Gino Brazzoduro. I confini attraversano ogni comunità

IRCI. I saggi raccolti nel volume di Pericle Camuffo intendono fissare un punto di partenza per la ricostruzione della complessa e ricca personalità intellettuale del grande fautore del dialogo

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Gino Brazzoduro. I confini attraversano ogni comunità
Pericle Camuffo, Cristina Benussi e Piero Delbello con il pubblico intervenuto alla presentazione del volume. Foto: IRCI

“Valorizzare il personaggio e fare in modo che più persone possano conoscerne il lavoro, questo è l’impegno dell’IRCI ed è questa la motivazione per sostenere studi e pubblicazioni su Gino Brazzoduro, come questo volume di Pericle Camuffo, che affronta il concetto di confine”, ha avuto modo di esprimere in apertura Piero Delbello, direttore dell’IRCI. “Per una moderna cultura di frontiera” è infatti il sottotitolo di un volumetto che racconta le importanti relazioni di Gino Brazzoduro con Paolo Santarcangeli e Fulvio Tomizza, ma anche con Biagio Marin e l’avversione verso le tesi sostenute sul mondo slavo da Scipio Slataper ne “Il mio Carso”.

Territorio, memoria e testimonianza
“Camuffo si occupa da tempo di cultura regionale” – ha ricordato Cristina Benussi, chiamata ad illustrare il saggio su Brazzoduro. Ha avuto così modo di illustrare il rapporto che ci fu tra di lui e Santarcangeli, del quale è riportato un ricordo, pubblicato su “la Voce di Fiume” nel 1989, poco dopo la sua scomparsa.
Tra i due c’era una diversa visione di Fiume, erano di diversa età. Santarcangeli era del 1909 mentre Brazzoduro nacque nel 1925. Il primo considerava Fiume una brutta città industriale. Quest’ultimo ricordava la città quarnerina come centro multilinguistico e multiculturale. Basti ricordare che egli sin da piccolo era stato affascinato dai canti slavi della tradizione popolare, affascinato decise di studiare la lingua e tradusse quindi in italiano alcuni autori sloveni. Ce l’aveva con i legionari perché avevano imposto la monocultura e con il fascismo che aveva “rincarato la dose”. Fu protagonista comunque di una fuga avventurosa dopo l’ingresso a Fiume delle truppe di Tito nel 1945. Santarcangeli l’aveva messo sull’avviso che i titini non sarebbero stati dissimili nei comportamenti. “Non ebbe remore quindi a cercare l’esilio”, ha ricordato Benussi. Anche se, come Camuffo ha affermato, aveva anche meditato di unirsi ai partigiani prima della fuga rocambolesca. Le parole d’ordine per definire Brazzoduro sono confine, memoria, testimonianza, alterità, territorio, frontiera.

Una Fiume di interculturalità
“L’incontro col confine avviene nella giovinezza – ha raccontato Camuffo. La sua Fiume è di interculturalità, senza scontri e opposizioni che creino conflitti. Santarcangeli, più anziano, ha una visione diversa, afferma infatti di non riconoscere la città descritta dall’amico. Sono entrambi concordi però della ricchezza della zona grazie all’interculturalità. Convergono sull’idea che un luogo per essere fucina di cultura deve avere più culture che si mescolano e si intrecciano, la cultura appartiene a chi sta a ridosso di una frontiera”.
Nel suo primo libro di poesie “Confine”, opera giovanile, il lessico è duro e il confine è inteso come barriera oltre la quale non si può tornare. Poi la nuova consapevolezza che il confine non sia fuori di noi, che non sia separatore; Brazzoduro lo supererà non per tolleranza e altruismo ma perché ha letto quegli autori, dei quali ha recepito in modo logico la disarticolazione dell’identità forte.

Una condizione esistenziale
“Dentro di noi ci sono infiniti confini e frontiere, il confine è l’idea da superare – ha ricordato Benussi. L’archetipo forte che è Itaca, il luogo del ritorno, va demolito perché certo si torna ma diversi da come si è partiti in un luogo che è cambiato nel frattempo. Non basta quindi riconquistare il territorio, bisogna mutare dentro. Brazzoduro mostra un altro archetipo, Atlantide, contrapposto a Itaca, sprofondata e non più recuperabile. La patria perduta è quindi Atlantide, sparita per sempre. È inutile provare rimpianto e dolore, si deve farsene una ragione, raccogliendo come in una collana “i grani dei ricordi della vita”.
“Dal confine all’erranza”, altro saggio di Brazzoduro riportato nel volume, afferma che il confine è una condizione esistenziale: i transiti attraverso di esso non sono passaggio da un luogo all’altro ma l’erranza, ovvero il percorso. “Fiume – ha affermato Camuffo – diventa quindi per Brazzoduro modello di riferimento, la mentalità è diventata quella del viandante e nell’erranza si può solo incontrare l’altro. I confini separano e dividono, impongono scelte ineludibili, ma possono diventare linee di sutura, suscitando interesse e curiosità su ciò che accade nel versante opposto”.
Anche Tomizza affermerà lo stesso concetto, la demolizione di un’identità forte, per giungere ad una cultura che contempla all’interno di sé stessa l’identità dell’altro. “Tomizza pagherà questa sua posizione in quanto Trieste non la approverà – ha ricordato in conclusione Benussi.

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