Un mosaico prende forma quando ogni frammento resta fedele a sé stesso. Il Dramma Italiano del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume appare come un corpo in movimento tra residenze, concorsi, letture, tournées, prove, debutti, formazione universitaria e progetti europei, con un andamento che procede per scarti, ritorni e accumuli. Attrici e attori attraversano tempi irregolari e spazi sempre diversi, portando con sé testi, ruoli e responsabilità, insieme a un lavoro quotidiano fatto di attenzione, ascolto ed esposizione personale. Le voci che seguono raccontano questo percorso, particolarmente riferito all’anno che sta per concludersi, da angolazioni differenti, restituendo la misura concreta del lavoro e di ciò che muta mentre si continua a stare in scena.
Esporsi, restare, trasformarsi
Leonora Surian Popov ripercorre un anno segnato da lunghi periodi lontani da Fiume e da un legame profondo tra lavoro e vita personale. “Quest’anno per me è stato davvero speciale. Oltre al riconoscimento come primattrice nazionale, che continuo a vivere con gratitudine, ho passato quasi due mesi in tournée, prima a Capodistria con ‘La nostra famiglia’, poi tra Bologna e Modena con ‘Castelli di rabbia’. È stato un periodo carico di lavoro, emozioni, nuovi palchi e nuove persone. Quando si è via, la nostalgia di casa c’è, ma ogni volta che la mia famiglia è riuscita a raggiungermi ho sentito ricaricarsi tutte le energie. Il momento più toccante è stato sicuramente vedere mia figlia Emily interpretare Pehnt in ‘Castelli di rabbia’ allo ‘Zajc’. Ha solo iniziato a muovere i primi passi nel mondo del teatro, ma lo ama già con una spontaneità e una luce che mi commuovono ogni volta. Condividere anche solo un frammento di scena con lei e vederla respirare quel palcoscenico, come se fosse un luogo familiare, ha reso tutto indimenticabile. Tra coproduzioni, progetti che si incastrano da ogni lato e una compagnia così varia, appassionata e talentuosa, mi sento davvero fortunata. Lavorare in un ambiente pieno di creatività ti fa venire voglia di dare sempre il meglio di te”.

Dal canto suo, Ivna Bruck attraversa linguaggi lontani, affidando alla parola il compito di tenere insieme registri diversi. “Recentemente sono stata in scena con due lavori profondamente diversi, ma uniti dalla forza della parola e dalla centralità dell’animo umano, ‘Čehov in commedia – Due atti unici’, diretti da Marco Zoppello, dove interpreto la vedova, protagonista de ‘L’Orso’, testo brillante del grande autore russo. Un ruolo che mi permette di esplorare le sfumature del comico e del tragico, dando vita all’umanità contraddittoria e sorprendente che anima i personaggi di Čechov. Parallelamente ho recitato in ‘Illusioni’ di Ivan Vyrypaev, per la regia di Vinicio Marchioni, un’opera che scava nei rapporti, nell’amore e nella memoria, mettendo in discussione ciò che chiamiamo ‘verità’. Un testo contemporaneo in cui la parola diventa portatrice di un immenso mondo di illusioni delle quali tutti noi siamo testimoni. Due spettacoli molto diversi che mi danno la possibilità, in quanto interprete, di esplorare la complessità delle emozioni umane”.
