«Esercitazione alla vita» nel 1990 divise la critica

Alida Došen, critico del nostro quotidiano, «La Voce del popolo» e Gordana Milić del «Novi List» hanno commentato la prima dello spettacolo con toni discordanti

La critica ne “La Voce del Popolo” del 1.mo marzo 1990, firmata da Alida Došen

Lo spettacolo “Esercitazione alla vita – seconda volta”, che andrà in scena il 17 marzo al TNC “Ivan de Zajc” di Fiume, ha ridestato, immancabilmente, interesse per la versione originale del 1990. Non avendo la possibilità di assistere all’evento, sia per la mancanza di materiale video, che per il fatto che non si sono avute repliche ormai da decenni, abbiamo rispolverato le critiche del nostro quotidiano “La Voce del popolo” e del “Novi List” per rivedere le prime impressioni, ma anche per confrontare le diverse visioni della vicenda: quella italiana e quella croata.
Difficile ricerca dell’imparzialità
“Fiumanamente la vita”, questo il titolo dell’articolo pubblicato sul nostro quotidiano qualche giorno dopo la prèmiere allo “Zajc” e firmato da Alida Došen, che ha fornito una critica più ponderata e meno entusiastica di quella del “Novi List“, forse anche per il fatto che è uscita dopo il fine settimana e quindi ha avuto il tempo di guardare oltre le prime impressioni. L’articolo inizia con una critica aperta al Teatro per aver “bombardato” la cittadinanza con una kermesse pubblicitaria sin troppo chiassosa, con aprioristici appellativi di gran lode e bombastici slogan del tipo “spettacolo teatrale fiumano del secolo”, il che ha in un certo senso compromesso la serena e spassionata visione della messinscena. I criteri di giudizio, rinfaccia l’autrice della critica, ne hanno risentito.
Aspettative non all’altezza
Il 27 febbraio del 1990 il Teatro era stracolmo, il pubblico era scelto, con molti ospiti di riguardo, tra cui pure Salvatore Cilento, Console generale d’Italia a Zagabria, il dr. Camillo Schwartz, Console generale d’Austria a Zagabria, e Istvan Schwraka, rappresentante dell’Ambasciata ungherese a Belgrado. Tutti aspettavano l’apertura del Vaso di Pandora fiumano, centocinquant’anni e passa di tribolata storia di due famiglie, una italiana, il cui capostipite giunge dagli Appennini, e l’altra croata, di Kostrena.
Le piccole storie dell’Uomo
Dentro la Storia le piccole storie dell’Uomo, coinvolto, travolto, distrutto dagli eventi storici. Uomo creatore e vittima della storia stessa – è questo il messaggio del romanzo di Fabrio, scrive Došen. A suo parere lo spettacolo non aveva molti momenti superiori ai “grandi” spettacoli realizzati fino ad allora. I più suggestivi erano quelli meno storici e più umani.
Una critica più aspra è stata rivolta al primo atto, che a suo parere aveva avuto i suoi periodi di stanca, con troppi estratti dalla vita ufficiale della città, troppi cerimoniali e citazioni di discorsi storici, troppe invasioni militari in palcoscenico. A parte la scena finale dell’incontro di Carlo nell’aldilà con l’amata moglie Fanica, croata di Gomila, morta di parto nel dare alla luce il figlio Fumulo, la prima parte (un’ora e quaranta in un sol blocco) è risultata pesante anziché no.
Uno spettacolo che non dà risposte
Se nel primo atto la componente umana compare solo a lampi ed ha sempre una nota tragica, anche se si tratta di nascite o matrimoni, nella seconda parte il teatrogiornale, come lo definisce Došen, lascia spazio alla vera tragedia umana: quella vissuta dagli italiani e dai croati di Fiume, che tra una occupazione e l’altra hanno lottato per salvare la propria identità. Famiglie divise da ideologie politiche, lotte fratricide e la ferita che più di ogni altra ha dissanguato Fiume dalla sua plurietnicità: l’esodo. E proprio con l’esodo, una nave che tristemente va… cala il sipario su “Esercitazione alla vita”.
«Chi siamo e da dove veniamo?»
Alida Došen, nata a Fiume nei primi anni del dopoesodo, scrive che la domanda che le è rimasta impressa dopo lo spettacolo è “Chi siamo e da dove veniamo?” Il quesito ha turbato non poco la giornalista, che ricorda una scena in cui si dice che la componente croata su queste terre ha radici secolari. Quella italiana idem, ribatte l’altra “falda”.
“Ma è possibile che gli italiani di Fiume non abbiano lasciato nessuna impronta storica?” si chiede Došen, visto che gli unici italiani di spicco ad aver parlato sono Mussolini e d’Annunzio.
“Nelle scuole italiane nessuno mi ha indirizzato alla scoperta delle mie radici”, dice l’autrice, puntando il dito sulle istituzioni dell’epoca, che evidentemente non si sono poste il problema dell’identità così come succede adesso. “Ciò che mi rallegrerebbe di più – rileva in tono sarcastico – (galeotto fu il moretto-mascotte dello spettacolo) sarebbe scoprire che in fondo in fondo discendiamo dai neri!”.

