Dentro l’anima riposta della Biblioteca civica di Fiume

Tra vetro, acqua e carta, un itinerario nei silenzi del palazzo ottocentesco sito nel Quartiere artistico Benčić, dalle sigarette alle storie

0
Dentro l’anima riposta della Biblioteca civica di Fiume
Kristian Benić e Tanja Badanjak Foto: Željko Jerneić

La pioggia scende verticale, ostinata, con una disciplina quasi ascetica. Incide trame sottilissime sui prati e sui viottoli che conducono alla Biblioteca civica, si raccoglie lungo i margini del complesso “Benčić”, accompagna i nostri passi sotto ombrelli scuri, come un preludio sommesso. Davanti a noi il palazzo T si staglia con un’autorità quasi filmica, severo e insieme attraversato da un chiarore diffuso, simile a una scenografia pronta a rivelare una storia trattenuta. Varcata la soglia, domina la trasparenza. Le pareti vetrate dissolvono i confini.

In un angolo degli scaffali abbiamo notato un incartamento de “La Voce del Popolo” in attesa di smistamento Foto: Željko Jerneić

Gli ascensori cristallini scorrono nel vuoto centrale come cabine silenziose sospese in un tempo rallentato; le superfici levigate restituiscono frammenti mobili di corpi e pensieri. L’aria circola senza ostacoli tra i livelli. Dall’alto filtra una luminosità misurata che si posa sui tavoli, sulle scale, sui corrimani metallici, come se ogni elemento attendesse di essere toccato. Ogni cosa appare pervasa da una leggerezza quasi irreale. Eppure, in quella rarefazione, si concentra una pienezza inattesa: i grandi spazi si offrono come cavità pronte ad accogliere il deposito silenzioso del sapere, la continuità sedimentata della memoria. Dietro il vetro si cela un addensarsi secolare di carte, graffie, margini annotati, trattati, dispute, romanzi, cronache, studi. L’edificio alleggerisce la materia, la conoscenza ne accresce la portata.

L’officina delle idee
Il contrasto rimane fecondo, quasi magnetico. La struttura si dichiara ariosa pur custodendo una sostanza compatta, carica di tempo. Le colonne industriali, reliquie di una stagione produttiva, sostengono ora un’altra officina, meno rumorosa ma sempre intensa, quella delle idee. Gli ambienti invitano al movimento e al transito; i volumi richiedono lentezza. Tra gli scaffali si muovono figure raccolte nel proprio silenzio. I cappotti ancora umidi vengono sfiorati distrattamente prima di sedersi; all’ingresso, gli ombrelli lasciati nel portaombrelli rilasciano lentamente l’acqua sul pavimento lucido. Qua e là, sulle superfici vetrate, restano minuscole tracce trasparenti che un riflesso intercetta e accende per un istante, prima che svaniscano. Un lettore si arresta davanti a un filare di volumi. La mano resta librata a pochi millimetri dai dorsi. Non sceglie subito. Sfiora. Ritira. Torna a cercare. Poco distante, qualcuno è chino su un tavolo, il capo inclinato, interamente assorto. Le pagine si voltano con un fruscio discreto che sembra ampliare il silenzio invece di interromperlo. L’architettura, così esposta e permeabile, accoglie queste presenze senza trattenerle. I passi si attutiscono. Il tempo rallenta. L’aria si fa più densa di concentrazione. Non accade nulla di spettacolare. Eppure qualcosa prende forma. La biblioteca rimane immobile, immersa in una quiete chiara. La sua storia, però, affonda altrove.

