Tocca a Mirko Soldano, direttore del Dramma italiano del Teatro nazionale croato “Ivan de Zajc” di Fiume dal gennaio 2025, guidare la compagnia e presentare al pubblico proposte creative e originali per la nuova stagione teatrale della compagnia di prosa della Comunità nazionale italiana. Attivo da anni sulla scena teatrale e cinematografica croata e italiana, Soldano ha dimostrato con costanza che impegno e dedizione portano risultati.
Diplomato nel 2002 al “Piccolo Teatro” di Milano, ha poi proseguito gli studi all’Università di Parma, ottenendo la laurea in Economia politica. In linea con il suo percorso artistico, nel 2018 ha conseguito un master II livello in video composizione presso il Conservatorio di Musica “Giuseppe Tartini” di Trieste. Presente a Fiume nel Dramma italiano dal 2004 al 2009, e successivamente dal 2013 a oggi, Soldano è da tempo una delle figure centrali del teatro fiumano.

Con uno sguardo sempre innovativo, ha dato vita a personaggi con caratteri complessi, ottenendo riconoscimenti importanti, come il Premio Šovagović al Festival dell’attore di Vinkovci per la miglior interpretazione maschile e il Zlatni lav ‒ Leone d’Oro a Umago per miglior attore nel ruolo del giornalista Eric Larsen nello spettacolo “Variazioni enigmatiche”.
Da attore a direttore, in quest’intervista Soldano approfondisce il ruolo del Di e il suo impatto culturale sul territorio. Si sofferma poi sul cartellone 2025/2026 e sulle proposte pensate per il pubblico, lasciando emergere anche una dimensione più personale del suo percorso e della sua visione del teatro.
È come dirigere un’orchestra
Ha vissuto il Dramma italiano prima da attore e ora anche da direttore. In che modo è cambiata la percezione del teatro quando si passa dall’altro lato del sipario?
“Da attore vivi nel presente della scena, nell’immediatezza del rapporto con il pubblico. Ogni sera è un tuffo nell’ignoto, una sfida tra il tuo corpo e quello che succede lì, in quel momento. Da direttore, invece, lavori costantemente con il futuro: progetti che devono nascere, disequilibri continui che cerchi di riportare in bolla, visioni da tradurre in pratica. Ma quello che non mi aspettavo è che fosse così ‘fisico’ anche questo ruolo.
Innanzitutto, arrivi alla fine della giornata stremato. Quando costruisci una stagione, quando cerchi di tessere rapporti con teatri italiani e registi, quando ti confronti con attori che conosci da anni, quando le idee e le preferenze con la sovrintendente croata divergono, quando aumentano i progetti, inclusi quelli europei, quando siamo sottoccupati e a risolvere le questioni siamo sempre io e Noemi Dessardo… è come un’orchestra dove ogni strumento ha la sua voce, la sua storia. E tu devi trovare l’armonia senza togliere il volume a nessuno”.

Ricorda per caso la prima volta che ha messo piede sul palco dello “Zajc”? Quali emozioni l’hanno attraversata in quel momento?
“Me lo ricordo perfettamente. Era il 2004, ‘Processo a Volosca’ di Franco Vegliani. Un lavoro che avevo strappato per caso a Nino Mangano in un provino arrangiato da Sandro Damiani. Venivo dal Piccolo, dalle sale Strehler e Studio, da spazi moderni, tirati a lucido come il Due di Parma. Luoghi dove tutto funziona, tutto è misurato. E invece mi sono trovato davanti a questo teatro dal palco all’italiana, austro-ungarico per architettura, antico, con tutti quei cavi elettrici che sembravano uscire dal nulla, tiri, contrappesi, un graticcio in legno che sembrava un organismo vivente. Come tentacoli che si muovevano sopra di te. Mi ha fatto paura, all’inizio. Non era l’ordine a cui ero abituato. Era… più selvaggio.
Ma proprio in quel disordine apparente ho capito che c’era qualcosa di familiare. Come se quel grande spazio respirasse con la stessa irregolarità di Fiume. Una città che non si lascia mai domare completamente, che mantiene sempre qualcosa di imprevisto. Un bel caos pieno di attese. Ho sentito il mio battito del cuore in quello spazio immenso e la paura di non essere all’altezza di quella storia, di quella compagnia. Adesso so che quella paura era l’inizio di tutto”.

La nostra condizione ci dà una prospettiva unica
Cosa significa oggi fare teatro in lingua italiana a Fiume? La percepisce più come una responsabilità o come un’opportunità?
