Fulvio Tomizza, l’autore che raccontò la complessità dell’identità europea

Il Convegno internazionale dedicato all'opera e al pensiero dello scrittore istriano, articolatosi tra Trieste e Capodistria, ha messo in luce il tema dell'appartenenza

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Fulvio Tomizza, l’autore che raccontò la complessità dell’identità europea
Il contributo di Mario Steffe. Foto AIA

Un doppio incontro che ha confermato l’attualità e la profondità del messaggio di Fulvio Tomizza, autore del confine e della doppia appartenenza, che ha saputo raccontare la complessità dell’identità europea prima che diventasse parola d’ordine. Nei suoi personaggi e nei suoi paesaggi si riflette la tensione eterna fra restare e partire, appartenere e non appartenere. E, anche dopo ore di interventi, il pensiero che rimane è limpido: Tomizza non ci parla solo della sua terra, ma del confine che ciascuno di noi porta dentro. Di questo e altri temi che abbracciano la produzione di Tomizza se n’è parlato al Convegno internazionale “L’Istria e la visione europea di Fulvio Tomizza”, dedicato all’opera e al pensiero dello scrittore istriano e avviato al Circolo della stampa di Trieste. L’iniziativa, promossa dal Circolo di cultura istro-veneta “Istria” in collaborazione con il Circolo della stampa di Trieste, la Biblioteca centrale “Srečko Vilhar” e il Centro Italiano di promozione, cultura, formazione e sviluppo “Carlo Combi” di Capodistria, si è articolata in due giornate. Gli incontri sono stati un duplice momento di studio e confronto dedicato alla rilettura dell’eredità letteraria e morale dell’autore di Matterada, con l’intento di evidenziarne la profondità europea e la persistente attualità nel contesto adriatico, multiculturale e plurilingue. Il Convegno, articolatosi tra Trieste e Capodistria, ha riunito studiosi e appassionati per riflettere sull’attualità di un autore che, più di altri, ha saputo raccontare la frattura e la continuità tra due mondi.

Identità e lingue differenti

Ad aprire la serata triestina è stato Ezio Giuricin, giornalista e presidente del Circolo “Istria” di Trieste, che con un saluto caloroso ha sottolineato la sinergia tra realtà diverse come elemento fondante del messaggio tomizziano. Parlare oggi di Tomizza, ha ricordato, significa interrogarsi sul valore della memoria, del confine e dell’identità. A seguire è intervenuto Pierluigi Sabatti, “padrone di casa” in quanto presidente del Circolo della stampa e giornalista di lungo corso, che ha ufficialmente dato avvio alla serata. Dopo i ringraziamenti agli organizzatori e i primi accenni al tema del convegno, Sabatti ha ceduto la parola ai relatori.

Il primo a prendere la scena è stato Elvio Guagnini, che ha delineato con precisione il ruolo di Tomizza nella cultura italiana ed europea. Ripercorrendo le sue opere principali, con particolare attenzione a Matterada, Guagnini ha analizzato la ricerca stilistica e la coerenza morale di uno scrittore capace di dare voce a una regione e a un destino collettivo. È stato poi lo stesso Sabatti, in veste di relatore, a proseguire con un intervento dedicato al rapporto tormentato di Tomizza con Trieste. Citando un passo di “Sodoma e Gomorra” di Proust, ha parlato di un legame segnato da attrazione e repulsione, delusione e nostalgia. Trieste è, per Tomizza, luogo di formazione e di maturazione letteraria, ma anche simbolo di quella mancata appartenenza che percorre la sua vita e i suoi personaggi, sospesi tra due identità, due lingue e due patrie.

«Un grande amico»

Il tono si è fatto più intimo con Diego Zandel, che ha voluto ricordare l’amico e maestro attraverso episodi personali. Raccontando il loro legame, ha riportato le parole della moglie di Tomizza, che lo definiva “un grande amico”, e ha concluso con un momento di particolare intensità: la visita alla tomba dello scrittore. “Prima le consideravo inutili – ha detto Zandel – ma vedendo la tomba di Tomizza ho capito che un luogo dove poter trovare un amico che non c’è più ci vuole”. Cristina Benussi ha poi portato l’attenzione sull’idea di frontiera, centrale nell’opera tomizziana. Tomizza, ha spiegato, viveva un conflitto interiore: il senso di aver tradito la propria origine contadina entrando nel mondo letterario. Attraverso personaggi come Franziska, Benussi ha illustrato come questa tensione si rifletta nell’opposizione tra il cittadino, edonista e individualista, e il contadino, legato ai ruoli, alla natura e all’umiltà della vita rurale. A seguire, Franco Fornasaro ha affrontato l'”incontro nella terra friulana” nel segno di un’identità condivisa. Nel suo intervento ha parlato del “lamento universale” che percorre l’opera di Tomizza, una voce di empatia e compassione per il proprio popolo, priva di rancore.