La Biblioteca civica Foto: Roni Brmalj

La città che scorre, la memoria che resta
È proprio in quegli spazi attraversati che incontriamo i nostri due ciceroni. Tanja Badanjak, bibliotecaria e responsabile del coordinamento dei programmi dell’ente, insieme a Kristian Benić, responsabile del marketing e dei progetti, ci attendono con un’operosità raccolta, già accordati al ritmo della giornata. Uno sguardo d’intesa, un gesto sobrio che orienta il passo, la sicurezza di chi conosce non soltanto le sale visibili ma anche i passaggi che ne garantiscono la continuità.
Non iniziamo dagli interni. Il primo gesto è verso l’acqua. Il torrente Braida scorre accanto al complesso, regolato e in parte riportato alla luce nel corso delle trasformazioni urbane. Presso il vecchio lavatoio la visita trova il proprio principio. Là dove le lavandaie insaponavano e risciacquavano, dove le tabacchine sostavano durante le pause, permane un’eco sommessa di voci e di lavoro quotidiano. La sorgente, generosa e irregolare, ha modellato il quartiere prima ancora dei muri. Solo dopo lo sguardo si solleva verso il palazzo T, nato nell’Ottocento come cuore produttivo del grande complesso tabacchiero cittadino. Dalla lavorazione dei sigari alla stagione meccanica della “Rikard Benčić”, fino alla riconversione culturale, l’edificio ha attraversato epoche diverse senza perdere la propria ossatura. Le colonne che ancora scandiscono gli interni, custodiscono la memoria del lavoro, delle mani, del fragore che un tempo riempiva questi volumi. Accanto al palcoscenico Kristian indica il Teatrino, ancora in attesa di cure, l’antico dopolavoro destinato agli operai e soprattutto alle operaie, in cui trovavano posto una piccola biblioteca, stanze per il cucito, ambienti di ritrovo e ristoro. Qui prendeva forma una comunità nel tempo sottratto alla produzione, uno spazio di relazione e crescita, un altro modo di esistere oltre la fabbrica. Anche l’acqua ha cambiato destino. Un tempo sosteneva i processi industriali, oggi alimenta i sistemi energetici del complesso. Continua a scorrere, discreta e tenace, come la città che le è cresciuta attorno.

Nel ventre dell’edificio
Rientrando, la passeggiata si apre a una svolta inaspettata verso ciò che resta dietro la superficie. Benić ci introduce in un ambiente spoglio, Badanjak invita a non attendersi effetti o sorprese. È uno spazio discreto, appartato, e tuttavia da lì prende forma l’ordine che governa l’intero organismo. L’aria cambia subito e la luce si fa netta, operativa. La biblioteca smette di mostrarsi e comincia a funzionare. Un presidio silenzioso si apre davanti a noi. Armadi allineati custodiscono quadri elettrici, linee di comando, pannelli punteggiati da spie che si accendono secondo sequenze precise. È un insieme rigoroso, privo di ornamenti, tuttavia l’impressione è intensa. Si avverte una vigilanza costante. Da questo punto si governa l’energia che illumina gli ambienti, alimenta i cataloghi digitali, garantisce la sicurezza. Poi attraversiamo un corridoio stretto e accediamo a un locale distinto, dominato da un disegno ordinato di tubi e condotte che regolano aria e temperatura. Macchine calibrate mantengono l’equilibrio necessario, proteggono la carta dall’umidità e dal calore. Le travi industriali sopra le nostre teste richiamano la stagione produttiva del luogo, ora sostengono un compito diverso. L’architettura trova solidità anche attraverso questi dispositivi, consegnando alla precisione tecnica la propria durata. È una discesa nel ventre dell’edificio, un attraversamento che ne rivela l’ossatura più intima. Senza questa disciplina silenziosa, la leggerezza delle sale superiori resterebbe fragile.

Il circuito del “knjigomat” Foto: Željko Jerneić

Il circuito delle storie
Dal nucleo tecnico del palazzo risaliamo lentamente lungo passaggi e vie di servizio che riconducono ai livelli superiori. La luminosità torna diffusa, gli spazi si riallargano, e proprio nel punto in cui l’architettura sembra ritrovare la propria immobilità incontriamo un’altra dinamica, discreta e continua. È il “knjigomat”, una sorta di bancomat del libro, ormai familiare ai lettori dai tempi irregolari, a chi attraversa la città seguendo orari personali. Consente il prestito e la restituzione anche oltre l’orario di apertura grazie a un punto esterno attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, segno di un’istituzione attenta ai ritmi discontinui della vita urbana. Il responsabile ci spiega che quella fiumana è la prima biblioteca nazionale in Croazia ad aver implementato un complesso sistema di automazione per il trasporto verticale del materiale, basato sulla tecnologia RFID (tecnologia di identificazione a radiofrequenza), che consente una più agevole introduzione di un’intera gamma di servizi digitali nella gestione dei libri.
Ogni volume possiede un’etichetta che lo rende immediatamente riconoscibile al sistema. Inserito nel dispositivo, viene registrato e avviato a un percorso interno fatto di nastri trasportatori e curve che attraversano verticalmente i piani. Attraverso le pareti vetrate immaginiamo il meccanismo in funzione. L’esemplare appena consegnato viene individuato, classificato, instradato. Scivola lungo il tracciato con un andamento lento e preciso, simile a quello di un bagaglio che percorre in autonomia il proprio itinerario. Le rotaie si piegano in linee sinuose, il carrello avanza con discrezione tecnica, accompagnando il volume verso una collocazione temporanea. C’è qualcosa di ipnotico in questo tragitto. L’opera entra, viene riconosciuta e rimessa in circolo, prosegue la propria traiettoria anche quando scompare oltre una parete, già diretta verso un altro scaffale, un altro piano, un altro lettore. Osservando quel percorso sopra le nostre teste si avverte come la biblioteca sia anche flusso costante, ritorno e ripartenza continui, una circolazione ordinata che non si arresta e che mantiene vive le storie custodite tra le pagine.

