Biografia di un soffio in divenire

Dalle tranquille aule forlivesi alle prime file dell'orchestra, Michele Fabbrica, giovane clarinettista oggi al TNC «Ivan de Zajc» di Fiume, racconta un percorso fatto di scelte inattese, prove quotidiane e scoperta di sé

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Biografia di un soffio in divenire
Michele Fabbrica Foto: Roni Brmalj

Arriva a Fiume poco più che ventenne, senza l’idea di seguire un percorso già scritto, e con quella leggerezza intelligente che unisce curiosità e senso di responsabilità. Michele Fabbrica racconta la propria storia musicale come un cammino nato quasi per caso, da un piccolo patto affettuoso con il padre, poi divenuto vocazione crescente, maturata un passo alla volta. All’inizio c’era il desiderio di mantenere una promessa, ma col tempo è arrivato il piacere autentico, poi la spinta di un entusiasmo profondo. Oggi è primo clarinetto al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, dopo un percorso fatto di scelte sincere, soste forzate e riprese ostinate. Il suo modo di raccontarsi, diretto e coinvolgente, restituisce il ritratto di un giovane musicista in evoluzione, che affronta dubbi e conquiste con naturalezza, senza smarrire il senso del proprio cammino. Fiume, con la sua multiculturalità, l’orchestra, il pubblico partecipe e la dimensione umana del quotidiano, è diventata il luogo dove ha imparato a vivere da solo, a maturare e, soprattutto, dove si scopre felice. Intorno alla musica orbitano la passione per l’insegnamento, l’amore per la storia, il gusto per l’improvvisazione e l’idea che ogni esperienza, anche la più imprevista, possa generare bellezza.

Fiume, una svolta
È arrivato a Fiume tre anni fa. Che momento stava attraversando allora, sul piano personale e professionale?
“Sì, tre anni e qualche mese fa. Mi ero appena laureato, avevo concluso da poco gli studi e, in realtà, la prima cosa che ho fatto subito dopo è stata mettermi l’apparecchio fisso ai denti, anche sotto, perché prima lo avevo solo sopra, e l’ho tenuto fino ad aprile del 2024. Questo mi ha imposto un periodo di riposo forzato, fermo sul posto. Successivamente mi sono rimesso al lavoro, ho iniziato a preparare le audizioni che via via uscivano, e quella di Fiume arrivò agli inizi di luglio del 2022, a distanza di circa nove mesi dall’inizio di quella fase. Funziona così, guardi le selezioni, provi, ti presenti. In quei mesi, tra l’altro, erano usciti un concorso al Teatro di Zagabria per il primo ruolo e uno a Fiume per il secondo. Passai il provino qui come secondo idoneo, poi in seguito si aprì una possibilità”.
In quei nove mesi di pausa obbligata, come ha occupato il tempo e su cosa si è concentrato?
“Sono sempre stato molto affascinato dal Giappone, quindi ho letto tutti i libri disponibili in italiano che riguardano la cultura e la storia nipponica. Spinto dalla curiosità, mi sono avvicinato anche alla lingua giapponese, dedicandomi al tempo stesso all’allenamento e alla cura della salute fisica”.
Prima di arrivare, che percezione aveva del capoluogo quarnerino e del Teatro Nazionale Croato «Ivan de Zajc»?
“La città la conoscevo di nome, o comunque ne avevo sentito parlare, anche perché con i miei amici siamo piuttosto appassionati di storia. Tuttavia non c’ero mai stato, né in Croazia né nei Balcani in generale. Sono arrivato che ero ancora molto giovane, avevo appena compiuto ventidue anni ed ero abituato a una realtà domestica, come Forlì, che è una tranquilla cittadina di provincia. Ho iniziato qui nel ruolo di secondo clarinetto e, in seguito, ho sostenuto altri due concorsi per passare a quello di primo. Venendo a Fiume ho imparato cosa significhi vivere da solo e, più in generale, sono cresciuto come persona. L’accoglienza in orchestra e nello ‘Zajc’ è stata davvero molto bella e mi sto trovando benissimo, soprattutto all’interno del gruppo dei clarinetti, altri due ragazzi giovani, con cui lavoriamo con serietà, senza rinunciare a una certa leggerezza. In effetti, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, penso che siamo fortunati. Fiume mi piace, si vive bene, è una città viva, offre molte attività e ha tanti giovani. È attiva e allo stesso tempo resta vivibile. Non ti senti isolato e, quando ne hai bisogno, puoi anche ritagliarti il tuo spazio”.

