Buie. Il vecchio oleificio negli scatti di Dragojević

Il noto fotografo ha immortalato in bianco e nero l’impianto inaugurato oltre un secolo fa, dal 2008 sotto la tutela della Sovrintendenza ai Beni culturali

Il vecchio oleificio di Buie

La passione del fotografo Slađan Dragojević d’immortalare nei suoi scatti bianco-neri la storia e la cultura del territorio, questa volta è stata attratta dai lavori di ricostruzione dell’antico oleificio di Buie, situato in contrada San Giacomo e messo in funzione più di un secolo fa. Un bene culturale e storico di grande importante, che nel dicembre del 2008 è stato posto sotto la tutela della Sovrintendenza ai Beni culturali in quanto è l’unico esempio di oleificio antico con un processo tecnologico completo esistente in Istria, in Croazia e addirittura nell’Unione Europea.

Slađan Dragojević

Scatti fotografici che ritraggono macchinari unici nel loro genere, dettagli che pochi conoscono e che raccontano la rarità storica del frantoio per il suo stato di conservazione e per il processo tecnologico che ricopriva. Immagini importanti, contrasti tra mura crepate e grembiuli usati appesi ad antichi appendiabiti, macine in pietra e ingranaggi per la spremitura delle olive, che hanno suscitato nella popolazione buiese grande curiosità, che in buona parte rispecchia le parole che l’autore ha usato per accompagnare questo album fotografico, caratterizzato da ricche e vive sfumature di bianco e nero.

Alcuni dei macchinari

L’oleificio venne inaugurato nel 1914 e per lungo tempo, ossia fino al 1986, rappresentò la forza motrice dello sviluppo olivicolo di tutto il territorio circostante, fungendo anche come punto di riferimento e di socializzazione importante per i contadini buiesi nei lunghi mesi invernali, per i bambini della contrada si San Giacomo, come pure per gli abitanti in cerca di prodotti genuini. Passando per via Garibaldi, s’espandeva il profumo dell’olio novello. La sua chiusura segnò un definitivo distacco dai tradizionali valori agricoli buiesi.

Un dettaglio di uno dei macchinari

«Faremo» e «i ga fato»

”Faremo, dicono a Buie – dice Dragojević –. Chiunque riceva una risposta del genere sa che non se ne farà nulla. Non c’è niente di più divergente tra il significato di questa parola e il suo reale esito. Facciamo questo, facciamo quello e alla fine… un gran bel niente. Sarebbe un ottimo slogan per le elezioni scrivere sulle magliette ‘Faremo, per un futuro migliore di Buie’. Perché, nel periodo prima delle elezioni, tutti stavano costruendo qualcosa, pulendo, piantando… promettendo di tutto. Ma non tutto è così nero e alle volte il ‘faremo’ si trasforma in un ‘i ga fato’. È vero che tutto ha una continuazione e che il tempo passa inesorabilmente senza fermarsi a guardare i nostri desideri”, spiega Dragojević ricordando i giorni in cui la via in cui vive, Garibaldi, profumava di olive e d’olio d’oliva.

Le macine in pietra

”Erano i tempi in cui il grande frantoio funzionava a pieno regime – continua –. Tutt’intorno c’era sempre tanta gente, operai, carri trainati da buoi o asini carici d’olive, bambini curiosi che si spingevano nel caldo insopportabile della produzione, dove gli operai li incitavano ad assaggiare l’olio novello, dicendo ‘prova, prova che ti vegnarà grande e forte’. Per anni ha funzionato così il frantoio, nel posto dove un tempo c’era il cinema. E poi arrivarono i tempi ‘luminosi’ e il nostro frantoio sprofondò nell’oscurità. Ancora oggi non ci rendiamo conto di quanto velocemente questo sia successo… le porte fatiscenti, le finestre distrutte, il tetto crollato, le mura che vanno in rovina e i macchinari, allora Mercedes di prima categoria, abbandonati all’incuria del tempo. Il progetto architettonico preliminare inerente la ricostruzione del vecchio frantoio a Buie è ufficialmente scritto e quello esecutivo dell’architetto Rita Počekaj è datato febbraio 2018. Ed è da qui che la storia ‘faremo’ inizia a perdere pian piano significato”, afferma Dragojević spiegando come nel progetto scrive come il complesso oleario vicino al centro di Buie è costituito da due edifici collegati tra loro, con macchine per la lavorazione delle olive e il relativo magazzino, la zona d’ingresso per la consegna delle merci, le cui caratteristiche tipologiche rimandano a un’architettura di fine ‘800 o inizio ‘900. I macchinari della ditta Veracci di Firenze, che si trovano nel frantoio, sono stati conservati nella loro interezza e come tali rappresentano una curiosità nell’architettura istriana. L’oleificio di Buie ha operato, come detto, fino al 1986, quando il costante aumento di competitività locale ha portato alla chiusura dello stabilimento.

Vecchi grembiuli dimenticati sull’appendiabiti

Uno spazio polivalente

”Da allora è stato ristrutturato il tetto e chiuso lo spazio polivalente. Lo definisco polivalente, perché dovrebbe essere molto bello se, come dicono, al pianoterra verrebbe ricostruito uno spazio con dei macchinari nuovamente funzionanti come lo erano un secolo fa. Il primo piano dovrebbe ospitare uno spazio per la ristorazione, un angolo per le esigenze del museo e uno spazio per la degustazione e la vendita di olio, vino, miele, prosciutto, formaggio e altri prodotti genuini locali, nonché uno spazio per la presentazione multimediale. Tra il museo e il ristorante è prevista una terrazza con un affascinante belvedere a sud-ovest. Il seminterrato, che offre un’uscita nel parcheggio, sarà collegato internamente da una scalinata. Qui è prevista pure l’installazione di un ascensore. Ed ecco che lentamente ma inesorabilmente questa volta stiamo vincendo il ‘faremo’, facendo ricredere pure i più scettici”, ha concluso soddisfatto Dragojević.

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