Dall’Aida a Norma, la lingua segreta dell’anima italiana

A Villa Antonio di Abbazia Patrizia Crespi ha raccontato la storia dell'opera lirica del Belpaese, dal Rinascimento al riconoscimento UNESCO

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Dall’Aida a Norma, la lingua segreta dell’anima italiana
Foto Ivor Hreljanović

A Villa Antonio di Abbazia la serata dedicata all’opera lirica italiana ha restituito il respiro di una tradizione che continua a rappresentare, nel mondo, l’essenza culturale del Belpaese. La conferenza “Dall’Aida a Norma. Le più belle opere liriche italiane”, ideata e condotta da Patrizia Crespi, ha guidato il pubblico in un itinerario storico e musicale che dal Rinascimento approda ai giorni nostri, attraversando le tappe fondamentali di un’arte che l’UNESCO ha riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità. Ad accogliere i presenti è stata la presidente della Comunità degli Italiani di Abbazia, Sonja Kalafatović, che ha aperto la serata ricordando il valore dell’opera come espressione autentica della cultura italiana, linguaggio universale che unisce musica, poesia e teatro. Ha annunciato che, grazie all’iniziativa di Crespi, i membri della CI abbaziana effettueranno oggidì una gita a Trieste, durante la quale visiteranno il Teatro Verdi, proseguendo così il percorso di scoperta e approfondimento dedicato al mondo della lirica. Ha inoltre rivolto un ringraziamento agli ospiti dell’evento e agli enti che sostengono la vita culturale della Comunità – dall’Unione Italiana all’Ufficio per i Diritti dell’uomo e delle minoranze della Repubblica di Croazia, fino alla Città di Abbazia – sottolineando la fecondità di una collaborazione che continua a nutrire la presenza viva della comunità italiana sul territorio. Tra i presenti, anche Igor Prodan, presidente del sodalizio lauranese.

Linguaggio universale
Nel suo intervento, la relatrice ha ricordato il riconoscimento che nel dicembre 2023 l’UNESCO ha conferito al canto lirico italiano come patrimonio immateriale dell’umanità. Un traguardo che consacra il valore universale di una forma d’arte attraverso la quale l’Italia ha saputo esprimere la propria identità collettiva e spirituale. L’opera nasce a Firenze alla fine del Cinquecento, quando un gruppo di intellettuali della Camerata de’ Bardi tentò di ricreare lo spirito del teatro greco fondendo parola e musica in un’unica dimensione espressiva. Da quell’esperimento nacque il “recitar cantando”, forma embrionale del melodramma. La “Dafne” di Jacopo Peri (1597) fu il primo esempio compiuto, seguita dall’“Orfeo” di Claudio Monteverdi, rappresentato a Mantova nel 1607, che ne consolidò la struttura e inaugurò una nuova epoca musicale. Crespi ha sottolineato come, sin dalle origini, l’Italia si sia riconosciuta in questa perfetta sintesi tra arte e pensiero, dove la voce diventa strumento di conoscenza e rivelazione interiore. L’opera è un linguaggio attraverso il quale un popolo ha imparato a raccontare se stesso, i propri sogni e le proprie contraddizioni.

I teatri come architetture della cultura
Il percorso si è poi spostato tra i luoghi simbolo della lirica italiana, quei teatri che, oltre ad essere veri e propri scrigni d’arte, rappresentano altresì le architetture della civiltà. Dal San Carlo di Napoli, inaugurato nel 1737 e tuttora in attività, alla Scala di Milano, fondata nel 1778 e divenuta faro della musica lirica mondiale, ogni edificio racchiude un frammento della storia del Paese. Nel racconto di Patrizia si sono intrecciati episodi curiosi e rivelatori: il celebre “Punto Callas”, individuato da Maria Callas come il punto acustico perfetto sul palcoscenico milanese, il grande lampadario della Scala ricostruito dopo i bombardamenti del 1943 e alleggerito con elementi in plastica, e il palchetto numero tredici, rivestito di specchi, dove la mondanità si rifletteva insieme ai pettegolezzi di sala. Non sono mancati gli aneddoti salottieri: i nobili che si facevano servire cibi e vini durante le rappresentazioni, le sedie mobili della platea che negli intervalli lasciavano spazio a balli o perfino a brevi corse di cavalli. “Il teatro era vita”, ha osservato l’esperta, “un luogo in cui ci si incontrava, si parlava, si osservava. L’opera nasce in questo clima di partecipazione e curiosità reciproca”. Da Venezia, con la Fenice risorta dalle fiamme nel 2003 sotto la direzione di Riccardo Muti, fino all’Arena di Verona, il più grande teatro lirico all’aperto del mondo inaugurato nel 1913 con l’“Aida” di Giuseppe Verdi, il racconto di Crespi ha restituito la vitalità di una geografia culturale che continua a riflettere il carattere dell’Italia, la sua teatralità e la sua inesauribile passione per la bellezza.

