CASTUA
Con la ventunesima edizione del ČAnsonfest si è rinnovata negli spazi gremiti del bocciodromo “Slavko Stanić” di Castua una delle celebrazioni più autentiche della lingua e dell’identità ciacava. L’evento, apice della trentaquattresima Estate culturale castuana (KKL), ha riaffermato il valore profondo del dialetto come veicolo d’espressione artistica e di patrimonio culturale vissuto. Durante il festival, campeggiava proiettata su un muro la scritta monumentale “ČA”, simbolo dell’idioma e sigillo della sua persistenza. A condurre la serata con ironia e vivacità, Mario Lipovšek Battifiaca, che ha accompagnato il pubblico, tra cui il presidente della Regione litoraneo-montana Ivica Lukanović, il sindaco di Abbazia Fernando Kirigin, il vicesindaco di Castua, Dean Jurčić, il direttore dell’Ente per il turismo di Castua Saša Brusić, attraverso le esibizioni di diciotto artisti, tra cui i connazionali Nevia Rigutto, Deborah Voncina Ivanić, Francesco Squarcia e Valter Milovan Maer. Come affermato da Saša Matovina, direttore del KKL, l’edizione ha riscosso un eccezionale successo, con una partecipazione di pubblico straordinaria.
La forza dei luoghi e delle origini
A inaugurare la kermesse è stata la giovane Antonela Škuflić Savić con “U plamenu ljubavi” (Nel fuoco dell’amore), dove l’amore si trasfigura in principio rigeneratore – “volila bin da je bolji ovi svit, da u svakoj duši nikne lipi cvit” (vorrei che questo mondo fosse migliore, che in ogni anima sbocciasse un bel fiore). È seguita l’interpretazione ruvida e sincera di Erik Balija in “Adio svite moj” (Addio, mondo mio), che ha portato in scena l’asprezza della terra istriana, “dok sve ne pojde na ocat” (finché tutto non va in aceto). Un lirismo più contemplativo ha pervaso “Magar va snu” (Almeno nel sogno), dove Mara Lukanović ha intrecciato paesaggio e interiorità – “Učka spi, Trsat na brigu svitli” (il Monte Maggiore dorme, Tersatto risplende sulla collina). Zemir Delić ha evocato un’idea di Castua come custode delle voci familiari in “Moj grad” (La mia città), mentre i giovanissimi “Kožne jakne” hanno dichiarato con energia il loro legame affettivo con la stessa in “Na ten brege” (Su quel colle). La riflessione sul tempo vissuto ha preso forma nei versi meditativi di “Kad sad pogledan za sobun” (Se ora mi guardo indietro), in cui Neven Barac ha trasformato la nostalgia in quieta confessione, dando voce a un bilancio esistenziale, in cui l’io lirico torna ai giorni di giovinezza, agli incontri e agli amori che hanno segnato il passato. Il tono si è fatto grottesco con Valter Milovan Maer e il suo “Bogeyman”, il quale ha dato corpo alle paure collettive con l’ossessivo “gre po česti Bogeyman” (Bogeyman cammina per strada).
Amore, dolore e denuncia
Un inno alla dignità femminile è giunto da “Projekt Band +/- 60” con “Ja žena” (Io donna), che ha celebrato la donna come sintesi di grazia e resistenza – “jedan lipi cvet” (un bel fiore) e “stvorena od draga kamika” (creata da pietra preziosa). Più intima e riflessiva, l’esibizione di Irena Grdinić e Viktor Peršić in “Peza na duše” (Peso nell’anima) ha scavato nel rimpianto di ciò che non si è saputo perdonare, evocando la ferita che resta, “da smo, a da smo oprostili, da suzu smo pustili” (se avessimo perdonato, se avessimo lasciato scorrere le lacrime). Il tema della felicità come evento raro e sorprendente ha trovato voce nella performance di Deborah Voncina Ivanić in “Srića” (Felicità) – “kad te ljubav najde, najde te i srića” (quando ti trova l’amore, ti trova anche la felicità).