Neva Rošić davanti al “suo” manifesto

Progetto troppo ambizioso
Nedjeljko Fabio insegna che nella Storia non esistono né vincitori né vinti, scrive Došen con una punta di amarezza, e aggiunge che “Esercitazione alla vita” non è uno spettacolo storico per la resa artistica perché la recitazione non è andata al di là della correttezza, nonostante sia da ammirare la coordinazione dell’immenso numero di attori sulla scena. Magnetica e piena di temperamento Neva Rošić, aggiunge, espressiva la giovane Elis Lović, piena di fiumanità e naturalezza la scenetta di Giulio Marini come Ugo Ossojnak.
L’entusiasmo del «Novi List»

Molto diverso il tono della critica scritta da Gordana Milić, la quale ricorda la folla numerosissima che ha assalito letteralmente il Teatro e di cui molti erano disposti persino ad assistere allo spettacolo in piedi. A parlare dalla scena è stata la vita stessa, scrive Milić, con le sue lacrime e le risate. Il Teatro è stato travolto dalle emozioni e nel corso dello spettacolo il pubblico ha spesso interrotto l’esibizione con applausi scroscianti e spontanei. Il finale, con il pubblico in piedi e i fiori che vengono lanciati sul palcoscenico è un’immagine che ha colpito particolarmente la giornalista.
La complessa Storia di Fiume

La copertina del quotidiano “Novi List” il giorno dopo

Anche se la visione di Milić a primo acchito può sembrare positiva e superficiale, la giornalista si sofferma anche sui punti più dolenti portati alla luce dagli autori. Storia e Politica sfilano sul palcoscenico in un intreccio di bandiere, eserciti, inni, liberatori, conquistatori, condottieri, guerrieri e poeti, che hanno colpito la giornalista. Alla fine dello spettacolo anche la parte croata era travolta dalle domande. “Di chi è Fiume? È italiana? È croata? È fiumana in senso autonomistico? La polivalenza etnica ha portato come risultato una lotta in seno alla famiglia, che è risultata con un distacco sul quale aleggiava l’ombra della Morte”. La Morte è il vero protagonista, secondo Milić, a volte considerata una sorta di riscatto per una vita sprecata, altre volte vista come catarsi e punto di Pace estrema.
La realtà parla del presente
“La vita dell’uomo vede nella morte il punto estremo dell’autorealizzazione, un punto cruciale in cui cessa ogni sofferenza e ogni ‘esercitazione alla vita’ diventa trasparente e chiara. La Storia che ha vessato Fiume per secoli continua a ripetersi in modo ironico come un mito, una farsa senza fine”. Nello spettacolo, scrive Milić, viene descritta puntualmente e con precisione, e anche se la trama sembra parlare di un tempo passato, in realtà parla sempre e solo del presente.
Un’identità difficile da afferrare
In conclusione, le critiche teatrali che ci parlano dalle pagine ingiallite dei giornali di trent’anni fa, rivelano il tono dello spettacolo di Fabrio, ma restano comunque solo una visione soggettiva con la quale potremmo identificarci o meno.

Facebook Commenti