«Duran Duran»: nostalgia, ricordi e nuovi orizzonti

Dopo oltre quattro decenni di carriera la band britannica ha conquistato i 10mila spettatori di Villa Manin

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«Duran Duran»: nostalgia,  ricordi e nuovi orizzonti
La band ha interpretato alcuni dei suoi brani intramontabili

“Duran Duran”: sono passati oltre 40 anni dai primi successi di questa oramai storica band inglese (formatasi a Birmingham nel 1978), eppure continua a regalare emozioni e la soddisfazione di mantenere vivo il contatto con il pubblico: ne stanno dando prova nel tour mondiale di quest’anno che ha toccato pure l’Italia con tre date in location che, con il loro fascino, esaltano l’esperienza dell’evento: l’arena di Verona, la Reggia di Caserta e il parco di Villa Manin a Codroipo, nel Friuli Venezia Giulia.

A Villa Manin, accolti da 10mila fan (questo il dato reso noto dagli organizzatori, VignaPR e FVG Music Live) provenienti anche dalla Slovenia e Croazia, in circa un’ora e cinquanta minuti di concerto hanno ripercorso i brani che li hanno resi famosi: lo si è capito sin dalla prima canzone in scaletta con “Is there something I should know”. Il ritmo si è fatto incalzante con “The wild boys” – quei “ragazzi selvaggi” che ci riporta all’iconico video, all’epoca (nel 1984) uno dei più costosi e complessi, con il frontman del gruppo Simon Le Bon legato a una ruota a pale girando tra acqua, fuoco e quant’altro e sfidando pure non pochi rischi. Graffianti anche in “Hungry like the wolf”, “The reflex” e ancora di più in “A view to a kill” – il brano principale nel film di James Bond 007 – “Bersaglio mobile” (1985).

Il cortile di Villa Manin affollatissimo

Un lungo viaggio
Beh, i “Duran Duran” non sono mai stati identificati come ribelli o paladini contro il sistema, ma piuttosto come band elegante, raffinata nello stile, principalmente protesa ad evocare emozioni e atmosfere, ma anche dimensioni romantiche come in “Save a prayer”. A proposito di atmosfere: nella memoria dei fan rimane particolarmente scolpita “Rio”, quel viaggio verso una meta esotica e incantevole, fatta di colori intensi, di una natura incontaminata, con quel pizzico di mistero che rende tutto ancora più suggestivo. Il mistero lo ritroviamo anche in altri mondi, simbolicamente nello spazio, concretamente nella luna nuova intesa come cambiamento nella vita e rapporti – eccoci così con “New moon on monday”. Tuttavia i “Duran Duran”, nelle fasi più mature hanno realizzato brani che vanno oltre a quell’immagine patinata e dei bei ragazzi che tanto hanno fatto impazzire il pubblico negli anni ‘80: con “Notorious” del 1986 ci portano a scoprire il prezzo della fama e successo, dell’importanza di mantenere saldi i propri valori e identità. E si arriva al 1992 con “Ordinary world” a cui Le Bon ha legato i saluti al pubblico di Villa Manin e un messaggio collettivo: “Questa, purtroppo, è l’ultima notte in Italia nell’ambito del nostro tour. Sono stati spettacoli incredibili. La canzone successiva è dedicata a chi lotta – nei propri Paesi – per la pace, felicità e libertà”. Intensa anche “Come undone” del 1993 che nel tour Le Bon duetta con Anna Ross, presenza oramai fissa nei concerti del gruppo.

Il frontman Simon Le Bon

Superamento di confini
Il momento di punta è con “Free to love” che ci catapulta ai giorni nostri. Il brano, infatti, è del 2026 realizzato in collaborazione con Nile Rodgers, che già in passato ha lavorato a diverse hit. Per cantarla, Le Bon si cambia indossando una T-shirt con stampato il titolo della canzone in più colori perché intesi come libertà e amore senza barriere, che tutti hanno diritto di vivere. La tenuta vocale di Le Bon ha visto qualche piccola imperfezione, ma la resa complessiva ha soddisfatto le aspettative stando, almeno, al positivo responso del pubblico. Una scaletta che non lascia molto spazio all’innovazione, ma l’effetto nostalgia, le canzoni con cui tanti sono cresciuti, la spensieratezza (ma non per questo frivola) di questi eterni musicisti, hanno prevalso su tutto, persino sul timore di un temporale che, osservando l’addensamento di nubi, sembrava alquanto minaccioso. Fortunatamente così non è stato, le poche gocce di pioggia hanno sgombrato il campo per dare vita all’appuntamento “tuffo nel passato” e rivedere un Simon Le Bon in buona forma, ma lo sono altrettanto il bassista John Taylor, il tastierista Nick Rodhes e il batterista Roger Taylor. Grande assente è Andy Taylor, che pur essendosi ritirato definitivamente dal gruppo nel 2006, mantiene il filo con i colleghi collaborando a diverse produzioni.

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