Il tempo del lavoro e dell’incontro
In un’esperienza di residenza vissuta come spazio di concentrazione e confronto, Annamaria Ghirardelli riflette sul valore di un tempo sottratto alla dispersione. “Approfitto di questo momento di condivisione, con i lettori e con i colleghi, dato che uno spazio del genere può servire proprio come momento collettivo, non frammentato in esperienze individuali, ma come luogo dove le nostre voci si incontrano in direzione inversa rispetto alla frammentazione e all’individualizzazione. La residenza che Stefano Iagulli ed io abbiamo recentemente vissuto a Villa Manin aveva dei tratti che per me sono stati vitali. In primis è un luogo privo di distrazioni, perfettamente organizzato, che permette di concentrarsi unicamente sul lavoro. In realtà è uno spazio molto bello, immerso nella natura, che vive varie iniziative culturali. Noi abbiamo visto tre mostre, di cui una con pezzi meravigliosi dei più grandi artisti da metà Ottocento a metà Novecento. Ma, in effetti, siamo stati lì per creare, ed è stato bellissimo. In secondo luogo abbiamo avuto l’occasione di conoscere realtà diverse, condividendo la cucina e gli spazi comuni con una compagnia di danza che lavora in ambito sociale. Ti confronti con persone che hanno una concezione del lavoro di creazione completamente diversa, che provengono da ambiti differenti. C’erano due ragazzi con sindrome di Down, una danzatrice formatasi in Portogallo, ed è stato uno scambio continuo. Inoltre, lavorare con persone esterne al Dramma Italiano mi ha restituito una dinamica che avevo conosciuto soprattutto in Italia, dove cambiavo spesso compagni di lavoro. Qui, a Fiume, ho ritrovato quella varietà. Attori di provenienze diverse, storie diverse, ed è molto bello sia come arricchimento, perché impari sempre qualcosa, sia come socialità.

Infine ciò che lascerà la traccia più longeva di questa esperienza è stato l’incontro con testi di giovani drammaturghi e con i drammaturghi stessi. Ognuno cerca una strada. C’è chi coniuga ancora un’idea strutturata di personaggio e chi è segnato dal postdrammatico, ma in tutti senti una forte vitalità. Il confronto con l’autrice che vedeva il personaggio che interpretavo e con il drammaturgo referente Federico Bellini è stato estremamente stimolante. Un dialogo che ha rafforzato riflessioni già in atto sulla recitazione e su come sta evolvendo il nostro lavoro in relazione a una tendenza generale alla frammentazione, all’iperindividualizzazione e alla virtualità”.
Confronto con le nuove scritture
In continuità con questa esperienza, Stefano Iagulli allarga lo sguardo al confronto con le nuove scritture e allo spostamento. “Recentemente, con Annamaria, sono stato in residenza a Villa Manin, a Codroipo, in provincia di Udine, per la rassegna di drammaturgia contemporanea intitolata ‘Futuro Passato’, promossa da FESTIL. La stessa è anche un concorso per giovani autori che hanno avuto un percorso di residenza più lungo, sotto la guida dell’autore e drammaturgo Federico Bellini, che è passato anche da Fiume, dove sono stati ospiti a maggio, sempre in fase di scrittura. A Villa Manin abbiamo sostanzialmente fatto le letture dei tre testi finalisti, tra cui quello vincitore di Simone Corso. È stata un’esperienza molto bella e arricchente, sia a livello umano che artistico. È importante che esista uno spazio dove dare voce alle giovani penne del teatro, perché il teatro non vive solo di Shakespeare, Čechov e Pirandello.
Ci sono autori e autrici che scrivono testi che parlano del presente in maniera forte e diretta. Il tema di questa edizione era l’Europa e tutti e tre i lavori affrontavano in modo critico la questione della burocrazia che rischia di schiacciare i bisogni del singolo. Sono scritture proposte in forme molto libere, lontane dalla drammaturgia tradizionale. Per noi attori del Dramma Italiano è importante poter portare il nome della compagnia fuori Fiume, perché cambiare luoghi e contesti arricchisce il materiale umano e artistico”.
Per amore, per Fiume, per il DI
Lo sguardo di Giuseppe Nicodemo si posa sulla struttura del Dramma Italiano, fondendo statuto, attività recente e senso di responsabilità. “Nell’Articolo 17 dello Statuto del Teatro si legge che ‘il Dramma Italiano è un’unità organizzativa artistica che prepara e realizza opere drammatiche, nonché altre attività musicali e sceniche, in collaborazione con le altre unità organizzative e i servizi del Teatro. Con la propria attività, lo stesso promuove e favorisce la tutela, lo sviluppo e l’espressione della cultura e della tradizione della minoranza nazionale italiana. La descrizione e l’ambito di competenza dell’unità organizzativa sono disciplinati dal Regolamento sul lavoro. La sua attività è organizzata dal direttore, il quale risponde direttamente per il proprio operato al sovrintendente’. A sua volta, il documento dell’Unione Italiana per i fondi al Dramma per l’anno 2025 riporta che ‘il Dramma Italiano, Compagnia Stabile in lingua italiana operante dal 1946, con questo progetto intende continuare a rafforzare e promuovere la cultura italiana in Croazia e Slovenia. Tutti i programmi che si terranno saranno rappresentati esclusivamente in lingua italiana’.

