Dario Saftich: «La sfida più grande è quella di rimanere a casa propria»

Al nostro collega Dario Saftich il Premio giornalistico Paolo Lettis del concorso Istria Nobilissima 2019

Dario Saftich nella redazione de La Voce del popolo. Foto: Željko Jerneić

È Dario Saftich, il nostro giornalista e commentatore politico, il vincitore del Premio giornalistico Paolo Lettis, al Concorso di Arte e Cultura “Istria Nobilissima” dell’edizione 2019, con la motivazione: “Il suo lavoro giornalistico documenta e ha documentato nel recente passato tutte le dinamiche interne alla comunità nazionale italiana, intesa come parte integrante di un tessuto sociale variegato come è quello di Istria e Quarnero. Un lavoro accurato, svolto sul territorio e capace di fotografare al meglio l’attuale situazione sotto un profilo storico, etnico e della memoria”.
Questa è la terza volta che il redattore ed editorialista di spicco de “la Voce del popolo” si aggiudica il premio per il miglior lavoro giornalistico, dopo le edizioni del 2015 e del 2018. Abbiamo colto l’occasione per capovolgere i ruoli e fare questa volta noi un’intervista al nostro collega, parlando del suo operato, delle sue idee e facendo qualche tuffo nel passato.
Quali temi ha affrontato negli articoli candidati al Premio giornalistico “Paolo Lettis” di quest’ultima edizione?
“Come al solito ho affrontato i temi che riguardano la Comunità Nazionale Italiana, la situazione in Croazia, i rapporti nell’Alto Adriatico tra Croazia, Slovenia e Italia e naturalmente le questioni storiche aperte: gli strascichi della Seconda guerra mondiale che vanno dall’esodo al problema dei dispersi e le tragedie di queste terre. Ho preso spunto dalla storia per affrontare le questioni del presente come le migrazioni, il bilinguismo, il rapporto tra le varie lingue, i problemi dell’identità dell’Adriatico Orientale guardando non soltanto l’ambiente fiumano e istriano, ma anche quello dalmata, che ci può ispirare parecchie cose dal punto di vista storico”.
Ha menzionato poco fa le identità. Secondo lei, quali sono le prospettive di sviluppo della CNI in un mondo nel quale l’identità è sempre più fluida e in un certo senso plurima?
“Se guardiamo storicamente, a parte alcune zone che erano compatte da un punto di vista identitario, nell’insieme e soprattutto nelle grandi città l’identità italiana è sempre stata formata partendo anche da identità plurime e fluide. Queste identità non hanno assolutamente cancellato la componente identitaria italiana, anzi, l’hanno resa più forte e più aderente a quella che è la realtà del territorio e quindi non credo che questo in futuro possa essere una situazione penalizzante per la minoranza italiana. Certamente le esperienze del passato non possono ripetersi, abbiamo situazioni diverse sia dal punto di vista economico che statuale. Però certi elementi positivi del passato possono fungere da esempio e da richiamo anche per il futuro. Senza cercare di porre inutili barriere, perché non farebbero altro che danneggiare gli stessi che le pongono. Nel caso della minoranza italiana l’apertura è sempre esistita e credo che debba continuare a esistere”.
Torniamo al tema del giornalismo. Quali sono i suoi idoli giornalistici?
“Sicuramente potremmo dire i grandi giornalisti del passato della Voce e dell’Edit. Non voglio fare nomi per non dimenticarne qualcuno, ma sicuramente ce ne sono. La Voce del popolo e l’Edit sono stati una fucina di giornalisti che hanno saputo essere dei grandi maestri, ai quali ci si è potuti richiamare senza timore di essere delusi. L’idea è stata sempre quella di essere ‘degli eredi all’altezza della situazione’ per quanto riguarda i maestri del nostro passato. Ovviamente, se guardiamo il giornalismo italiano, faccio il nome di Indro Montanelli, uno di quei nomi irraggiungibili. Però anche nel nostro piccolo un autore di cui mi sono occupato, che oltre a giornalista è stato anche scrittore, è Enzo Bettiza. Un esempio che unisce in un certo qual senso il nostro mondo e il mondo del giornalismo in Italia”.
Lei ha fatto la tesi di dottorato su Enzo Bettiza. Coma ha scelto questo personaggio?