La notizia consegnata al tempo
Oltre il circuito dei libri in viaggio si dischiude un ambiente più raccolto, uno di quei luoghi preziosi che la biblioteca custodisce con discrezione. È ancora Kristian ad accompagnarci fin qui, muovendosi con naturale dimestichezza e con quella cautela attenta riservata agli spazi destinati alla conservazione. Gli armadi compattabili scorrono su rotaie con un moto lento e deciso. Le pareti mobili si aprono come quinte teatrali e rivelano le rilegature blu uniformi delle annate del “Vjesnik” e di altri periodici. Blocchi massicci, quasi monolitici, allineati con rigore. La notizia, nata per il giorno, assume ora consistenza stabile. La tonalità profonda delle copertine suggerisce durata, disciplina archivistica, memoria ordinata. In un angolo, quasi a incrinare l’ordine severo degli scaffali, un incartamento ancora chiuso custodisce le copie del nostro quotidiano, in attesa di essere catalogate. Poco più in là, dietro una vetrina, Tanja apre un volume del “Novi list” dalle pagine ampie e ingiallite. Quando lo distende sul tavolo sembra occupare l’intero spazio. L’odore della carta vissuta riaffiora con una presenza tangibile, come se il tempo si sollevasse dalle fibre. Il sussurro delle pagine attraversa la sala con un suono netto, breve, quasi solenne. In questo interno si rivela un’altra dimensione della biblioteca. Accanto al flusso dei volumi restituiti esiste una graduale sedimentazione. L’ossatura ereditata dalla fabbrica si traduce ora in metodo archivistico, in una vigilanza paziente che trattiene ciò che altrove si disperderebbe. Fuori la pioggia continua a cadere. Dentro, tra acciaio e carta, il presente viene consegnato alla durata.

“La prima parte della Geografia di Strabone greco” Foto: Željko Jerneić

L’altare della carta antica
C’è una stanza, tra tutte, che non si attraversa con passo distratto. È quella dei volumi rari, consultabili soltanto in loco, custoditi con una cura rispettosa e delicata. In questo spazio il tempo smette di essere astrazione e prende consistenza; si offre alla vista, alla mano, alla percezione. Sui ripiani si allineano dorsi antichi, pelle brunita, cartone consunto. “L’Apocalisse” di Jacques-Bénigne Bossuet porta con sé l’eco di una stagione in cui la parola sacra coincideva con autorità e studio. Poco oltre, un volume dedicato alla “Santa Casa di Loreto” disegna la geografia della devozione europea, quando fede e stampa procedevano insieme. Accanto, trattati, cronache, libri di viaggio, frammenti di un sapere che non conosceva fretta.
Questi tomi restano estranei all’immaginazione automatica del “knjigomat”; è difficile pensarli mentre attraversano una fessura meccanica, intercettati da sensori, instradati lungo nastri trasportatori. L’idea stessa crea uno scarto, perché qui il gesto rimane umano, la mano che apre si accorda all’attenzione che indugia e la concentrazione si raccoglie senza fretta.
Un volume viene portato al tavolo e disteso con un gesto lento, quasi rituale. Tanja lo apre. Il frontespizio appare come un sipario che si solleva lentamente: “La prima parte della Geografia di Strabone greco”, tradotta in volgare italiano da M. Alfonso Buonaccorsi, stampata a Venezia nel 1562 presso Francesco Senese. L’incisione centrale, con figure allegoriche e cartigli ornamentali, è un teatro inciso nella carta. Un timbro antico testimonia un passaggio ulteriore, una vita successiva alla stampa. Le pagine portano le tracce dei secoli. La trama irregolare della materia trattiene il chiarore con una solennità composta. Viene spontaneo immaginarlo in una delle sale silenziose, sfogliato lentamente, avvicinandosi a quella superficie come a un territorio da esplorare. Mappe, distanze, confini delineati quando il mondo si misurava con altri strumenti e altre domande. Non possiamo farlo. La visita prosegue. Il tomo viene richiuso con attenzione e ricollocato al suo posto, come si compie un atto che conclude e insieme rinvia. Mentre lasciamo l’ambiente resta la consapevolezza di aver toccato qualcosa che richiede tempo, ascolto, ritorno.

