C’è uno sguardo che non si accontenta della superficie delle immagini, ma le attraversa per interrogare ciò che resta nascosto, fragile, irrisolto. È lo sguardo della buiese Giulia Dussich, filmmaker e videomaker freelance, che nella sua ricerca artistica unisce rigore formale e tensione poetica, sperimentazione visiva e ascolto profondo dell’umano. Formata tra Venezia, Innsbruck e il Nord Adriatico, attiva tra cinema, documentario e televisione, Giulia ha costruito negli anni un percorso in cui il fare tecnico, dalla regia al montaggio, diventa strumento di indagine interiore e culturale.
Con “Ombre”, opera vincitrice del primo premio nella categoria “Arte cinematografica, documentari e televisione” alla 58esima edizione del Concorso d’Arte e di Cultura “Istria Nobilissima”, il suo cinema si spinge oltre la narrazione tradizionale per farsi spazio simbolico, luogo di attraversamento. L’ombra, figura archetipica e mitologica, si trasforma qui in presenza viva, non metafora rassicurante, ma creatura inquieta che incarna paure, dubbi e tensioni universali. Un lavoro che dialoga con le leggende e le tradizioni antiche dell’Adriatico orientale, ma che respira pienamente nel presente, interrogando il bisogno umano, antico e attualissimo, di dare un volto all’incontrollabile.
Mitologia e memoria collettiva
In “Ombre”, il linguaggio sperimentale non cerca risposte definitive ma apre piuttosto un varco, invitando lo spettatore a completare il film con il proprio sguardo, le proprie inquietudini, la propria esperienza. È un cinema che non illumina per dissipare il buio, ma che sceglie di dare voce alle ombre, riconoscendole come parte essenziale dell’esistenza. Un gesto artistico coraggioso, che trova nella fragilità una forma di resistenza e, paradossalmente, un bagliore di speranza.
La giuria del Concorso “Istria Nobilissima” ha riconosciuto in “Ombre” un’opera di rara coerenza e maturità autoriale, capace di tenere insieme ricerca formale e profondità concettuale definendola come: “Un’opera d’autrice che rivela il modo in cui l’artista elabora il proprio linguaggio visivo e cinematografico. A partire da un tema solo in apparenza semplice – la leggenda – l’autrice si appoggia alla mitologia e alla memoria collettiva, alle tradizioni orali e alle credenze popolari. L’ombra è il tema centrale: misteriosa, esoterica. Ne nasce una percezione profondamente soggettiva, una rilettura contemporanea del mito.
Il lavoro si fonda su un concetto forte e dominante che porta in primo piano una creatura mitica, spogliandola attraverso procedimenti cinematografici e sperimentali per trasformarla in una testimonianza poetica di una civiltà forse da tempo dimenticata, ma che sembra ancora dover arrivare: come un bagliore di apocalisse paradossalmente ottimista”.
Nelle seguenti righe, Giulia Dussich ci accompagna dentro il processo creativo di “Ombre”, condividendo visioni, dubbi e scoperte di un percorso che fa del cinema non solo un mezzo espressivo, ma un atto di ascolto profondo del mondo e di sé.
In “Ombre” l’ombra stessa diventa protagonista, quasi un’anima nascosta che guida lo sguardo dello spettatore. Quando lavora con un simbolo così potente, come lascia che la sua essenza si manifesti senza tradire la sua visione personale?
“‘Ombre’ è un cortometraggio estremamente intimo; di conseguenza, la figura protagonista è una mia visione soggettiva dell’ombra. L’idea era quella di sviluppare un personaggio dalle sembianze umane ma dal carattere mitologico, capace di rappresentare le paure e i dubbi della vita. È una figura che non vuole essere confortevole; al contrario, vuole generare inquietudine”.
Il linguaggio sperimentale del film spoglia la creatura mitica, lasciandone solo l’essenza poetica. C’è stato un momento durante la creazione in cui un errore o una scoperta accidentale ha cambiato completamente la sua visione?
“Si tratta di un cortometraggio sperimentale; di conseguenza, nonostante sia partita con idee visive precise, il processo stesso ha definito il corso stilistico del progetto”.
Domande sulla nostra esistenza
Quando costruisce le immagini, pensa a questo dialogo invisibile con chi guarda o lo lascia nascere spontaneamente?
“Il personaggio del cortometraggio, interpretato da Antonia Dunis, è una sorta di Virgilio, presente per guidare lo spettatore all’interno dell’idea del film. ‘Ombre’ non è altro che un insieme di pensieri, domande e dubbi sulla nostra esistenza; per questo motivo credo che questo cortometraggio abbia la capacità di interagire con lo spettatore, chiunque esso sia”.
Ha scelto leggende e tradizioni antiche come punto di partenza, ma il suo film le fa respirare nel presente. Come trasforma ciò che è remoto e collettivo in un’esperienza intima e contemporanea?
“Analizzando il passato e il presente, ho notato che esistono delle somiglianze. In ogni epoca c’è sempre stato il bisogno di categorizzare, di trovare un nemico comune, per dare forma a ciò che è incontrollabile, per avere un po’ meno paura”.
Come riesce a intrecciare tensione, mistero e speranza, e cosa significa per lei far emergere una luce in un mondo di ombre?
“‘Ombre’ vuole essere un inno alla fragilità umana, una ricerca della bellezza nelle nostre – ma principalmente nelle mie – insicurezze. Perciò, l’idea non era quella di far emergere una luce in un mondo di ombre, ma di dare voce a queste ultime. In una società focalizzata sul mostrare il meglio di sé di fronte al pubblico, ho voluto presentare il retroscena, la tensione e l’insicurezza dell’esistenza”.
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