Quand’è stata l’ultima volta che avete inviato una cartolina? Non una storia su Instagram destinata a evaporare in ventiquattro ore, ma un rettangolo di cartoncino vero, scelto con cura, affrancato e affidato a una cassetta postale. Nell’era digitale il gesto di spedire un “saluto da…” è scivolato tra le abitudini desuete, superato da una modernità che esige l’istantaneo. Oggi un viaggio si documenta in tempo reale con un like immediato, privando il racconto di quella fisicità che un tempo viaggiava sui vagoni postali.
Eppure, prima dei pixel, esisteva già un social network globale e analogico: la cartolina illustrata. Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, l’Europa fu travolta dalla “cartolinomania”. Introdotta dall’Impero Austro-Ungarico nel 1869 come economico supporto per messaggi di servizio (Correspondenz-Karte), la cartolina impiegò pochissimo a rifarsi il look. L’intuizione di stampare un’immagine su un lato la trasformò nel primo medium visivo di massa della storia, un oggetto da collezionare in eleganti album da salotto.
Una nuova moda
Nelle piazze delle grandi capitali come nei centri della provincia, le vetrine dei librai e dei tabaccai iniziarono a riempirsi di vedute cittadine, panorami montani, monumenti e scene di vita quotidiana. Era un modo del tutto nuovo di mappare il territorio e, soprattutto, di mostrare agli altri dove si era stati o quale fosse il volto della propria terra. La cartolina divenne un oggetto democratico: costava poco, richiedeva messaggi brevi e si prestava a essere collezionata all’interno di eleganti album foderati di velluto, esposti nei salotti borghesi come trofei di una modernità accessibile.
In questo fermento culturale e collezionistico, l’Istria e i suoi centri nevralgici non rimasero a guardare. Cartoline con la dicitura “Gruss aus…”, oppure “Saluti da…”, o ancora “Pozrav iz…” iniziarono a viaggiare dai moli di Pola, dalle rive di Trieste e dai vicoli dei borghi dell’entroterra. Tra questi, Pisino occupava una posizione del tutto singolare. Cuore geografico della penisola istriana, la città non era soltanto un nodo amministrativo cruciale dell’Impero, ma un luogo dotato di un paesaggio drammatico e magnetico, capace di stregare. Quando i primi fotografi locali e i grandi editori viennesi o triestini posarono i loro treppiedi sui bordi della celebre foiba, non stavano solo creando un souvenir per i rari turisti dell’epoca: stavano fissando per sempre l’identità visiva di Pisino, consegnandoci un prezioso archivio di pietra, carta e inchiostro che oggi, a distanza di più di un secolo, ci permette di fare un viaggio a ritroso nel tempo.
Patrimonio iconografico
Per ricostruire questa affascinante galleria di immagini e risalire alla storia dei singoli scatti, la bussola fondamentale è rappresentata dal volume “Pazin na starim razglednicama – Pisino nelle vecchie cartoline” di Marija Ivetić. Le informazioni storiche, l’analisi filologica dei supporti e le stesse riproduzioni fotografiche che arricchiscono l’articolo sono tratte proprio da questo studio, che ha il merito di aver catalogato e salvato dall’oblio un patrimonio iconografico insostituibile. È attraverso le pagine di quest’opera che incontriamo i protagonisti di una storia che comincia a muovere i primi passi alla fine dell’Ottocento.
Per Pisino, questa rivoluzione di carta e inchiostro comincia a muovere i primi passi circa trent’anni dopo la nascita ufficiale della prima cartolina illustrata, avvenuta a Vienna nel 1870. Verso la fine del diciannovesimo secolo, in pieno “periodo pionieristico” (1870-1900), la città istriana fa la sua comparsa su supporti rigorosamente monocromi. In questa fase iniziale, la produzione è interamente delocalizzata: gli scatti viaggiano verso i grandi stabilimenti esteri, come la celebre tipografia “Weiss & Dreykurs” di Vienna.
Queste prime cartoline portano con sé i segni rigidi del regolamento postale dell’epoca: il retro è una zona sacra, riservata per legge esclusivamente all’indirizzo del destinatario, monitorata dal severo avviso Nur für die Adresse (Soltanto per l’indirizzo). Una restrizione tecnica che costringe i mittenti a un curioso esercizio di micro-scrittura, con i messaggi forzati a svilupparsi sul lato anteriore, arrampicandosi nello spazio bianco rimasto intorno alla riproduzione fotografica della città.
