Una classe senza tempo
Arrivato relativamente tardi all’affermazione musicale, dopo le esperienze nello sport e nella recitazione, Porter ha acquisito negli anni una presenza scenica più libera e fisica. Ad Abbazia si è lasciato prendere dal groove, ha giocato con gli accenti ritmici e le inflessioni del canto, accogliendo con evidente piacere il calore della platea. Nei passaggi più raccolti tornavano la morbidezza e la profondità del timbro, soprattutto quando la strumentazione si assottigliava e la voce acquistava maggiore risalto. Dopo l’ovazione in piedi e l’uscita dei musicisti uno alla volta, il ritorno sul palco ha regalato “It’s probably me” (Probabilmente sono io), la celebre composizione di Sting, Eric Clapton e Michael Kamen legata al film “Arma letale 3”. L’artista ne ha approfondito le sfumature soul e la malinconia, facendola propria attraverso il colore della voce e la libertà interpretativa. Un bis tenue, intensissimo, chiuso con la classe che aveva contraddistinto l’intera serata. Eleganza, profondità, calore e bellezza sono rimasti impressi quando le ultime note si sono spente sulla Scena estiva. La voce di Gregory Porter, l’eccellenza della band e la sostanza umana delle canzoni hanno lasciato una quiete piena, quasi un senso di sollievo. Si usciva dal concerto con l’animo più leggero e una serenità discreta destinata a prolungarsi oltre il silenzio.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.







