Un senso di smarrimento profondo ha percorso “U ovo vrime ludo” (In questo tempo folle), dove Lado Bartoniček ha scelto l’immagine della barca nella tempesta, “va neveri” (nella tempesta). A sua volta, il brano “Profumano jutro” (Mattino profumato) di Davor Terzić ha trasformato la natura in respiro vitale, “pensier je važga dih života” (il pensiero è la fiamma del respiro della vita), dove il mattino diventa promessa di rinascita. In “Biti će ča bude” (Sarà quel che sarà), Francesco Squarcia ha rinunciato al computo del tempo, proclamando la libertà di chi non misura gli anni – “ja ne brojim lita, jeseni ni zime” (non conto gli anni, né gli autunni né gli inverni).
L’assenza come presenza costante
L’assenza come presenza costante è stata al centro di “Ni te al je te” (Non ci sei, ma ci sei), in cui Andrina Frleta ha dato forma a un’intimità resistente. Hrvoje Hegedušić ha scelto il suono della fisarmonica come confessione dell’anima in “Moja armunika” (La mia fisarmonica) – “va mojoj duše kad žalosti je armunika sope” (nel mio cuore, quando c’è tristezza, la fisarmonica suona). Il brano “Ruke” (Mani), eseguito da Nevia Rigutto, ha posto al centro della narrazione le mani, annerite dal carbone, bruciate dal sole, salate dal mare, fino alla loro redenzione nella purezza di una mano di bambino. Il tono si è fatto beffardo e brillante con “Tisti sakramenski džez” (Questo jazz sacramentale), in cui Damir Vrbljanac e Igor Lesica hanno tradotto il jazz in una parodia sacra. Con “Jutra rano gren” (Me ne vado all’alba), Martina Majerle ha chiuso la serata toccando il punto più alto dell’intensità espressiva. “Jutra rano gren da se više ne vrnen, dosta je bilo dešperije i suz” (Me ne vado all’alba e non tornerò più, basta con la disperazione e le lacrime), seguito da “nećeš više digat ruku na me” (non alzerai più la mano su di me) e “kćeri i ja sad moremo same” (le figlie ed io ora possiamo farcela da sole), ha tracciato con limpidezza una denuncia contro la violenza sulle donne, trasformando il canto in un atto di liberazione ed emancipazione.
Riconoscimenti e affermazioni
Al termine della manifestazione sono stati assegnati cinque premi da 200 euro: miglior testo, miglior chanson, miglior interpretazione, miglior cantautore e premio del pubblico. A questi si è aggiunto il riconoscimento “Nikola Luzer” per la chanson che meglio esprime il legame con il territorio, offerto da Pomorski radio Bakar. In considerazione della significativa presenza di nuove voci, è stato istituito e destinato anche il premio per il miglior artista debuttante. La giuria letteraria, composta da Nikola Petković, Silvana Vranić, Smiljan Grbac, Đurđa Grujičić e Rajka Jurdana-Šepić, ha selezionato Neven Barac per la miglior canzone relativa al territorio (consegna a cura di Nikola Petković), per il brano “Kad sad pogljedan za sobun”, valorizzandolo anche come miglior cantautore (premio consegnato da Saša Matovina).
Il riconoscimento per il miglior testo è stato conferito a “Ruke”, con musica di Igor Stanković e parole di Ljubica Bestulić-Stanković, interpretato da Nevia Rigutto (premio consegnato da Nikola Petković). Martina Majerle, con la sua interpretazione intensa di “Jutra rano gren”, firmato da Zemir Delić, si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione (consegnato da Albert Petrović), miglior chanson (consegnato da Željen Klašterka) e quello del pubblico (consegnato da Dean Jurčić e Ivica Lukanović), in un triplice riconoscimento che ha coronato una delle esibizioni più potenti della serata.
Mara Lukanović, con “Magar va snu”, ha ottenuto il riconoscimento per la miglior voce debuttante (consegnato da Sanjin Mandičić), rivelando una sensibilità artistica intensa e promettente. Radio Istra ha infine attribuito quello per la canzone più trasmessa della precedente edizione, “Najboji čovek va svete” (Il miglior uomo del mondo), a Dražen Turina Šajeta. L’intero svolgersi del festival è stato sorretto dall’ensemble formato da Aleksandar Valenčić, Zvonimir Radišić, Tonči Grabušić e Damjan Grbac, al quale per la maggior parte delle esibizioni si è unita Maja Veljak al violino, garantendo eleganza e continuità musicale. Nel segno del ČAnsonfest 2025, il dialetto ciacavo si è confermato così lingua dell’anima e del pensiero, strumento di trasmissione intergenerazionale e fulcro identitario di un’intera comunità.
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