Forum Tomizza. Il coraggio,
dal dubbio alla pazzia

A Palazzo Gravisi assegnati i riconoscimenti ad alcuni personaggi che durante i vent’anni della manifestazione hanno contribuito alla sua realizzazione

Velibor Čolić, Franco Juri, Aida Bagić e Florence Hartmann con Irena Urbič al Forum Tomizza. Foto Maja Cergol

L’evento principale dell’immancabile tappa capodistriana del “Forum Tomizza” si è svolto ieri a Palazzo Gravisi alla presenza di numerosi oratori che hanno esposto le proprie interpretazioni del tema di quest’anno, il Coraggio. In apertura Irena Urbič ha tenuto a ringraziare la locale Comunità degli Italiani e la CAN di Capodistria, che da anni ospitano il Forum. Prima di cedere la parola agli ospiti sono stati omaggiati con dei riconoscimenti alcuni personaggi che durante i vent’anni di Forum hanno contribuito, in vari modi alla sua realizzazione, ossia Mario Steffè, Barbara Verdnik, Neva Zajc, Stefano Lusa, Franco Juri, Jasna Čebron, Mirella Baruca, Lado Jelen, Vojka Jelen, Rado Libovec, Vesna Lamut, Vlasta Turčinović Sturman e il gruppo di studenti dell’Università del Litorale.

A rompere il ghiaccio riguardo al fulcro tematico dell’edizione 2019 è stata Majda Širca Ravnikar, giornalista, pubblicista, redattrice di programmi culturali ed ex ministro per la Cultura in Slovenia, che ha esordito elogiando gli organizzatori per il coraggio dimostrato nel portare avanti il Forum per vent’anni. “L’accompagnatore del coraggio è senz’altro il dubbio, ma il coraggio è indubbiamente anche pazzia, è un atto che non tiene conto delle perdite”, ha rilevato la Širca Ravnikar. La studiosa di studi migratori e di storia dell’Europa meridionale, Francesca Rolandi, ha, invece, toccato il tema come coraggio di fuggire. “Gli anni 2018 e 2019 passeranno alla storia come gli anni in cui l’Unione europea ha cercato con forza di fermare le migrazioni”, ha spiegato la Rolandi, precisando che ci ritroviamo in una realtà nella quale gli uomini scappano da altri uomini.

Un esule sbagliato

Tra gli oratori anche Franco Juri, direttore del Museo del mare “Sergej Mašera” di Pirano e storica presenza al Forum. Juri ha ricordato al pubblico che Fulvio Tomizza in sé è sempre stato un esule sbagliato, per la sua assenza di “antislavità” in primo luogo. “Esiste un coraggio falso, quello scaturito dalla paura. Oggi si ha una grande paura di perdere il lavoro, il proprio status sociale; gli uomini hanno una costante paura di perdere la virilità. Il coraggio, quello vero, invece, è l’assunzione di una posizione etica. Lo hanno dimostrato i manifestanti di Scoffie, quel piccolo gruppo di persone che hanno preso posizione contro la protesta della comunità locale che si opponeva all’opzione di far alloggiare degli immigranti nella località”, ha esposto Franco Juri.

«Pasmaterada»

Su Tomizza si è espresso anche lo spalatino Boris Dežulović, giornalista, poeta e cofondatore del settimanale satirico “Feral Tribune”, che ha tenuto a rammentare il fatto che Tomizza scriveva in italiano, ma pensava anche in croato. “Non possono erigere tanti confini quanti ne possiamo oltrepassare”, ha ribadito Dežulović, autore dell’intervento intitolato “Pasmaterada: coraggio o libertà”.

Velibor Čolić, nato in Bosnia ed Erzegoina, risiedente in Francia dal 1993, ha, invece, parlato del coraggio dell’esilio. Una tematica che lo tocca da vicino e che ha sperimentato sulla propria pelle, diventando, comunque, uno degli autori francofoni contemporanei più rinomati, mentre la poestessa di origini croata, Aida Bagić, ha affrontato il concetto da un punto di vista sentimentale, spiegando che il coraggio è una virtù dell’individuo, non del gruppo.

A concludere il simposio è stata l’ospite d’onore, Florence Hartmann, corrispondente dall’ex-Jugoslavia per una delle maggiori testate francesi, oltre che portavoce e consigliere di Carla Del Ponte, procuratrice capo del Tribunale internazionale dell’Aia. “Dicono che io sia coraggiosa perché mi sono opposta e sono finita in carcere, ma non è così. Ho visto, però, il coraggio nella guerra. Ricordo che l’Europa non voleva vedere ciò che stava succedendo nei Balcani, non voleva vedere che stava inziando un processo di guerra. Ho dovuto trovare una fossa comune e documentarla per farmi credere. Non avevano capito che la guerra portava morte. Il coraggio esige memoria”, ha concluso la Hartmann.

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