Coltivare visioni
Il percorso prosegue verso l’alto. Le nostre guide ci accompagnano ai piani superiori, nel loro ufficio affacciati sul complesso. Calendari annotati, fogli sovrapposti, appunti disseminati sulle scrivanie raccontano un’attività continua, meno visibile ma determinante. In queste stanze operative il lavoro assume un’altra forma. Tra riunioni, bozze e progetti prende consistenza ciò che diventerà programma, iniziativa, apertura verso l’esterno. Si discutono priorità, si delineano scelte, si immaginano sviluppi futuri. Le idee nascono, vengono verificate, talvolta riformulate.
È un laboratorio quotidiano di orientamenti e prospettive. Se nei piani inferiori l’energia si distribuisce attraverso dispositivi e sistemi, ai livelli alti si definisce la direzione. Tanja e Kristian ci raccontano come l’istituzione, articolata in una rete di sedi diffuse nel tessuto urbano, costituisca il fulcro del sistema bibliotecario pubblico della città e il punto di riferimento per le altre realtà bibliotecarie e scolastiche della Regione litoraneo-montana. È presidio culturale, spazio informativo ed educativo, luogo di incontro che attraversa la cittadinanza. La promozione della lettura e dell’apprendimento continuo assume il valore di una responsabilità civile; l’accesso agli strumenti digitali e alle tecnologie dell’informazione si traduce in un impegno volto a ridurre le distanze e a offrire strumenti per abitare consapevolmente il presente.
Parallelamente si sostengono percorsi di inclusione, si valorizza la produzione letteraria croata e quella locale, si tutela la lingua, si alimenta una visione multiculturale radicata nella storia stratificata della città. Le iniziative sono trame che si dispiegano nel tempo: circoli di lettura, laboratori, presentazioni, incontri pubblici che disegnano una comunità in ascolto. Un’attenzione particolare è rivolta ai più giovani. Il programma di sviluppo “Rasadnik”, insignito quest’anno del Premio internazionale EIFL per l’innovazione 2025, testimonia un investimento proiettato nel futuro. Erasmus Plus apre connessioni europee, scambi, prospettive che superano i confini locali.
Tra un progetto e l’altro emergono racconti che restituiscono la misura umana di questo lavoro. La bibliotecaria ricorda un lettore che sottolineava le frasi ritenute essenziali, convinto di offrire un servizio a chi sarebbe venuto dopo. Quando veniva richiamato, difendeva il proprio gesto con ingenua convinzione, rivelando quanto il libro venga percepito come territorio intimo pur restando bene comune. E quando un volume giunge al termine del suo ciclo, viene seguito fino all’ultimo passaggio: riparato, valutato, talvolta destinato ad altri percorsi. Solo quando ogni possibilità di recupero si esaurisce, la carta viene avviata al macero. Anche questo rientra in una cura più ampia, in una gestione consapevole della vita dei libri. Perfino l’angolo accanto alla prima gradinata, sulla sinistra dell’ingresso, dove i volumi in libera circolazione attendono nuovi lettori, riflette la stessa filosofia. Le pagine cambiano mani, proseguono il loro cammino, trovano nuovi approdi.
Fuori continua a piovere. La città scorre sotto l’acqua come la sorgente del lavatoio di Braida, come la vita delle tabacchine che un tempo lavoravano nella fabbrica ora trasformata in luogo di cultura. Scorre come i libri nel loro tracciato interno, come le storie che passano di mano in mano. E la biblioteca resta, custode di ciò che passa e di ciò che rimane.

Radici e trasformazioni

La storia prende avvio nel 1849 con la fondazione della Sala di lettura popolare fiumana, destinata a incidere profondamente nella vita culturale della città. Nata come luogo di confronto civile, ospitò nel 1905 l’approvazione della Risoluzione di Fiume. Nel 1930 si affiancò la Biblioteca civica di Sušak; nel secondo dopoguerra l’istituzione assunse il profilo di biblioteca pubblica, con un patrimonio iniziale di 620 volumi. La crescita fu costante: vennero organizzate sezioni per ragazzi come il “Beli kamik”, mentre la fusione del 1962 diede forma unitaria alla Biblioteca civica di Fiume. Dal 1966 a Palazzo Modello si distinse per innovazione tecnologica. Con la Casa dell’Infanzia (2021) e la nuova sede centrale (2023) ha consolidato il proprio ruolo. Oggi, insieme alle realtà collegate, conta oltre 375mila volumi e oltre 1.600 e-book, distribuiti tra “Benčić”, “Filodrammatica”, “Stribor” e le sedi di Zamet, Turnić, Tersatto, Drenova, Čavle, “Vid Omišljanin” a Castelmuschio sull’isola di Veglia, alle quali si aggiungono il Bibliobus cittadino e quello regionale.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display