«Fahrenheit 451». Uno spettacolo che non lascia indifferente il pubblico

A Fiume la prima messinscena teatrale in Croazia dello spettacolo di Ray Bradbury

Mario Jovev recita nel ruolo di Guy Montag, mentre Aleksandra Stojaković Olenjuk interpreta la parte di sua moglie Mildred

È del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume la prima messinscena teatrale in Croazia di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. A firmare l’adattamento drammaturgico e la regia di uno dei più famosi romanzi distopici del Novecento è Ivan Penović, tra i più proficui registi croati della nuova generazione. Il personaggio di Guy Montag è interpretato dal giovane attore Mario Jovev, che nell’esibizione dà prova delle sue strepitose doti attoriali.

 

Sdoppiamento del protagonista

La nuova produzione dello “Zajc” porta in scena la terrificante realtà descritta nel romanzo di Bradbury con una corretta trasposizione teatrale del contenuto letterario. Una delle difficoltà dell’adattamento scenico del libro riguarda il trasferimento sulla scena della contrapposizione tra due parti – in questo caso, l’ideologia che vuole eliminare sistematicamente il ragionamento critico e le idee discordanti che da esso potrebbero scaturire nel nome di una “serenità” di tutti i partecipanti, da un lato, e tutto ciò che a essa si oppone, ovvero la difesa dell’attività cognitiva dell’uomo e dell’esperienza mentale cosciente, dall’altro – mantenendo la centralità del punto di vista del protagonista. Penović concentra, giustamente, questa dualità sulla stessa figura di Montag. Lo rende, cioè, portatore della struttura di base del romanzo di Bradbury, una scelta più che giustificata e assolutamente riuscita. Si spiega così l’apparente parità d’importanza tra Montag e gli altri personaggi nella prima parte dello spettacolo. L’adattamento drammaturgico di Penović mette in risalto, fin dalla prima scena – in cui vengono inquadrati i personaggi – lo sdoppiamento del protagonista, che nel libro viene esplicitato solo in un secondo momento. Si tratta di una scelta registica (e drammaturgica) che pone, dunque, l’accento sulla contrapposizione che poi si rivelerà essere la medesima lotta interna di Montag e che sarà lui stesso a superare.

Pienone allo Zajc

Liberazione dalla prigionia mentale

A livello scenico, questa opposizione è data dalla suddivisione dell’impianto scenografico firmato da Zdravka Ivandija Kirigin – a cui viene accordato anche il piano luci di Dalibor Fugošić – in due realtà distinte. Infatti, la parte sinistra della scena è riservata all’entità rappresentata dalle autorità, ovvero dalle leggi e la logica del “nuovo mondo” descritto da Bradbury, mentre a destra hanno luogo le storie legate alla realizzazione a cui Montag giungerà nel corso dello spettacolo. Man mano che il protagonista matura una nuova coscienza, viene a meno lo sdoppiamento del personaggio – e della scenografia. Nell’ultima parte della messinscena, viene eliminata la parete principale, quasi a rappresentare la liberazione di Montag dalla prigionia mentale in cui era confinato. Oltre a indicare, a livello simbolico, che la realtà va ricostruita facendo un passo indietro, la scelta di concludere lo spettacolo con un movimento che parte dal fondo della scena – ora visibile, dopo la rimozione della principale struttura scenografica – risponde non solo a pure necessità logistiche, bensì, grazie alla costruzione del significato simbolico delle “mura” scenografiche quale gabbia mentale degli abitanti del romanzo distopico di Bradbury (Guy Montag compreso), rappresenta la distruzione di questa stessa prigionia.