“Fare teatro in lingua italiana a Fiume significa innanzitutto riconoscere che questa lingua non è un museo da conservare, ma uno strumento vivo di creazione contemporanea. La nostra missione è cambiata radicalmente dal 1946: allora si trattava di resistere, di non farsi cancellare. Oggi si tratta di trasformarsi per continuare a esistere in modo significativo. Io sono una minoranza nella minoranza, sono figlio di madre siciliana e padre parmigiano, italiano per scelta in terra croata. E proprio per questo so che una lingua minoritaria non sopravvive se si chiude a riccio, ma solo se riesce a dialogare con il presente e a offrire qualcosa di unico al panorama culturale europeo.
Il teatro in italiano a Fiume oggi è un’opportunità. La situazione in Italia per il sistema teatrale nel suo complesso non è da invidiare, ma questa nostra posizione geografica, culturale e storica in soli sei mesi ci ha messo nell’opportunità di collaborare con il Teatro Stabile del Veneto, che ci ha invitati in un consorzio di teatri del Nord Est, il Mittelfest è un’eredità che si è consolidata con due interregionali europei già consegnati. Ora stanno arrivando coproduzioni con CSS, Genova, Elfo, ERT, i grandi nazionali italiani e centri di produzione, l’Abbey Theatre di Dublino. Hanno piacere di collaborare con noi, non solo per mettere insieme le forze economiche, ma perché abbiamo sviluppato una sensibilità specifica, un punto di vista che nasce dal nostro essere al confine. Siamo europei per tradizione e un po’ per forza – come dice il titolo di una lezione-spettacolo creata insieme a Vanni d’Alessio e Jeglinski – e questa condizione ci dà una prospettiva unica su quello che significa appartenere a più luoghi contemporaneamente. È un’opportunità straordinaria per parlare a un’Europa che cerca ancora la sua identità culturale comune”.

Fondativi, non marginali
Il Dramma italiano custodisce una memoria culturale importante, ma rischia, come molte compagnie storiche, di essere percepito come “teatro di minoranza”. In che modo è possibile superare quest’etichetta senza rinunciare alla propria identità?
“Essere teatro di minoranza oggi non è un rischio, sicuramente un’etichetta, ma ancora una volta un’opportunità. In un mondo che tende a uniformare tutto, le nostre differenze diventano una risorsa. La questione non è sfuggire all’etichetta, ma dimostrare che un teatro di minoranza può essere all’avanguardia, può produrre linguaggi teatrali che interessano anche chi non parla la nostra lingua, che puntiamo alla qualità di contenuti, registi, livello produttivo, attori e creativi ospiti. Il Dramma italiano è parte integrante di un Teatro nazionale croato. Non siamo marginali, siamo fondativi. La nostra posizione ci dà una libertà incredibile di affrontare temi difficili, di riflettere sull’Europa, sull’Italia, sulle lingue, sulle frontiere e sul grande tema dell’identità.
Il punto non è rinnegare la storia degli italiani d’Istria e del Quarnero, quella storia va rispettata e ricordata senza cadere nel vittimismo e rispettando la natura del nostro linguaggio che è artistico, performativo, con una funzione pubblica prima di tutto. Il teatro non è un’università, non è un museo, non è un comizio: è un’arte viva che richiede per sua natura ricerca del linguaggio, rischio creativo e sperimentazione. La nostra funzione pubblica è offrire bellezza e interrogativi, non certezze ideologiche. Mi viene sempre in mente Paolo Grassi che diceva che il teatro era ‘fra le arti, la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività’. Ed è esattamente quello che vorrei: parlare alla collettività italiana e croata insieme, a chi sceglie di essere bilingue nel cuore.
Sto cercando un equilibrio tra la sovrintendenza croata, le nostre abitudini che vanno cambiate – quelle di una macchina a volte lenta, che non sempre premia l’efficienza – e i confronti con quell’Italia dei teatri nazionali che ha la possibilità di funzionare e può offrirci scambi veri. Quest’anno abbiamo cercato e ricevuto l’appoggio dell’Unione italiana per finanziare extra un lavoro di commedia popolare sugli atti unici di Čechov in dialetto veneto con delle incursioni in istriano, spero un ‘pastroć’ per riuscire ad andare agilmente in tutte le Comunità degli italiani di Slovenia e Croazia”.

Che ruolo può avere oggi il teatro, in particolare il Dramma italiano, nella ricostruzione di un’identità culturale europea, alla luce delle fratture storiche e delle conseguenze ancora vive del Novecento bellico?