Donatella Schürzel ha poi analizzato la fortuna letteraria e storica dell’autore, definendolo un romanziere europeo nel senso più autentico: un autore che ha saputo perseguire con tenacia la propria idea di romanzo, nonostante critiche e detrattori. Gianni Cimador ha messo in relazione Tomizza con Enzo Bettiza, individuando in entrambi una “psicosi dell’esilio”: Bettiza la vive come anestesia distruttiva, Tomizza come viaggio di rifondazione, un modo per trasformare la perdita in costruzione di senso. Il suo intervento si è concentrato in particolare su “Il sogno dalmata”, tra mito e storia, come esempio di questa tensione creativa. In chiusura è intervenuto Pio Baissero, che ha trattato il tema della pace nel pensiero tomizziano, aprendo così a una riflessione sul valore universale dell’opera dello scrittore istriano. Tutti i saggi letti durante la serata saranno pubblicati integralmente online.

L’esodo come passaggio

Il Convegno è proseguito a Capodistria. Anche qui studiosi italiani, sloveni e croati hanno ripercorso la sua opera come un racconto di identità multiple e di riconciliazione. Come ha ricordato il presidente del Circolo “Istria”, Ezio Giuricin: “Tomizza non è solo uno scrittore istriano, ma europeo e internazionale. Abbiamo voluto questo Convegno per riflettere sul suo riconoscimento come scrittore del dialogo e costruttore dell’identità europea”. L’incontro presso la Biblioteca centrale “Srečko Vilhar” si è aperto con l’intervento di Nives Zudič Antonič, che ha presentato una relazione sui “personaggi e il destino di frontiera” nelle opere di Tomizza. Lo scrittore, ha spiegato, utilizza la narrazione per superare il vissuto doloroso dell’esodo, mutando la sofferenza individuale in una storia condivisa, capace di assumere valore etico e riconciliante. L’esodo, nelle opere di Tomizza, diventa infatti un passaggio: chi parte o resta deve reinventarsi e riconoscersi nell’altro, trasformando le ferite storiche in un’occasione di convivenza.

Ivan Markovič ha presentato materiali del Fondo di Italianistica della Biblioteca centrale di Capodistria, documentando la ricezione locale di Tomizza. Markovič, promotore tra l’altro dell’intitolazione della Sala di lettura della biblioteca proprio allo scrittore di Matterada, ha messo in luce la complessità culturale tra due popoli, tra memoria e appartenenza, tra lingua madre e lingua d’adozione. Di queste ambivalenze Tomizza fu sempre consapevole, riconoscendole come una possibilità nel suo essere sia uomo comune che personaggio pubblico. Kristjan Knez ha ripercorso gli otto anni capodistriani di Tomizza, evidenziando la formazione al Collegio dei Nobili e le prime esperienze che hanno lasciato tracce profonde nella sua scrittura. Li ha descritti come anni giovanili vissuti intensamente, tra le trasformazioni sociali e le cesure del dopoguerra, tra la critica al fascismo e il fascino – misto a sospetto – del socialismo. Le riflessioni tomizziane su questo periodo, che affiorano in molte delle sue opere, sono accompagnate da una sorta di memento: nessun popolo è immune dal rischio di replicare i comportamenti degli oppressori, anche chi è piccolo o marginale può diventare tiranno.