Eccellenti esibizioni degli attori

Oltre all’adattamento drammaturgico e alla regia, a garantire la riuscita dello spettacolo sono le ottime performance degli attori, primo fra tutti Mario Jovev. La difficoltà dell’interpretazione di Montag – superata egregiamente dall’attore – sta nel trovare quello specifico punto d’equilibrio, specialmente nella prima parte dello spettacolo, a partire da cui portare avanti il peso dello svolgimento dell’azione dando l’impressione di mimetizzarsi con il resto della scena. La bravura di Jovev sta nel perfetto dosaggio della propria presenza scenica. Il giovane attore dello “Zajc” riesce a mostrare questa (apparente) conformità alle regole da parte del protagonista come una sorta di forzatura autoimposta. Montag cerca di apparire perfettamente inserito nella massa, rispettoso delle leggi della moltitudine. Tuttavia, la maschera che il personaggio indossa, nell’eccezionale interpretazione di Jovev, è scomoda quanto un paio di scarpe di taglia sbagliata. Montag ride, ma non sa provare quella gioia che provoca la risata. Osserva, ma non sa percepire l’esperienza del contemplare. Nella seconda parte dello spettacolo, Jovev riesce a concentrare tutta l’attenzione dello spettatore su di sé, come un magnete che riprende la propria carica. Esattamente come Montag che conquista coscienza, Jovev si impadronisce dell’atmosfera scenica. In altre parole, alla presa di potere di Montag nei confronti della sua stessa dualità corrisponde la progressiva conquista dello spazio scenico da parte dell’attore protagonista. Impeccabile anche la performance di Aleksandra Stojaković Olenjuk nel ruolo di Mildred Montag. L’attrice, che recita con assoluta sicurezza in ogni momento che trascorre in scena, riesce a rappresentare l’illusione del personaggio e, soprattutto, a esprimere con lo sguardo quella terribile alienazione in cui Mildred, inconsciamente, è immersa. Un’ottima esibizione anche quella di Jasmin Mekić, che conferisce sostanza a un personaggio piuttosto bidimensionale – come quello di Stoneman – riuscendo a sostenere molto bene il passaggio tra le parti narranti e gli altri ruoli. Piuttosto scarsa, purtroppo, la recitazione di Dražen Mikulić nel ruolo del capitano Beatty che, insieme al personaggio di Faber (interpretato assai bene da Damir Orlić), porta il peso della spiegazione del concetto di base dello spettacolo (e del romanzo di Bradbury). Il personaggio di Beatty, che richiede perciò un alto livello di recitazione, viene appiattito dall’esibizione insipida e dimenticabile di Mikulić. Anche Dean Krivačić, solitamente molto bravo nelle parti narranti, questa volta purtroppo offre una performance che lascia a desiderare. Romina Tonković, che interpreta Clarisse McClellan, dimostra invece di possedere delle solide abilità recitative riuscendo a rendere fastidioso e fuori luogo – rispetto all’ambientazione scenica – il personaggio che, fin dall’inizio, rappresenta l’identità di Montag vista in negativo.

Il personaggio di Clarisse McClellan è interpretato da Romina Tonković

Nulla è lasciato al caso

A completare la messinscena sono le musiche originali di Osman Eyublu e Pedro Rosenthal Campuzano, le quali conferiscono quel senso di angoscia che lo spettatore prova immedesimandosi – per quanto possibile o, per certi versi, auspicabile – nel personaggio di Montag. La partitura musicale dello spettacolo, con il design del suono di Saša Predovan – e lo stesso discorso vale anche per il piano luci – serve a dare alla messinscena l’idea di una realtà altra, di quell’aria di fantascienza che difficilmente si traduce dal libro alla scena teatrale. Uno spettacolo del tutto equilibrato, in cui nulla è lasciato al caso – dall’adattamento drammaturgico ragionato, all’eccezionale regia, all’accattivante recitazione degli attori (seppur con determinate eccezioni), senza dimenticare la scenografia, i costumi e le musiche che si concordano perfettamente al progetto registico -, “Fahrenheit 451” di Ivan Penović è uno spettacolo che non lascia (e non deve lasciare) indifferenti. È la giusta versione teatrale del capolavoro di Bradbury, in cui non viene sacrificato nulla del terrificante monito che il romanzo emana.

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