“Il teatro è il luogo del dubbio, non delle risposte e l’Europa di oggi ha bisogno soprattutto di imparare a stare nelle domande senza avere fretta di chiuderle. Sono cresciuto in compagnia con lo spettro dell’assimilazione. Fino a qualche anno fa, mi faceva paura la sigla ‘Dram(m)a’, come a indicare un corpo unico tra dramma croato e italiano fino alla formazione di una compagnia unica, in cui l’italiano diventa uno spettacolo in lingua all’anno all’interno della programmazione ‘Zajc’. Una fusione del genere richiederebbe modifiche statutarie, ma non credo sia uno scenario realistico finché esiste un interesse vivo per la cultura italiana sia da parte dell’Italia che delle comunità locali.
Partiamo da un fatto verificabile che nella nuova stagione ci sono in programmazione sei titoli inediti del Dramma Italiano e nel frattempo l’estate 2025 è stata funestata dai tagli ministeriali in Italia: festival storici declassati, teatri nazionali che perdono lo status, il teatro contemporaneo penalizzato a favore di logiche commerciali. Paradossalmente noi, pur essendo una minoranza, abbiamo una stabilità che deriva dal nostro essere fuori da queste dinamiche: non dipendiamo dal FUS, non siamo in competizione per le risorse italiane, collaboriamo senza essere schiacciati dalla burocrazia che sta asfissiando il teatro pubblico in Italia. Questo non vuol dire che non bisogna stare attenti, che non ci sono da mettere in atto dei diritti di minoranza, che i diritti sulla carta devono diventare prassi, ma secondo me i conti vanno fatti da quando è nata la Comunità economica del carbone e dell’acciaio, oggi Europa.

Europei prima dell’Europa
Nel frattempo, il Dramma italiano può raccontare cosa significa essere europei prima dell’Europa, più europei dei trattati. Fiume e le città dell’Istria e della Dalmazia sono sempre state città dove si conviveva – non sempre senza problemi, con tante ferite, ma con leggerezza. L’identità europea non è una somma di nazionalismi, ma una moltiplicazione di appartenenze. Il Dramma italiano in terra croata, dentro un Teatro nazionale, con la sua natura istituzionale e comunitaria, che collabora con istituzioni italiane e croate, ospite al festival delle minoranze linguistiche a GO2025 a ottobre, costruisce una buona pratica che dimostra come i confini possono essere attraversati senza essere cancellati”.
Negli ultimi anni, la compagnia ha partecipato a coproduzioni con teatri europei, portando i suoi spettacoli anche fuori dai confini croati. In questo contesto, quanto è importante che il Dramma italiano torni a essere percepito come una realtà “esportabile”, capace di dialogare con il panorama teatrale europeo e non solo?
“Rafforziamo, creiamo reti, entriamo in consorzi. È cambiato tutto il sistema produttivo italiano nel frattempo e in questi anni non si sono più fatte uscite se non sporadiche in Italia. Ora proviamo a costruire qualcosa di nuovo. Le nostre coproduzioni con il Teatro stabile del Veneto, con Mittelfest, i nostri progetti con ERT, con Genova, CSS, LAC, Torino sono la prova che abbiamo qualcosa di originale da offrire al panorama teatrale oltre il confine. Aggiungo due progetti interregionali tra Italia e Croazia, ai quali ho lavorato giorno e notte, personalmente aiutato anche dai progettisti di Venezia e da Noemi Dessardo, non avendo ancora una figura specifica in teatro.
Il primo progetto sul Carnevale come linguaggio artistico universale, il secondo sulla governance culturale condivisa tra enti italiani e croati. Se anche solo uno passasse, rafforzerebbe enormemente la nostra ‘esportabilità’: il Carnevale ci darebbe una materia artistica trasferibile in tutta Europa, la governance ci fornirebbe le reti e gli strumenti istituzionali per operare oltre confine. Insieme significherebbero trasformare il Dramma Italiano da compagnia locale a soggetto culturale europeo riconosciuto.

Aspettiamo un segnale da Roma
Quando ‘La moglie saggia’ gira per l’Istria e arriva a Venezia, quando ‘Illusioni’ debutta a Cividale con Vinicio Marchioni, o quando ’Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente’ di Ivor Martinić per la prima volta in Italia arriva al Teatro nazionale di Genova, all’Elfo di Milano, al CSS di Udine, o ‘Castelli di Rabbia’ che sarà all’Arena del Sole di Bologna e Modena, non stiamo esportando folklore. Stiamo portando un punto di vista, una lingua che si muove in un contesto dinamico, fluido. L’esportabilità vera nasce quando non devi più spiegare perché esisti, ma quando gli altri vengono a cercarti.
