«Esercitazione alla vita» Serve conoscere la storia

Sulle pagine del nostro giornale la critica di Alessandro Damiani del romanzo di Nedjeljko Fabrio

Nedjeljko Fabrio

Il Teatro fiumano “Ivan de Zajc” ha annunciato l’anno scorso l’inserimento nel cartellone degli spettacoli legati al titolo di Capitale europea della cultura, della rivisitazione in chiave moderna di “Esercitazione alla vita”, presentato per la prima volta all’inizio del 1990. Le congetture sulla modalità di realizzazione della pièce e le critiche rivolte dagli scettici che non credono sia possibile ripetere il successo di trent’anni fa sono ancor sempre nell’aria e dovremo aspettare ancora una decina di giorni per vedere in prima persona cosa tiene in serbo per il pubblico fiumano il sovrintendente e regista Marin Blažević. Se ci siamo soffermati sulle critiche e sulle dichiarazioni dell’élite politica e culturale degli anni Novanta pubblicate nel nostro quotidiano e nel “Novi List”, nonché sulle esperienze degli attori del Dramma Italiano che presero parte allo spettacolo originale, è doveroso fare un ulteriore passo indietro e portare la lancetta della macchina del tempo al 1985, anno in cui venne pubblicato il romanzo di Nedjeljko Fabrio “Esercitazione alla vita” (scritto quattro anni prima), lavoro che successivamente ispirò Darko Gašparović e Georgij Paro a proporlo a teatro.

L’articolo pubblicato sulla “Voce” il 1.mo novembre del 1985

Una cronaca familiare
Sulle pagine della “Voce” Alessandro Damiani ha proposto una critica del volume, pubblicato dalla “Globus” di Zagabria. L’intento di offrire uno spaccato della realtà fiumana con l’ausilio di una sorta di romanzo storico, ha spiegato, è lodevolissimo, ma non dispone di un riscontro artisticamente valido o quanto meno adeguato alla propria, particolare, densa e pregnante storia. Damiani ricorda i romanzi di Viktor Car Emin nonché “Il porto dell’aquila decapitata” di Paolo Santarcangeli e aggiunge che il volume di Fabrio, a differenza di quelli nominati, presenta una trama troppo incentrata sulle vicende private di una famiglia (“l’intimità delle pareti domestiche”) e dà troppo poco spazio alle “irrompenti passioni politiche”. L’autore presenta una cronaca familiare su uno sfondo sociale e politico soltanto accennato, continua il giornalista, per cui non c’è analisi articolata di 150 anni di storia cittadina (elencati da Damiani gli eventi salienti non presenti nel romanzo) ma piuttosto un riverbero di lontani bagliori su fatti e figure di una modesta quotidianità. I quali, anzi, per una loro maggiore comprensione, presuppongono ed esigono la conoscenza della storia fiumana, all’epoca, lamenta Damiani, appannaggio di pochi esperti.
E tra questi pochi esperti, a quanto pare, non c’è Fabrio.
Individualità a scapito della collettività
Damiani descrive pure la situazione della storiografia dell’epoca, spiegando che per il 99,9 per cento dei cittadini di Fiume il romanzo di Fabrio è un vero busillis (problema spinoso e di difficile soluzione) con squarci di verità storica addirittura scioccanti.
“Strutturalmente le quattro generazioni inserite nel tessuto narrativo compongono un ciclo esaustivo – scrive Damiani –. Lasciano invece aperti tutti gli interrogativi sulle cause e le modalità di una vicenda collettiva. Anzi, li pongono per la prima volta (intendiamo sul piano letterario), dato che Fabrio non ha avuto predecessori in questo proposito leale e coraggioso di chiarezza”. Quindi, anche se il risultato non sembra riuscito, il tentativo di Fabrio di lanciarsi in questa pionieristica opera di riscoperta della storia fiumana è definito leale e coraggioso.

La copertina della prima edizione del romanzo di Fabrio

Pertinenza etnica, problema di fondo
Lo scrittore anziché usare la storia di Fiume come patina del suo racconto, dice Damiani, ne ha fatto il vero obiettivo di un’operazione di scrittura ridotta a pretesto. Anche se dovesse sbagliarsi sul piano delle motivazioni, aggiunge il giornalista, oggettivamente l’opera assume questo valore: di provocazione e monito di dare a Fiume la sua integrità storica, senza la quale non avrebbe potuto disporre di una propria identità e dignità. Non si esprime sul valore estetico del testo, in quanto il romanzo è scritto in croato, ma ne considera la struttura e l’ideologia, ovvero il problema di fondo del volume: la pertinenza etnica della città. Il nodo ideologico, conclusa la lettura, non risulta affatto sciolto, ma mette in risalto la non congruità del titolo al carattere dell’opera.
“Quale ‘esercitazione’, se per l’autore la storia è follia e imbecillità?” si chiede Damiani.
Il personaggio femminile principale, a conclusione dell’opera, non riesce a contrapporre il proprio amore per un ragazzo spalatino a decenni di odio patologico, ideologico, volgarmente materiale e stupidamente patriottico. Di fronte a uno scenario simile, lamenta Damiani, c’è poco da aver fiducia nella capacità pedagogica della storia. Fabrio condivide col lettore il suo scetticismo e il rifiuto di una visione edificante o consolatoria della storia: “Non resta che trarre diletto dal raccontare, il che può sembrare poco, ma per chi vive di o nella letteratura può essere una ragione di vita” conclude Damiani.
Il pessimismo del romanzo
A quanto pare i contemporanei di Fabrio erano coscienti del fatto che il suo romanzo aveva sollevato un vespaio e che il problema della mancata conoscenza della storia (all’epoca) recente fiumana doveva venire risolto. Le descrizioni storiche dell’opera scritta, però, sono molto più modeste della sua versione teatrale e sono incentrate soprattutto sull’aspetto umano. A conclusione del romanzo un tocco di pessimismo filosofico di un artista che non vede nel futuro una possibilità di riscatto e di convivenza pacifica, ma forse ciò è dovuto alla delicata situazione politica nella Jugoslavia dell’epoca, che a distanza di meno di un decennio, ha portato intolleranza e morte nella federazione.
Se lo spettacolo “Esercitazione alla vita” rimarrà sempre e solo nelle menti di coloro che l’hanno interpretato o visto, il romanzo è ancora qui, sugli scaffali di quasi tutte le sezioni di quartiere della Biblioteca civica, come pure in quella centrale, e aspetta soltanto il momento giusto per tratteggiare ai fiumani di oggi di una Fiume che non c’è più.

Facebook Commenti