Le prime firme locali
La svolta, tuttavia, si consuma con l’avvento del nuovo secolo. Il ventennio che precede il primo conflitto mondiale (1900-1918) viene giustamente ricordato come il “periodo d’oro” della cartolina pisinese, un’epoca straordinaria sia per la quantità di materiale prodotto, sia per la qualità estetica e pittorica delle immagini. È in questi anni che il mercato si emancipa dalla dipendenza esclusiva dai grandi editori viennesi o triestini, grazie alla nascita di una fitta rete di editori e commercianti locali. Nomi come Mateo Percich, Pasquale Ivich e Osmano Giovanni Mozarelli iniziano a firmare le edizioni cittadine.
Tra questi pionieri spicca la figura di Josip Novak, editore di origine ceca, libraio e proprietario di una cartoleria a Pisino. Lungimirante e attento alla realtà sociale del territorio, Novak intuisce l’importanza di aprirsi alla popolazione locale: a lui si deve una considerevole produzione di cartoline che vantano, per la prima volta, le didascalie in lingua croata. Lo sguardo di Novak, inoltre, si spinge oltre i confini del nucleo urbano, immortalando le piccole località e i villaggi rurali del circondario, ampliando così la mappa geografica e antropologica della regione.
Dietro la bellezza di queste immagini c’è il lavoro meticoloso di grandi professionisti dell’obiettivo. Le cartoline del periodo d’oro si avvalgono delle fotografie firmate dal talento locale A. Mattich di Pisino, a cui si affiancano professionisti provenienti dai centri vicini, come il “Foto studio Flora” di Pola, F. Matincovich di Trieste, Giuseppe Dorcich e Freda Bohaty (Zavod fotografički iz Pazina). Il risultato è un catalogo visivo dall’incantevole pittoricità, capace di fissare la fisionomia ambientale di Pisino in atmosfere quasi magiche.
Cambio di scenario
Con la fine della Prima guerra mondiale e il passaggio del territorio, lo scenario cambia nuovamente. Nel periodo compreso fra i due conflitti e nei primi anni della Seconda guerra mondiale, la produzione prosegue sotto l’impulso di editori storici come Pasquale Ivich, affiancato da Pasquale Zanini e Pasquale Cippola. L’attrattiva della città attira anche grandi investitori editoriali da fuori, con pubblicazioni dedicate a Pisino che arrivano dalle stamperie di Trieste, Trento e Milano, mentre tra i fotografi si segnalano Bruno Stefani, Vera, Aurosmalto e Valdini.
Tuttavia, nonostante il progresso ragguardevole delle tecniche riproduttive e fotografiche, le cartoline di questa seconda epoca si presentano per lo più monocrome, perdendo progressivamente quel fascino magnetico che aveva reso unici i cartoncini della Belle Époque.
Ciò che resta immutato, fino alla soglia degli anni ’50 del Novecento (limite cronologico della produzione d’epoca), è lo straordinario valore documentario di questi oggetti. Con uno spiccato senso pragmatico, i pisinesi hanno utilizzato la cartolina per documentare pressoché ogni singola impresa edilizia, ogni inaugurazione e ogni mutamento del tessuto urbano. Guardare oggi questa produzione significa sfogliare un diario collettivo: le immagini ci restituiscono la memoria della crescita della città, la ressa festosa nelle piazze durante i giorni di mercato, la moda del tempo che cambia e l’evoluzione dei mezzi di trasporto. Frammenti di carta che, salvati dal tempo grazie ai timbri postali e alle note dei mittenti, rimangono i testimoni più limpidi e originali della storia di Pisino.
In fondo, quelle prime cartoline non erano poi così diverse dai nostri post su Instagram: frammenti visivi scelti per dire a qualcuno “sono qui, ti sto pensando”. Eppure, mentre i nostri scatti digitali si accumulano invisibili nel cloud, quei rettangoli di cartoncino consumati dal tempo resistono, custodi fisici di grafie frettolose, francobolli sbiaditi e scorci urbani ormai scomparsi. Ritrovare oggi la Pisino della Belle Époque tra le righe di un vecchio messaggio postale ci ricorda che, molto prima della gratificazione istantanea di un like, è esistita un’arte della condivisione più lenta, tangibile e, forse proprio per questo, decisamente più eterna.
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