L’accordo galeotto
La musica era già presente nella sua famiglia oppure è arrivata in modo del tutto inatteso?
“Lo era, anche se non ne ero consapevole all’inizio. Solo più tardi ho scoperto che il fratello di mia nonna suonava il trombone e insegnava. In effetti mi sono avvicinato alla musica durante il ciclo inferiore perché mio padre, con una certa lungimiranza, mi propose quello che potrei definire un accordo ben ponderato. La scuola elementare che frequentavo era collegata naturalmente a un istituto successivo nel quale, al termine dei cinque anni, confluirono praticamente tutti i miei compagni. Tuttavia, rispetto alla nostra abitazione, un’altra sede risultava molto più comoda dal punto di vista logistico. Gli chiesi quindi di potervi accedere e lui accettò, ponendo però una condizione precisa, ovvero che mi iscrivessi in una classe a indirizzo musicale e iniziassi a studiare uno strumento. Entrambi i miei genitori ballano, praticano danze latino-americane, e mio padre è un grande appassionato di boogie-woogie. L’idea di fondo era quella di impegnarmi in qualcosa che potesse arricchirmi, senza caricarla di aspettative, con la convinzione che, in ogni caso, sarebbe stata un’esperienza utile. In quella realtà scolastica, che prevedeva un ciclo di tre anni, il primo contatto avveniva attraverso una giornata di orientamento. In quell’occasione venivano presentati quattro strumenti, nel nostro caso chitarra, pianoforte, flauto traverso e clarinetto. Se ne sceglieva uno e, da quel momento in poi, durante l’anno scolastico, si svolgeva un’ora di lezione individuale a settimana e una collettiva, svolta tutti insieme”.
Da come lo racconta, sembra che quella scelta abbia funzionato?
“Avevo accettato un accordo, quindi una decisione andava presa. Ricordo che alcuni allievi più grandi del corso vennero a suonare davanti a noi, che allora frequentavamo ancora le classi elementari. Con i clarinetti eseguirono brani di ispirazione medievale. In quel periodo mia madre ascoltava spesso musica medievale e me la faceva sentire con entusiasmo, così nella mia testa si formò un collegamento piuttosto ingenuo, per cui lo strumento che avevo appena ascoltato mi sembrò naturalmente associato a quel mondo sonoro. Ho iniziato a studiare e mi sono accorto che mi piaceva e che, tutto sommato, ottenevo risultati soddisfacenti. Con il tempo è diventato evidente un meccanismo molto semplice, più cresceva il piacere nello studio, più arrivavano i miglioramenti, e viceversa. Guardando indietro, sento di avere avuto la fortuna di incontrare insegnanti decisivi per la mia formazione. Durante i tre anni di scuola media ho avuto la fortuna di incontrare Giorgio Ragazzini, figura colta e stimolante, che ha saputo riconoscere e incoraggiare il mio interesse. Fu lui, in terza, a mettermi in contatto con il Maestro Piero Vincenti, docente all’Accademia di Cesena. L’anno successivo iniziai a studiare con quest’ultimo, che mi ha accompagnato per tutto il percorso accademico e continua, ancora oggi, a seguirmi”.