Dalla corte al pubblico
Se agli inizi l’opera era privilegio delle corti aristocratiche, la sua storia cambiò volto nel 1637 quando a Venezia fu inaugurato il Teatro San Cassiano, primo ente teatrale pubblico a pagamento. Da allora la musica uscì dai palazzi nobiliari e si aprì a una platea più ampia, trasformando il teatro in uno spazio condiviso, luogo d’incontro e di formazione civile. Crespi ha ricordato come nel Seicento le sale restassero illuminate per tutta la durata dello spettacolo e come il pubblico mangiasse, discutesse, commentasse, muovendosi liberamente. “Si andava a teatro per vedere e per farsi vedere”, ha raccontato, evocando un’epoca in cui la partecipazione era parte integrante della rappresentazione. La diffusione del genere raggiunse presto l’intera Europa. In Francia nacquero la “tragédie lyrique” e l’“opéra comique”, nei paesi di lingua tedesca il ‘Singspiel’, fino all’Ottocento, quando Richard Wagner elaborò la sua idea di opera d’arte totale fondendo parola, gesto e suono in un unico organismo scenico, sintesi di arte e pensiero.

L’opera buffa e la vita quotidiana
In Italia, mentre l’opera seria affrontava temi mitologici e morali, l’opera buffa nacque a Napoli come intermezzo comico e divenne presto un genere autonomo, radicato nella vita reale e nei caratteri popolari. Durante la serata, il basso Slavko Sekulić, accompagnato al pianoforte da Nada Matošević Orešković, ha interpretato due brani emblematici del repertorio buffo: l’aria di Don Basilio dal “Barbiere di Siviglia” di Rossini e quella di Don Bartolo dalle “Nozze di Figaro” di Mozart, restituendo al pubblico l’arguzia e la vivacità di un secolo in cui la comicità era una forma di intelligenza teatrale. La relatrice ha ricordato con simpatia le “arie da baule”, che i cantanti più celebri portavano con sé per sostituire un brano con un altro di maggior effetto, e le “arie da sorbetto”, eseguite mentre gli spettatori si concedevano un dolce tra un atto e l’altro. “Era un teatro che profumava di vita quotidiana – ha detto – fatto di improvvisazione, di scambi, di umanità viva e imperfetta”.

Dal bel canto al sentimento romantico
Con l’Ottocento la voce divenne lo strumento privilegiato per esprimere le sfumature più intime dell’animo. Il bel canto, rappresentato da Rossini, Bellini e Donizetti, raggiunse vertici di eleganza e perfezione tecnica. La celebre “Casta Diva” di Bellini, evocata durante la conferenza nella versione interpretata da Maria Callas, rimane simbolo di questa stagione di grazia, rigore e spiritualità sonora. Il discorso si è poi concentrato su Giuseppe Verdi, il compositore che trasformò la lirica in coscienza nazionale. Con “Nabucco” e il coro “Va, pensiero” (1842), il compositore diede voce al desiderio di libertà di un’Italia ancora divisa e al sentimento universale della dignità umana. Le sue opere – “Rigoletto”, “La Traviata”, “Otello” – scavano nell’abisso dell’animo umano con una forza drammatica che ancora oggi commuove e interroga. Accanto a lui, Giacomo Puccini introdusse una nuova sensibilità, dando voce a figure femminili intense e vulnerabili come Mimì, Tosca e Butterfly. Pietro Mascagni, con “Cavalleria rusticana” (1890), spinse l’opera verso il realismo, anticipando quella tensione emotiva e visiva che avrebbe ispirato il linguaggio cinematografico. La conferenza si è conclusa con l’esecuzione del coro VO-CI di Abbazia, che ha interpretato “Va’ pensiero”, offrendo un momento di forte suggestione. Nelle parole conclusive di Patrizia Crespi, l’opera è stata definita “il luogo in cui la parola e il suono si uniscono per esprimere tutto ciò che l’essere umano prova: l’amore, la gelosia, la passione, il potere, la tragedia, la speranza”. Un pensiero che racchiude lo spirito dell’incontro e la sua più profonda risonanza, in cui l’opera diventa specchio dell’animo umano e voce di un’identità culturale che, attraverso i secoli, continua a riconoscersi nella bellezza della propria lingua musicale.

Foto Ivor Hreljanović

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