Don Francesco Bonifacio, il coraggio di non abbandonare

Presentato alla CI di Fiume il volume di Mario Ravalico che approfondisce la figura e l'attività dell'uomo di Dio

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Don Francesco Bonifacio, il coraggio di non abbandonare
Mario Ravalico e Marko Medved alla presentazione. Foto Roni Brmalj

Nel Salone delle Feste di Palazzo Modello la Comunità degli Italiani di Fiume ha ospitato la presentazione del volume di Mario Ravalico “Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio” (edizioni Ares), con introduzione dello storico Roberto Spazzali e prefazione di mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste. Il libro è stato realizzato con l’I.R.C.I. – Istituto Regionale per la Cultura Istriano fiumano-dalmata – e con il sostegno del sodalizio di Crassiza, dell’Unione Italiana di Fiume e dell’Università Popolare di Trieste. Con l’autore è intervenuto lo storico e teologo Marko Medved; presenti l’arcivescovo di Fiume mons. Mate Uzinić e don Mario Gerić, già pastore e guida spirituale della Comunità Nazionale Italiana di Fiume con sede nella Cattedrale di San Vito. Ad aprire l’incontro il presidente Enea Dessardo, che ha definito l’appuntamento “un importante momento di memoria e approfondimento storico”, salutando in particolare mons. Uzinić. È intervenuto quindi Gianfranco Bonifacio, nipote del Beato e figlio di Giovanni, fratello di don Francesco. Ha ricordato il colloquio del luglio 1946 tra lo zio e il vescovo Antonio Santin: alla domanda “Cosa vorresti fare tu?” il sacerdote rispose “Voglio restare con la mia gente”. Santin riconobbe che era la risposta attesa. “Oggi è ancora vivo e qui ne abbiamo una conferma”, ha concluso.

Formazione tra confine e totalitarismi

Medved ha illustrato la struttura del volume, articolato nei capitoli “Vita e spiritualità”, “Ministero e martirio”, “Dall’oblio al ricordo”, “Ricerca della verità”, “Dal ricordo alla riconciliazione” e “Per noi oggi”, con appendice documentaria comprendente testamento spirituale, bibliografia e apparato fotografico. Ravalico ha ripercorso la biografia di Bonifacio, nato a Pirano il 7 settembre 1912, quando l’Istria era sotto l’Impero austroungarico, in una famiglia povera ma salda nella fede. Formatosi tra la parrocchia di San Francesco e il Circolo San Giorgio dell’Azione Cattolica, a dodici anni entrò nel seminario interdiocesano di Capodistria, frequentato da italiani, croati e sloveni. Proseguì gli studi al Seminario Teologico Centrale di Gorizia negli anni del fascismo di confine, quando ai giovani croati e sloveni era vietato parlare la lingua madre anche fuori dalle lezioni. Fu ricordato l’intervento di mons. Luigi Fogar in difesa di tale diritto, che ne causò la rimozione nel 1936. Ordinato sacerdote il 28 settembre 1936 a San Giusto, fu destinato a Cittanova, dove visitava case sparse e promuoveva attività giovanili. Dopo due anni passò a Crassiza, allora Villa Gardossi, dodici frazioni senza centro urbano.

Foto Roni Brmalj

Crassiza, la guerra e la prova

Alla madre che gli chiedeva “Ma dove ti hanno mandato?” rispose: “Se questa è la volontà dei superiori, è anche la volontà di Dio”. Per sette anni visse tra quelle comunità con fede radicata nel Vangelo, annotando nel suo “quaderno delle memorie segrete” – “Dio soprattutto e prima di tutto”. Durante guerra, armistizio e cambi di regime non fece distinzioni: salvò una casa dall’incendio, estrasse una bambina dalle macerie, raccolse di notte i caduti lungo la Via Regia per dar loro sepoltura. La partecipazione dei giovani suscitò l’ostilità del Comitato popolare locale del Partito Comunista. Le intimidazioni, dal taglio delle corde delle campane alle provocazioni durante le omelie, si intensificarono. L’11 settembre 1946 si recò a piedi a Grisignana per questioni parrocchiali. Dopo aver pregato davanti al Santissimo Sacramento e ricevuto la confessione dall’amministratore parrocchiale, rifiutò di fermarsi. Nei pressi del cimitero fu seguito e fermato da miliziani con la stella rossa; alcuni testimoni assistettero alla scena. Da allora scomparve. Una testimonianza resa decenni dopo sotto giuramento riferì di un’aggressione mortale accompagnata da parole di perdono. È stato ricordato anche Miroslav Bulešić, ucciso il 25 agosto 1947 a Lanischie in analogo contesto di persecuzione religiosa. Il 3 luglio 2008 papa Benedetto XVI riconobbe il martirio in odium fidei e il 4 ottobre 2008 Bonifacio fu proclamato beato a Trieste.

Una vita dedita al Vangelo

L’autore ha spiegato che il suo impegno diretto iniziò nel 2012, su sollecitazione del sacerdote che lo confessò l’ultima volta; dal 2019 rappresenta la Diocesi presso le autorità croate per la ricerca del corpo, in applicazione della legge del Sabor del 2011, tuttora vigente. È stato ricordato anche il Sentiero Francesco Bonifacio, itinerario di 115 chilometri da Muggia Vecchia attraverso Slovenia e Croazia fino a Cittanova, toccando Capodistria, Isola, Strugnano, Pirano, Portorose, le saline di Sicciole, Buie, Tribano, Grisignana e Crassiza. In conclusione mons. Uzinić si è chiesto quale riconoscimento avrebbe potuto ricevere Bonifacio se la sua vita non fosse stata spezzata dalla violenza. Ravalico ha richiamato mons. Eugenio Ravignani: la beatificazione non nasce dalla straordinarietà della morte, ma dall’ordinarietà di una vita vissuta nella fedeltà al Vangelo e nel servizio alla propria gente.

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