È una strategia di rete che richiede almeno un paio di stagioni per affermarsi e dipenderà molto dalla sovrintendenza croata e dal sostegno dell’Unione Italiana. A mio avviso, per consolidarci dovremmo trovare un sostegno di riconoscimento nel Ministero della Cultura italiana, che per ragioni complesse fino a oggi ha ignorato la nostra esistenza. Ma anche su questo si può lavorare in accordo con il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, l’Unione italiana, l’Università popolare di Trieste”.
Se potesse riscrivere uno spettacolo storico del Dramma italiano e ripresentarlo al pubblico di oggi, quale sceglierebbe e come lo riporterebbe in scena?
“Non riscriverei. Rileggerei. Sceglierei ’Il burbero benefico’ di Goldoni, che aprì la prima stagione del Dramma italiano nel novembre 1946. Goldoni scrive di un personaggio contraddittorio – burbero e benefico insieme – che ha in sé tutta l’ambiguità dell’essere umano. È un uomo che nasconde la sua generosità dietro una maschera di durezza perché ha paura di mostrarsi vulnerabile, come molti di noi che usiamo la diffidenza per proteggerci, ma finiamo per isolarci.
Lo riporterei in scena come una riflessione sulla solitudine contemporanea. Geronte diventa il simbolo di una minoranza che si chiude, che usa la razionalità come scudo contro l’emotività. Ma Goldoni è profetico: mostra che il cambiamento è possibile solo attraverso la pressione dell’affetto, un femminile attivo che oggi possiamo declinare come ‘cura’ in senso contemporaneo, ecologico, emotivo.
Ambientazione minimalista: casa-torre di Geronte in uno spazio asettico, dominato da una scacchiera gigante. L’ingresso dei personaggi rompe il silenzio, porta rumori, colore. La casa si contamina, lentamente, fino al crollo simbolico finale. E lo farei dirigere da Emma Dante, che sa trovare la ferocia emotiva dentro le convenzioni sociali.”

Una felice coincidenza
Da gennaio 2025 è alla guida del Di, mentre Dubravka Vrgoč ha assunto il ruolo di sovrintendente del Teatro “Ivan de Zajc”. In alcune interviste, rilasciate precedentemente, ha parlato di una “felice coincidenza” tra la sua visione artistica e quella della sovrintendente. Come immagina che questa sintonia potrà tradursi, in futuro, nella programmazione della compagnia?
“Dubravka Vrgoč ha una visione del teatro come servizio pubblico, offerta variegata e ‘intelligente’, non come istituzione autoreferenziale. Questo significa che possiamo permetterci di essere ambiziosi senza essere elitari, di fare progetti europei senza dimenticare il territorio. La sintonia si traduce in libertà di movimento. Posso proporre coproduzioni sapendo che lei capisce il valore strategico di queste operazioni. Posso investire in progetti di formazione per i giovani e giovanissimi spettatori sapendo che lei vede il teatro anche come strumento educativo e conosce e ha interesse a portare artisti dall’Italia e dalla Croazia che portano innovazione e qualità.
Tuttavia, questa è la teoria, poi nella pratica le cose non filano sempre lisce: ci sono ripensamenti, cambi repentini, programmazioni affollate che tolgono spazio al Di. Sarà strategico che la città trovi uno spazio di medie dimensioni da 200/300 persone dove poter avere una stagione parallela dello ‘Zajc’, per alleggerire la pressione sul grande teatro”.
Fare pubblico servizio
Proseguendo nel tema della programmazione e delle prospettive future, può presentarci brevemente la nuova stagione? Quali sono i fili conduttori che la attraversano e che riflettono la sua visione artistica?
“Mi viene ancora in mente Paolo Grassi che diceva che il teatro doveva essere considerato ‘un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco’. Allo stesso tempo oltre all’utilità per la comunità, sono d’accordo con uno dei miei maestri, Luca Ronconi, che ha sempre detto che il pubblico non è mai un blocco unico e indistinto, ma un insieme di individualità con desideri e aspettative diverse. Anche su queste due posizioni si è composta la prima stagione del Di.
Apriamo con ‘La terra dei lombrichi’, con Chiara Guidi, un modo rivoluzionario di fare teatro per bambini. Seguono i ‘Castelli di rabbia’, tratto dal romanzo omonimo di Alessandro Baricco, diretto da Valter Malosti: un mondo che finisce mentre qualcuno inventa il futuro. Proseguiamo con ‘Illusioni’ di Ivan Vyrypaev, che ci porta nel cuore della drammaturgia europea, poi ‘Fiumani: europei per tradizione e un po’ per forza’, presentato al Festival delle minoranze linguistiche di GO2025.