Incontro e confronto

Milan Rakovac, promotore del Forum Tomizza nel 2000, ha offerto una lettura più personale e simbolica, definendo Tomizza “l’uomo del secolo”, umano e lungimirante. Suo personale amico e collaboratore, Rakovac ha voluto ricordare di quando tradusse in croato “La miglior vita”, identificando quel momento come quello in cui perse “la compostezza, la pace, la superiorità mentale ed emotiva”, tanto il lavoro fu intenso e rivelatore. Secondo Mario Steffè il “tomizianesimo” non dovrebbe essere studiato solo attraverso la biografia dell’autore, già ampiamente approfondita, ma andrebbe visto come un laboratorio civico per riflettere sulla convivenza, sull’identità e sulla responsabilità verso gli altri. Una via utile ma, talvolta e per taluni, scomoda. Eppure Tomizza crebbe in un contesto complesso con identità diverse e intrecciate, conobbe una Capodistria in fermento e in cambiamento, attraversata da tensioni sociali e politiche. Qui, presto, comprese che la cultura non rappresenta qualcosa di esclusivo, ma un’occasione di incontro e di confronto. Se è vero che ogni progresso porta con sé anche una perdita, ciò si riflette tanto più nella condizione istriana, sempre doppia, ambigua e, proprio per questo, fucina di crescita e comprensione. Steffè ha quindi distinto un Tomizza “nostro”, rassicurante, protettivo e legato alla memoria passata dell’Istria, da un Tomizza etico e universale, provocante e ispirante, che invitava allora e invita oggi ad aprire i confini, non a difenderli.

Tatjana Rojc ha messo in luce la pluralità culturale dello scrittore, capace di unire letteratura, memoria e convivenza. Avendolo anche lei incontrato personalmente, ha ricordato come nei suoi romanzi, in particolare in “Franziska” e ne “Il male viene dal Nord”, Tomizza abbia approfondito i legami tra la cultura italiana e quella slovena, raccontando figure e storie che hanno superato i confini nazionali. Attraverso il rapporto tra Primož Trubar e Pier Paolo Vergerio, ad esempio, ha mostrato come fin dal Cinquecento esistessero scambi profondi tra le due tradizioni. Corinna Gerbaz Giuliano ha reso conto dell’eredità e della ricezione didattica di Tomizza, ricordando come i suoi scritti compaiano in antologie scolastiche e universitarie, seminari e corsi. Questi sono caratterizzati da un forte senso di memoria storica e personale, dall’attenzione al paesaggio, ai simboli di identità e di cambiamento tipici tanto della letteratura istro-quarnerina quanto della cosiddetta “letteratura dell’esilio”.

Una produzione internazionale

Secondo Gianna Mazzieri-Sanković, inoltre, le traduzioni delle opere di Tomizza sono fondamentali per superare la marginalità culturale e per favorire un dialogo tra letteratura italiana e croata. In Croazia, ha specificato, si pubblicano ogni anno circa 22 volumi di autori italiani, tra i quali figura tutt’oggi Tomizza. La Biblioteca, l’Università Popolare e la Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” di Umago svolgono un ruolo importante nella diffusione della sua opera, mentre Lorena Monica Kmet, principale traduttrice, durante il Convegno ha approfondito proprio il tema della ricezione di Tomizza in Croazia. I relatori hanno poi illustrato vari aspetti della sua eredità: Sanja Roić ha analizzato la presenza di Tomizza nell’insegnamento croato mentre Neven Ušumović ha ripercorso la storia del Forum Tomizza e della Biblioteca civica di Umago. Jasna Čebron ha esplorato Capodistria come spazio narrativo delle sue opere, Karin Stefanski ha illustrato il Fondo Tomizza presso la Biblioteca cantonale di Lugano e Antonia Blasina Miseri ha riflettuto su ricordi, nostalgie ed eredità culturale. Irena Urbič ha indagato la dimensione linguistica e identitaria dello scrittore mentre Isabella Flego ha approfondito il legame tra luoghi e poesia nella scrittura; infine Patrizio Battiston ha presentato un dettagliato resoconto degli studi e delle tesi universitarie dedicate a Tomizza nell’area dell’alto Adriatico. Dalla narrazione dell’esodo alla costruzione di una memoria condivisa, dalla scrittura per ragazzi alla ricezione didattica e accademica, gli interventi hanno esplorato le varie dimensioni dell’autore. Se lui, cresciuto in un contesto di tensioni in cui il dolore non era solo un ricordo, è riuscito a trasformare la sofferenza in un invito al dialogo e all’apertura, l’unico modo di onorare il suo messaggio è, oggi, quello di fare lo stesso.

Pierluigi Sabatti, Enzo Giuricin e Franco Fornasaro durante la prima giornata tenutasi a Trieste. Foto Jan D’Alessio
L’intervento di Milan Rakovac a Capodistria. Foto AIA
Ezio Giuricin e Gianna Mazzieri Sankovic. Foto AIA
Corinna Gerbaz-Giuliano parla di letteratura istroquarnerina. Foto AIA
Kristjan Knez al Convegno. Foto AIA

 

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