Al Museo nazionale del Turismo di Abbazia, che ha sede in Villa Angiolina, il critico letterario, pubblicista e giornalista fiumano, Velid Đekić, ha tenuto una conferenza dal titolo evocativo “Con l’Elefante fiumano la vita è cioccolato”, dedicato a una delle più singolari esperienze industriali della Fiume di fine Ottocento. L’incontro, introdotto da Nataša Ivančević, responsabile dell’ente museale, è stato anticipato da una visita guidata alla mostra “Dal seme alla cioccolata, un percorso nel tempo”, accompagnata da una degustazione di sette varietà di cioccolato. Protagonista dell’incontro è stata la fabbrica di cacao e cioccolato del capoluogo quarnerino, già inserita nell’elenco degli impianti produttivi cittadini nel 1896, e parte integrante del processo di sviluppo economico che ha attraversato la città tra il XIX e il XX secolo. Đekić ha aperto con un frammento grafico tratto da un manifesto che ritraeva tre elefantini sorridenti e giocosi, segni fortemente legati all’identità visiva dell’azienda. Quell’iconografia, radicata nella cultura promozionale cittadina, rifletteva la natura stessa del prodotto, alimento associato alla soddisfazione e al buon umore. L’elefante emergeva così come un simbolo distintivo, che univa la narrazione economica a un immaginario condiviso e immediato.

Dall’Impero al Quarnero
La storia della cioccolata fiumana prende avvio lungo il Danubio, a Vienna. Đekić ha mostrato l’immagine del palazzo dell’Istituto di credito austriaco per il commercio e l’industria (Creditanstalt für Handel und Gewerbe), fondato da Anselm von Rothschild nel 1855, seguendo le orme del padre Salomon. Questo edificio, il più influente della sua epoca nell’ambito economico dell’Impero austro-ungarico, esercitava un peso notevole su numerose regioni imperiali, compresa Fiume.
Il percorso proseguiva verso Budapest, con la Magyar Általános Hitelbank, costituita nel 1867 come filiale ungherese della banca viennese. Sebbene il nome ne suggerisse l’autonomia, il centro decisionale rimaneva saldamente a Vienna. La banca ungherese agiva come snodo finanziario e strumento operativo del governo di Budapest. Lo conferma anche la sede attuale dell’edificio, dove oggi risiede il Ministero delle finanze ungherese, segno di una continuità strutturale tra capitale e gestione pubblica. Nel 1880 lo stesso istituto bancario aprì una filiale a Fiume, che nel 1887 divenne la Fiumei Hitelbank, Banca di credito fiumana, sita in riva, centro operativo delle attività dei Rothschild in città. Le inserzioni pubblicitarie, spesso redatte in ungherese, italiano e croato, testimoniavano il carattere plurilingue della vita economica locale. All’interno di questo circuito finanziario si inseriva anche la Villa Steinacker, progettata nel 1895 da Giovanni Rubinich, residenza di Artur Steinacker, figura chiave nell’amministrazione delle attività dei Rothschild e primo direttore dell’impianto fiumano per la produzione di cioccolato.
Dal cacao al mito industriale
Tra i documenti esposti spiccava una dicitura dalla forte valenza identitaria, “Fiumaner chocolade”, riportata su una tavola di cioccolato di grandi dimensioni portata da due ragazzi. Il nome del capoluogo quarnerino entrava così nel circuito produttivo europeo accanto a marchi affermati. La struttura, fondata nel 1896, veniva raffigurata in una veduta idealizzata del 1909, accompagnata da una dicitura in francese che ne sottolineava l’ambizione internazionale. L’opificio, come altri stabilimenti cittadini quali la riseria industriale, la raffineria di petrolio, il cantiere Ganz-Danubius, una fabbrica di mattoni e piastrelle a Ilirska Bistrica, si inseriva in un portafoglio di investimenti riconducibili alla Banca di credito fiumana, quindi nell’orbita dei Rothschild.
La narrazione ha poi abbracciato una cronologia più ampia. Nel 1765, nei registri delle merci in transito nel porto di Fiume, comparivano ostriche e castagne da Venezia, zucchero dai Paesi Bassi, caffè e datteri dalla Turchia, aringhe da Amburgo, mandorle dalla Sicilia, salumi da Firenze, riso da Verona, pinoli e pistacchi da Napoli, pepe e cacao dall’Inghilterra e cioccolata da Trieste. Il relatore ha posto l’accento sulla dimensione semantica del termine, che nel Settecento alludeva al cacao piuttosto che a quest’ultima. Tra gli episodi precedenti al 1896 si segnalano la manifattura di Giovanni Battista Martinoli, attiva nel 1824 con due dipendenti, e il tentativo di Daniele Dagnese a Varaždin nel 1789, poi interrotto. Esperienze ancora su scala artigianale. L’elemento di discontinuità risiedeva proprio nella dimensione industriale del complesso fiumano.