Tra le proposte per i più piccoli, ‘La nonna ha perso il filo’ di Massimiliano Cividati, tratto da un breve raconto per bambini di Iva Bezinović-Haydon. In seguito segnaliamo ‘Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente’ di Ivor Martinić, in coproduzione con CSS e con la partecipazione di Rita Maffei e il Teatro nazionale di Genova. Da non perdere anche ‘Mirandolina’ di Marina Carr, una riscrittura della ’Locandiera’, che sarà tra gli spettacoli più attesi in Italia e che sarà in programma anche all’Elfo alla Milano per le Olimpiadi Milano Cortina 2026. Infine, tra le proposte spuntano gli atti unici di Čechov in dialetto veneto con Marco Zoppello.
I due fili conduttori più importanti? La trasformazione come necessità, non come scelta. Il rapporto tra memoria e futuro. La ricerca di una lingua teatrale che sia italiana ma non provinciale, locale ma non localistica. E soprattutto la voglia di sporcarsi le mani con il presente, invece di limitarsi a custodire il passato. Il teatro si fa con le persone, prima che con i progetti. E noi abbiamo la fortuna di lavorare con artisti che condividono la stessa fame di bellezza e di senso.”
Il futuro in una parola
Tra gli spettacoli della nuova stagione, quali considera imperdibili?
“Posso dire quello che mi intriga di più, ma non voglio rovinare le sorprese. ’La terra dei lombrichi’ sarà una rivoluzione silenziosa: Chiara Guidi ha un modo di lavorare con i bambini che cambia anche gli adulti. È teatro che scava, come fanno i lombrichi, nella terra e nelle emozioni. Anche ’Castelli di rabbia’ con la regia di Malosti e le musiche di Bruno De Franceschi eseguite dall’orchestra dello ‘Zajc’ è assolutamente da non perdere. Ma il vero imperdibile è venire a vedere una compagnia che dopo quasi ottant’anni di vita ha ancora la voglia di mettersi in discussione”.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere il futuro del Dramma italiano, quale sarebbe?
“Metamorfosi”.
DOMANDE A RISPOSTA LAMPO
Palco o regia?
“Palco. Almeno lì, quando cadi, tutti se ne accorgono”.
Silenzio in sala o applauso fragoroso?
“Silenzio. Quello che viene prima dell’applauso”.
Tradizione o rivoluzione?
“Tradizione rivoluzionaria”.
Lingua o gesto?
“Gesto che diventa lingua”.
Classico da riscrivere o inedito da rischiare?
“Inedito. Sempre l’ignoto”.
L’autore italiano del cuore?
“Goldoni. Il più europeo di tutti”.
Una parola che non deve mai mancare a teatro?
“Sorpresa”.
GLI APPUNTAMENTI
Si apre, il prossimo 29 settembre, con «La terra dei lombrichi», progetto d’autore di Chiara Guidi – Societas, esperienza teatrale poetica e immersiva per bambini dai 7 anni, ispirata all’Alcesti di Euripide, viaggio simbolico nel ciclo della vita attraverso i temi dell’addio, dell’amicizia e della trasformazione. Seguono «Castelli di rabbia», tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco (18 ottobre), con la regia di Valter Malosti, «Illusioni» di Ivan Vyrypaev che ci porta nel cuore della drammaturgia europea, «La nonna ha perso il filo» di Massimiliano Cividati, «Mio figlio cammina solo un po’ più lentamente» di Ivor Martinić, in coproduzione con CSS e con la partecipazione di Rita Maffei e del Teatro nazionale di Genova.
Da non perdere la «Mirandolina» riscrittura in chiave contemporanea della goldoniana «Locandiera» firmata dalla grande drammaturga irlandese Marina Carr, per la regia di Caitriona McLaughlin, che sarà in programma anche all’Elfo alla Milano per le Olimpiadi Milano Cortina 2026. Si tratta di una coproduzione con l’Abbey Theatre di Dublino e del Teatro stabile del Veneto. Infine, tra le proposte spunta «Čechov in commedia: farse venete in cortile» a cura di Marco Zoppello, omaggio al teatro popolare e ai classici della letteratura russa attraverso tre atti unici «La domanda di matrimonio», «I danni del tabacco» e «L’orso», rivisitati in traduzione veneta che ne esalta la comicità e la satira sociale.
Torna «La moglie saggia» di Carlo Goldoni, regia e adattamento di Giorgio Sangati; quindi “Chi sa sa, chi non sa… googla» di Petra Cicvarić, adattamento di Giuseppe Nicodemo; «Fiumani: europei per tradizione e un po’ per forza», presentato al Festival delle minoranze linguistiche di GO2025, selezione di testi ed elaborazione drammaturgica di Vanni D’Alessio e Mirko Soldano.
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