“Casualmente con la Borsa libro ho comprato a Trieste il volume ‘Esilio’ di Enzo Bettiza e mi ha colpito tantissimo. Quando si è trattato di fare la tesi mi sono richiamato a quello che mi aveva appassionato. Sono andato più a fondo con le ricerche e molte cose che ho trovato in Bettiza mi sembrava rispecchiassero quelli che sono i problemi di fondo della storia e dell’identità delle nostre terre. Bettiza li ha saputi presentare in maniera molto plastica, ovviamente attraverso il suo microcosmo locale che è quello di Spalato e che non è assolutamente il microcosmo nostrano di Fiume o dell’Istria. Ma certi elementi di congiunzione ci sono; da questi ho tratto lo spunto per partire da Bettiza e poi parlare di noi e di tutta l’identità italiana e comunque dell’identità plurima lungo la costa dell’Adriatico Orientale”.
Quali sono le prospettive di sviluppo dei media della CNI? Le sinergie e la cooperazione tra i nostri vari enti giornalistici la considera soddisfacente?
“Si può sempre fare meglio, però mi sembra che questa collaborazione esista e che sia di un buon livello. In fin dei conti, quando ci sono dei dibattiti su tv o radio Capodistria vengono sempre invitati anche dei giornalisti de La Voce del popolo, quindi ci sono sicuramente uno scambio e una sinergia. Che si possa fare meglio si può, però già mantenere il livello attuale sarebbe una buona cosa. Si può migliorare sempre, ma non è facile mettere insieme il giornalismo della carta stampata con quelle che sono le realtà delle emittenti radiotelevisive, anche se a dire il vero il passaggio della carta stampata a internet fa sì che le due cose inizino un po’ ad assomigliarsi: le pagine internet di un giornale contengono video, foto e anche dell’audio andando così verso una piattaforma multimediale che in un certo senso può creare delle sinergie, ma anche un pizzico di concorrenza, che in fin dei conti non fa mai male e può essere utile e interessante”.
Come vede, invece, il futuro de “La Voce del popolo”?
“Lo vedo positivamente. Mi sembra che si debba fare tesoro di quelli che sono gli insegnamenti del nostro passato e guardare al futuro, a quelli che sono i media del futuro, l’evoluzione della carta stampata verso la rete: un’evoluzione della quale il nostro quotidiano riesce a tenere il passo. Penso che da questo punto di vista siamo all’altezza degli altri media, con le esigenze dettate dalle nuove tecnologie”.
Facciamo un salto nel passato. Prima di fare il giornalista, ha fatto l’attore. Come si spiega questo passaggio professionale? Quali ricordi porta di quel tempo?
“Ricordi molto belli, interessanti, positivi sicuramente. Ho fatto l’attore al Dramma Italiano e qui vediamo come filo conduttore la lingua italiana, che rappresenta l’elemento di unione tra le due cose. Quell’esperienza mi è tornata utile anche nella carriera professionale successiva, nelle collaborazioni che ho avuto con le emittenti radiofoniche e televisive. È servito anche per quanto riguarda la partecipazione a dibattiti e approfondimenti. Non rinnego quello che ho fatto. Può sembrare un po’ strano, ma c’è pur sempre un filo di congiunzione. In fin dei conti anche gli spettacoli teatrali trattano argomenti storici e culturali di queste terre che si uniscono a quella che è l’esperienza giornalistica nostrana, che ci spinge a essere a contatto con questi argomenti. È un modo diverso di guardare a cose che hanno un minimo comune denominatore”.
Da giornalista ha avuto sicuramente l’opportunità di esplorare il tema delle migrazioni, che domina da anni il panorama socio-politico sia a livello nazionale che europeo. Un consiglio da parte sua per i giovani: rimanere o andarsene?
“Sicuramente si possono fare delle esperienze anche all’estero, ma tutto sommato da nessuna parte nel mondo ci sono soltanto rose e fiori. Direi che la sfida maggiore è quella di rimanere, perché non bisogna illudersi che l’America esista da qualche parte. Uno la sua America può ritagliarsela in qualsiasi posto al mondo e anche a casa propria”.

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