Mai dimenticare le radici, le fondamenta del Dramma Italiano. Siamo un gruppo di grandi talenti e non solo come attori. Cantanti, musicisti, ballerini, registi, scrittori, poeti, pittori, fumettisti. Siamo andati a Tunisi, Udine, Capodistria, Tallinn, Modena, Bologna, Gorizia, Trieste. Alle volte, tra colleghi, non sappiamo nemmeno dove siano gli altri, talmente tante sono le cose che facciamo. In quattro mesi gli undici attori sono stati impegnati in almeno dodici progetti diversi tra Dramma Italiano, Opera, Dramma Croato, presentazioni e collaborazioni. Ma non dobbiamo dimenticare che lo facciamo per amore, per Fiume e per le nostre Comunità e scuole. È per questo che esiste il Dramma Italiano. In ogni stagione, soprattutto in una compagnia stabile, ti ritrovi a fare ruoli articolati o piccoli cammei. Io ho un segreto. In entrambi i casi mi diverto a farli al meglio, perché faccio il mestiere più bello del mondo. E fare Bonetti con Bonelli, cioè con Andrea Tich, in ‘Castelli di rabbia’, è stato il non plus ultra. Giravamo dietro le quinte sempre in coppia, sembravamo Cochi e Renato”.
Essere Compagnia
In continuità con questo sguardo, Andrea Tich ripercorre l’anno appena trascorso come un susseguirsi serrato di esperienze, interrogativi e aperture. “Sta per concludersi l’anno solare e quasi fatico a ricomporre il ricco mosaico degli impegni che ci hanno visti attivi su più fronti. Mi sembra una vita fa che sbarcavamo in pieno Carnevale al Goldoni di Venezia e al Verdi di Padova con ‘La moglie saggia’, testo goldoniano diretto da Giorgio Sangati. E poi la grande fatica di ‘West Side Story’, sotto le geniali ma impegnative grinfie di Leo Mujić, avventura trasversale che ha visto mescolarsi i talenti e il sudore del Dramma Italiano, di quello Croato, dell’Opera, del Balletto e dell’Orchestra. Nonostante una breve scorribanda estiva ad Abbazia, questa produzione è rimasta fieramente arroccata nella sua casa madre, riempiendo la sala dello ‘Zajc’ di sera in sera.
Nonostante questo, vista la natura internazionale dell’ensemble artistico del nostro Teatro, che vede componenti da quasi ogni parte del globo, la sensazione è stata quella di una lunga e colorita tournée in giro per il mondo, con tanto di strappi muscolari e contratture. Si è poi approdati a ‘Illusioni’, testo di Ivan Vyrypaev, sotto la guida appassionata di Vinicio Marchioni, che ha messo alla prova pubblico e interpreti a Cividale del Friuli, Rovigno e Gorizia, fino al debutto fiumano del 22 dicembre. Siamo arrivati all’autunno con ‘Castelli di rabbia’ di Alessandro Baricco, per la regia di Valter Malosti. Dopo il debutto allo ‘Zajc’, l’ensemble è andato in Emilia Romagna, tra Bologna e Modena. Un’esperienza impegnativa e formativa, anche quando, a mio avviso, il Dramma Italiano è risultato penalizzato nelle sue possibilità espressive. Pazienza, non tutte le ciambelle escono col buco. Credo nella dignità del saper stare un passo indietro. L’anno nuovo si avvicina con nuove collaborazioni.
Dopo ‘Castelli’ e la trasferta triestina di ‘Fiumani, europei un po’ per tradizione e un po’ per forza’, mi preparo alla coproduzione tra Dramma Italiano, Teatro Stabile del Veneto e Abbey Theatre di Dublino, ‘Mirandolina’, testo goldoniano riscritto da Marina Carr, con la regia di Caitríona McLaughlin, nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026. Sarò l’unico rappresentante del nostro Dramma in questa avventura che toccherà Padova, Venezia, Verona, Milano e Dublino. Questa ondata di coproduzioni sta portando freschezza e pluralismo. Il mio timore è che, nell’aspirazione a una produzione di respiro europeo, il Dramma Italiano possa allontanarsi dalle Comunità degli Italiani per le quali esiste. Questo dubbio è stato espresso anche dalla Compagnia, insieme al desiderio di tornare presto a uno spettacolo che coinvolga tutti, dopo mesi di frammentazione. Siamo pur sempre una Compagnia e l’80º anniversario è alle porte”.
