“A mesarì de la nostra veita/i me soin catà in ‘d ouna saraja scoura,/perso i vivi la carisada dreita/Ah, contà coumo ca jera a la si doura/’sta saraja salvadiga e crouda e forta /ca al pensier la torna a fa pagoura”: manco ad ammettere di non aver identificato di primo acchito la versione boumbara del primo canto dell’Inferno dantesco, non si può restare immuni dallo stile ricco e duttile che smaschera il bello dello spirito letterario del Sommo Poeta. Stavolta Favelà, alias Carla Rotta autrice di un’impensabile e felicemente “imperdonabile” traduzione, è davvero andato oltre alle aspettative: a parte il fatto di riconfermare la nobile opera di riconoscimento dell’istrioto locale quale patrimonio culturale immateriale da preservare e valorizzare, come parte integrante della diversità culturale italiana, ha “azzardato” e sconfinato ancora di più in un esperimento linguistico che omaggia la grande letteratura italiana.

Amore per l’idioma del cuore
E dire che l’inciso dedicato all’incipit della Divina, è stato soltanto uno dei tanti preziosi momenti salienti della ricca serata dedicata alla 23esima edizione del Premio letterario, all’ombra del Campanile di San Biaso a Dignano. I partecipanti-vincitori, sono stati i protagonisti per eccellenza, per reiterate volte invitati a farsi applaudire sul palco da un pubblico oltremodo vivace, coinvolto e volenteroso di gratificare con ovazioni e applausi a scena aperta, mentre l’anteprima delle congratulazioni, era già arrivato dall’ufficialità dei discorsi. Primo al microfono, il presidente della Comunità degli Italiani di Dignano, Maurizio Piccinelli. “Questa non è soltanto una competizione letteraria: è un atto d’amore verso la nostra lingua, il nostro dialetto dignanese, verso le storie, le emozioni e i ricordi che porta con sé. Ogni anno, grazie a voi autori, questo patrimonio si arricchisce di nuove parole, nuove immagini e voci che continueranno a parlare alle future generazioni”.
Un’iniziativa che unisce
A rafforzare la significanza dell’evento, quindi Fabio Donorà in rappresentanza della Famiglia Dignanese, ricordando quel memorabile 2003, che istituì e fece quindi crescere il Premio Favelà a forze riunite: la CI e la Famiglia assieme. “Non avrebbe mai avuto valore senza i partecipanti, che con il proprio contributo continuano a tenere vive le radici di Dignano”. Poi il Bona sira a douti, della vicesindaca di Dignano, Manuela Geissa, pronta a definire il concorso letterario una manifestazione importante per tutti i dignanesi, residenti in loco, in Italia e nel mondo. “Ciò che ci accomuna e ci fa sentire parte di un’unica comunità sono le nostre radici bimillenarie, le nostre tradizioni, il nostro folklore e soprattutto, il nostro dialetto. Seppure il nostro dialetto sia inserito nell’atlante dell’UNESCO quale idioma in via d’estinzione ed è sempre più raro sentirlo nelle conversazioni quotidiane della gente, ogni anno riemerge come per magia in questa serata letteraria…”

I premiati
I meriti di Favelà sono stati quindi acclamati in modo particolare in virtù del fatto di aver riappropriato i giovani della melodiosità più autentica “che i loro avi hanno fatto echeggiare per le nostre contrade, calli, campielli e campagne”. Non a caso si rinnovano gli inviti a partecipare e conferisce particolare importanza alla categoria “Giovani”, che ha assegnato il primo premio alla classe seconda della SE di Dignano e alla loro instancabile insegnante Fabiana Lajić, per le loro pittoresche e deliziose “Cònte, rèime e feilastròche”. Il secondo premio nella categoria “Letteratura”, sezione prosa è andato inoltre a Germano Fioranti “A pranso col dotùr, a sena con mé Santolo”, scorrevole con morale e divertente come il suo interprete, mentre al medesimo premio si affianca pure la menzione onorevole (sempre sezione prosa), assegnata a Giulia Timea Fioranti, erede dell’istrioto tramandato nell’ambito famigliare, autrice di “Rècordi mòusecài”.
Traduzioni in dialetto
La stessa giuria – composta da Fiorella Biasiol, Paola Delton, Sandro Manzin per la CI di Dignano, Giuliana Donorà, Paolo Donorà e Roberto Giacometti per la Famiglia Dignanese di Torino – ha deciso di assegnare all’unanimità il Premio Traduzioni ex aequo a Loredana Bogliun e a Carla Rotta. I versi di Diamberse; Piera spein e fanivoro; De miteina scritti da Maurizio Casagrande, Alojz Kocijančič e Mauro Sambi hanno visto la loro interpretazione con pacata emozione della poetessa Bogliun, traducendo al pubblico l’incantesimo della trasformazione istriota di lingue e tematiche diverse: dialetto veneto bassopadovano, sloveno e istroveneto polesano. Plauso quindi alla “Diveina comedia: Einferno – Canto Preimo”, alla metrica dantesca rispettata dalla scrittrice e giornalista Carla Rotta, senza mai alterare il senso dei celeberrimi versi, per i quali si è fatto ampio uso e recupero di preziose terminologie arcaiche.

Musica e versi
Favelà edizione 23 è stata caratterizzata da tanti momenti memorabili: le esortazioni a perpetuare il proprio patrimonio, le esibizioni musicali del cantautore Daniele Ferro, davvero eleggibili a inni celebrativi di Dignano e della sua gente, l’amarcord dedicato agli amati vecchi maestri, autori e personalità, che come posto in risalto da Manuela Geissa hanno fatto la storia del concorso, conquistandosi un posto speciale nel cuore della comunità boumbara: Anita Forlani, Luigi Donorà, Anita Cergna, Mario Bonassin, Ondina Ferro, Odino Fioranti e altri ancora. L’intera serata è stata insaporita dalla costante intercalazione linguistica italiano-istriota dei due allettanti presentatori Gloria Vale e Lorenzo Biasiol.

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