C’è un momento, nell’esistenza collettiva, in cui la giustizia smette di essere principio e si trasforma in caricatura. Quando accade, non resta che il vuoto. E in quel vuoto può nascere un gesto. Uno qualunque, uno come tanti, decide di fare ciò che mai avrebbe creduto possibile. Reagisce. È lì che prende forma “Their Beautiful” (La Bella loro), la nuova fatica teatrale dell’associazione TRY theatre, andato in scena l’altra sera negli spazi della Filodrammatica, scritto e diretto da Enea Dessardo, con Lisa Mihelec come assistente alla regia.

Un’opera civile
Interpretato in lingua inglese e croata, con sottotitoli a corredo, è un lavoro corale che coinvolge il gruppo attoriale “Senior High School” costituito da Jadran Matić (il prete), Luka Ešler (Jamie Smith), Eva Kranjčević (Blake Phillips), Iris Mihočić (Stella, amica di Blake), Ena Ban (Hannah, amica di Blake), Mateo Kraljić (il giornalista Edward), Lara Mohović e Lea Stijelja (le giornaliste Mary e Frankie), Mia Marković (la caporedattrice), Greta Jerković e Andrea Šljivo (le detective), Ana Simčić (la giudice Duke), Josip Kovač (lo stenografo del tribunale, Joseph) e Niko Vuković (il Procuratore dello Stato). È un’opera civile, nel senso più nobile e urgente del termine, che interroga la giustizia, denuncia la manipolazione mediatica, e si chiede che senso possa ancora avere il risarcimento morale in una società che sembra anestetizzata dall’impunità. In un panorama teatrale giovanile spesso orientato verso l’umorismo, il fantastico o la cronaca leggera, “Their Beautiful” è una dichiarazione etica, politica e artistica. Dessardo, presidente e insegnante di recitazione di TRY theatre, adotta una pedagogia intensa e trasformativa che accompagna i giovani in un percorso formativo profondo. La sua idea di teatro nasce dalla convinzione che il palcoscenico sia un luogo di consapevolezza radicale e questa visione emerge con chiarezza fin dalla prima scena.
Sedici mesi, due vite
La stessa si apre su un confessionale improvvisato. Jamie Smith è lì, devastato. Di fronte a lui un prete assonnato, intento a pulire i pavimenti della chiesa. La confessione che ne nasce non chiede perdono. Cerca ascolto. È una resa dei conti interiore, disperata. Il nome che incarna la tragedia è Blake, una ragazza giovane, incinta, innamorata. Muore investita da un guidatore ubriaco, in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa. Il tribunale liquida il caso con sedici mesi di detenzione. Sedici mesi. Due vite. Jamie resta prigioniero di quella sentenza. Di un dolore che non ha dove andare. E allora si aggrappa alla domanda che regge l’intero spettacolo: chi è davvero il colpevole? Il carnefice che uccide per distrazione o il sistema che finge di giudicare e in realtà assolve con indifferenza? Anni dopo, quando la giudice che emise quella sentenza viene trovata assassinata, non è più solo questione di cronaca. L’interrogatorio che ne segue è una partita senza regole chiare, dove tutto si confonde, insinuazione e ambiguità, omertà istituzionale e accenni di verità. Dessardo, però, non cerca il colpo di scena. Gli interessa lo sfondo, non il dettaglio. “Their Beautiful” racconta una storia specifica per parlarci di un sistema più ampio, marcio e stanco. Un Paese incancrenito.