Lavoro al femminile in via Serpentina
La collocazione della fabbrica era lungo via Serpentina, nei pressi dell’odierna via Zvonimir, in prossimità dell’incrocio con via Vinko Benac, nel quartiere di San Nicolò, di fronte all’attuale centro commerciale ZTC. Il progetto si deve all’architetto Giacomo Zamattio e si inseriva in un contesto urbano vivace, segnato dalla presenza di numerosi altri impianti. Le fotografie storiche rivelano una caratteristica sorprendente, una manodopera quasi esclusivamente femminile, fenomeno in controtendenza rispetto alla media industriale locale, affine soltanto ad ambiti come la lavorazione del tabacco e la riseria.
Comunicazione e immaginario
Le pubblicità, riportate durante la conferenza, hanno rivelato una gamma ampia che comprendeva tavolette, cioccolata al latte, praline, bastoncini, cacao in polvere, dolci, wafer, marzapane, fondant, caramelle e marmellate. Un’offerta destinata a un pubblico eterogeneo. Tra i materiali più significativi si è distinto uno stampo originale recuperato da un anziano presso una discarica e oggi custodito dal Museo civico. Vi compaiono il motivo dell’elefante e la scritta “Cioccolata”, testimonianza concreta del legame tra produzione e identità visiva. A detta del giornalista, risultava fondamentale anche l’investimento promozionale. Già alla fine dell’Ottocento l’azienda utilizzava cartoline, scatole, insegne e materiali stampati per rafforzare la propria presenza.
I due marchi principali erano “Elephant” e “Jadran”. Il primo, in assenza di documentazione specifica, suggerisce un rimando visivo alle origini esotiche del cacao, funzionale a catturare lo sguardo. Lo stesso simbolo ricorreva anche nella comunicazione legata al riso, per via della medesima proprietà e della centralità del porto fiumano quale punto di snodo per l’importazione di materie prime da territori lontani. Le cartoline promozionali costituivano un vero e proprio Eden visivo, progettate in serie e ambientate in scenari remoti, dai deserti alle carovane, dai mari ai ghiacci polari, fino ai paesaggi alpini e a scene d’avventura. Il prodotto acquisiva così una dimensione evocativa e di evasione. Donne e bambini, frequentemente presenti nei manifesti, suggerivano un consumo domestico e rassicurante. Emblematica una cartolina che ritrae Adamo ed Eva con la cioccolata fiumana al posto del frutto proibito. La dolcezza si trasformava in tentazione, e il mito diventava veicolo di un messaggio pubblicitario.
Da Gerbeaud al declino
Nel 1907 l’impianto fu acquistato da Emil Gerbeaud, pasticcere svizzero-ungherese, nome legato alla celebre pasticceria Gerbeaud di Budapest e alla località di Abbazia, dove nello stesso anno aprì un locale poi ampliato con una terrazza, sede oggi del Padiglione artistico “Juraj Šporer”. L’acquisizione suggeriva una continuità commerciale, con i prodotti fiumani destinati ai centri mondani dell’Impero frequentati da aristocrazie ed élite. Con Gerbeaud cambiava anche il linguaggio visivo della promozione. Ai richiami esotici si affiancava il marchio “Tulipan”, registrato e calibrato secondo i codici identitari del mercato ungherese. I bilanci attestano una crescita evidente, con utili passati da 100 mila nel 1897 a 595 mila nel 1901, superando un milione nel 1906.
Dopo la morte di Gerbeaud nel 1919, la proprietà passò alla moglie Ester, che nel 1922 risultava ancora titolare di 250 azioni, mentre Georges Berthoud di Basilea ne deteneva la quota principale. Durante il periodo italiano, Fiume perse progressivamente la propria centralità economica e l’impianto si trovò esposto alla concorrenza crescente da parte delle industrie italiane. La crisi di liquidità emerse chiaramente e in un documento ufficiale comparve la dicitura “in liquidazione”. I bombardamenti del 1944 e del 1945 colpirono duramente la zona industriale occidentale e il complesso produttivo, pur non rientrando tra gli obiettivi militari, venne distrutto, senza mai essere ricostruito. Negli anni Cinquanta l’area fu occupata da edifici residenziali lungo l’asse che sale da Krnjevo. Oggi rimangono soltanto tracce incerte nel terreno e una memoria che sopravvive nei materiali conservati, nelle immagini e negli oggetti che hanno attraversato il tempo. Nel chiudere la conferenza, Đekić è tornato ai tre elefantini del manifesto, simboli piccoli, familiari, sopravvissuti alla distruzione, che ancora raccontano un pezzo essenziale dell’identità economica e culturale di Fiume.
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