Cambiare pelle
Serena Ferraiuolo porta lo sguardo su ciò che resta addosso dopo una replica e sui passaggi rapidi tra lavori diversi. “Sono ancora sotto l’effetto dell’ultima replica, nel limbo in cui sto per voltare pagina ma vedo entrambe, la scorsa e la nuova, nella fragilità e nella ricchezza che una situazione così racchiude. Ogni microcosmo che si costruisce con uno spettacolo viene nutrito durante, custodito dopo e anche un po’ dimenticato, per lasciare spazio a ciò che arriva. Negli ultimi due mesi sono stata, oltre che a Fiume, in Slovenia, in Tunisia e in Italia per lavori molto diversi. Il pensiero che mi porto a casa è che è bello affezionarsi all’umanità tramite il teatro, a quella che tenti di portare in scena, a quella delle persone con cui lavori e al pubblico che incontri nelle città”.
A sua volta, Aurora Cimino intreccia lavoro e geografia personale in un racconto di ritorni e scelte quotidiane. “Tornare a Bologna, passare da Modena e poi ancora a Fiume è stato un doppio ritorno. L’Emilia è una radice antica, lì ho passato gli anni delle superiori e restano affetti che non si spostano. Ora vivo in Croazia e non mi è stato possibile stare in Italia per due settimane consecutive da un anno, quindi tornare in un luogo caro per lavoro è sempre un piacere. Abbiamo preso parte a ‘Castelli di rabbia’, uno spettacolo coprodotto da ERT, a cui è legato Dario Battaglia, collega caro dai tempi dell’Accademia. Da mesi, grazie alle ultime produzioni, è stato un continuo ospitare ed essere ospitata. Entro ed esco da stanze familiari, vicine per memoria e lontane per destino. Non sento una frattura emotiva, è una divisione pratica. Due sistemi che convivono. Dopo mesi di lavoro intenso ora mi godo un tempo più lento. Una collega mi ha detto che quando tutto diventa scomodo è perché stai cambiando pelle”.
«Il teatro è vivo»
Giulio Settimo racconta un episodio che mette a fuoco l’imprevisto e il gioco tra colleghi. “Lavoravo al progetto ‘Ti porto via con me’ con Bruno De Franceschi. Il giorno della prima avevamo un finale in cui invitavo i bambini a buttare palline da ping pong in un pianoforte. Dopo la generale Bruno ha deciso di farli disegnare. All’inizio ero perplesso, poi Andrea Tich mi ha spiegato il senso dell’azione. Durante lo spettacolo non ricordavo più nulla e ho improvvisato. Alla replica successiva ho coinvolto i colleghi, chiedendo a ognuno di spiegare a modo suo il finale. È stato divertente e significativo. Questo dimostra quanto il teatro sia vivo e come l’improvvisazione trovi motivazioni profonde”.
In chiusura, Mirko Soldano affida alle repliche il tempo necessario perché il lavoro trovi profondità. “Durante la tournée di ‘Castelli di rabbia’ ho capito quanto le repliche siano fondamentali. A Fiume non avevamo avuto abbastanza serate per entrarci davvero. In tournée, sera dopo sera, sono tornato dentro il ruolo. Cresco nella replica, non nelle prove. Il palco è un privilegio da meritarsi ogni sera. Essere guardati non è vanità, è responsabilità. Quando uno spettacolo finisce troppo presto è una perdita per tutti”. Questo affresco si chiude ricordando Elena Brumini, assente da queste pagine ma presente nel lavoro della Compagnia, e la direttrice di scena Andrea Slama, riferimento essenziale nella tenuta quotidiana del lavoro teatrale. Un ringraziamento particolare a Noemi Dessardo, produttrice esecutiva, per la cura costante che accompagna ogni passaggio del Dramma Italiano, come un filo invisibile che tiene insieme i frammenti di un mosaico.
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