Tavoli, sedie e indignazione
Tra le stanze del potere mediatico si aggirano giornalisti assettati di clic, emblemi di un’informazione sottomessa al dio algoritmo. Bevendo il pelin, discutono titoli sensazionalistici come fossero trofei, dove ogni articolo è una gara al cinismo più redditizio. I commenti dei lettori sotto i “pezzi” – feroci, volgari, disumani – non suscitano orrore, bensì si valutano in base all’engagement, come performance digitali da ottimizzare. La tragedia diventa merce e la redazione un’arena grottesca dove si scambiano battute e indignazioni simulate. Il ritratto è spietato, ma incredibilmente preciso. La scrittura è asciutta, chirurgica, decisa. Non fa sconti. I dialoghi sono secchi, spesso brutali, a tratti grotteschi. C’è un’eco riconoscibile di certo teatro britannico contemporaneo. Nessuna concessione a sentimentalismi o orpelli visivi, nessuna musica, nessun effetto sonoro, nemmeno distrazioni sceniche. Sul palco solo tendoni neri, pochi tavoli, alcune sedie, che attraverso un uso scenico mirato e consapevole diventano di volta in volta una casa, una redazione, un’aula di tribunale, una sala d’interrogatorio. Il minimalismo non attenua la tensione, anzi la concentra. Nulla distrae lo sguardo e ogni elemento presente è necessario.
Corpi giovani, parole pesanti
I giovani attori si misurano con ruoli che richiedono maturità emotiva e rigore espressivo e lo fanno con disciplina e coraggio. Nessuno si aspetta che restituiscano appieno il peso esperienziale dei loro personaggi, ma sorprende la compostezza con cui abitano i silenzi, la consapevolezza con cui gestiscono le pause, la delicatezza con cui trattano i sentimenti. Il lavoro sul non detto, sull’assenza, sulla tensione trattenuta è evidente e merita riconoscimento. Sulla falsariga dello stesso, la scelta registica di affidare i cambi scena agli attori stessi, accompagnati da voci fuori campo, è profondamente simbolica. E mentre smontano e rimontano tavoli e sedie, danno forma a un mondo che cambia volto, ma non sostanza. Ogni gesto è azione politica, ogni movimento scenico contribuisce a costruire un mondo dove anche l’allestimento diventa testimonianza. Ogni passaggio è responsabilità assunta, non solo mostrata.
E il buio non si chiude
Il monologo corale che chiude lo spettacolo dissolve la quarta parete e arriva come un pugno nello stomaco. Si abbandona la finzione e si entra nella carne viva dei dati, di una lista, lacerante nella sua sobrietà, di casi reali. Ragazzi e ragazze si presentano come figli, amici, conoscenti di vittime reali. L’elenco delle sentenze leggere, delle famiglie distrutte, delle vite svanite è secco, senza enfasi. È un coro civile, la cronaca quotidiana di una “Bella loro” dove il diritto pare smarrito, e la punizione una lotteria truccata. Il pubblico non può più restare spettatore. Viene chiamato in causa. La domanda che chiude tutto non lascia scampo – “La prossima volta che sentiremo parlare di un’ingiustizia simile, come reagiremo?”. Non basta compatire. Bisogna scegliere. Agire. Parlare. Ricordare. Oppure restare complici.
E in quell’ultima scelta si gioca tutta la dignità dello spettatore. Dessardo, insieme ai suoi attori, non consente un epilogo consolatorio. Nessun inchino finale o luce che accompagni all’uscita. Il buio rimane. E con esso, la responsabilità.

Quando il teatro non consola
Ciò che resta più impresso di “Their Beautiful” è la sua onestà intellettuale. Non esistono eroi o colpevoli assoluti. Ognuno, dal protagonista al prete, dai giornalisti alla giudice, dai funzionari ai cittadini indignati, partecipa, in modo diverso, a una rete fitta di fallimenti, compromessi, omissioni. Nessuno si salva. E non c’è catarsi. Ma non c’è nemmeno disperazione. C’è solo la richiesta implicita e brutale di accettare o reagire. Questa nuova prova teatrale del giovane ensemble è figlia, quindi della chiara idea di educare, scuotere, infastidire, costringere a pensare. È un gesto di militanza culturale e civile, e se a portarla avanti sono ragazzi giovanissimi, stanchi delle troppe cronache infami, allora forse, davvero, un po’ di speranza ancora c’è.
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