L’esordio e le emozioni iniziali
Ricorda la sua prima esperienza davanti a un pubblico?
“Le prime esibizioni sono state quelle legate ai saggi alle medie, vere botte di adrenalina che, all’inizio, non sai nemmeno come gestire. Succede un po’ di tutto, ti paralizzi, ti dimentichi le note, perdi il controllo di quello che stai facendo. In questo senso, mi viene da osservare che spesso esiste l’idea, soprattutto da parte degli adulti, forse perché hanno dimenticato come si sentivano da bambini, che da piccoli non si provi stress, perché non si avrebbe una piena consapevolezza di ciò che accade. In realtà le emozioni sono fortissime e io me lo ricordo molto bene”.
C’è stato, più avanti, un momento in cui sul palco ha avvertito una libertà diversa, un piacere più disteso, una sintonia piena con lo strumento, con gli altri e con chi ascoltava?
“Ci penso ogni tanto. Ho un ricordo molto vivido di quando andai in Spagna, nell’estate tra la prima e la seconda superiore, quindi avevo quindici anni. Ero lì per seguire il professor Vincenti, che teneva una masterclass nell’ambito di una residenza al Conservatorio di Oviedo. Il clima era bellissimo, c’erano tanti giovani, tutti molto motivati, e condividevamo i dormitori in un alloggio per studenti. Passavamo le giornate intere a scuola, studiavamo a lezione, facevamo prove di gruppo e, al termine di quel periodo di lavoro, c’erano anche delle esibizioni finali. È stata un’immersione che mi ha lasciato tanto. In questo contesto, di recente, mi è capitato di vedere un’interessante intervista al violoncellista Yo-Yo Ma, il quale, alla domanda su che cosa rappresentasse per lui la musica all’età di sessant’anni, rispondeva evocando l’idea di energia. Condivido pienamente questa visione. La musica è uno scambio di energia che resta, che si conserva. Quell’esperienza in Spagna la ricordo come una delle prime volte in cui ho percepito chiaramente questa dimensione. È stato molto emozionante. Più recentemente mi è successo di nuovo con il ‘Requiem’ di Verdi, eseguito a Fiume al TNC ‘Ivan de Zajc’, che non avevo mai suonato prima. Un capolavoro”.
Qual è stata la sua prima esibizione a Fiume?
“È stata la Nona di Bruckner, l’appuntamento di apertura della stagione 2022-2023, diretto da Valentin Egel. Eravamo circa un centinaio sul palco ed è stato bellissimo. Un momento di grande musica”.

Altrove, ma non lontano
La musica non è stata un sogno coltivato fin dall’infanzia. Guardando indietro, aveva immaginato per sé anche altri orizzonti, altre direzioni possibili?
“Mi piaceva moltissimo la storia, soprattutto quella antica, e da bambino avevo il sogno di diventare archeologo. Erano idee molto presenti e sono convinto che, se avessi seguito un percorso più lineare, frequentando un liceo classico, avrei probabilmente intrapreso la strada dell’insegnamento. Sarebbe stato un cammino che mi avrebbe dato grande soddisfazione e, in effetti, penso che prima o poi tornerò all’università per approfondire gli studi in ambito storico. In questo senso, mi piacerebbe molto acquisire le competenze necessarie per occuparmi di divulgazione storica, concentrandomi su un periodo preciso”.
Nel suo percorso l’insegnamento compare come una possibilità significativa. È qualcosa che ha preso in considerazione nel tempo?
“Al liceo ho frequentato scienze umane, quindi ho studiato anche pedagogia e svolto lo stage in diverse scuole primarie. È stata un’esperienza che mi è piaciuta molto. In seguito, al Conservatorio, ho approfondito la pedagogia musicale all’interno di un percorso specifico, quello dei ventiquattro crediti formativi aggiuntivi, che abilitano all’insegnamento e che considero fondamentali. Più che insegnare in senso stretto, anche perché tendo a essere piuttosto esigente e autocritico nei miei confronti e non mi sento ancora del tutto pronto, sento soprattutto il desiderio di trasmettere un’esperienza. È questo, in realtà, l’aspetto che mi attrae maggiormente, la possibilità di entrare in relazione con i ragazzi. Ho iniziato a suonare a undici anni, un’età che, se si pensa a un futuro professionale, può sembrare relativamente avanzata. Negli anni precedenti, e per molto tempo ancora, ogni estate i miei genitori mi mandavano al centro estivo, dove ho continuato ad andare fino ai quindici anni, trascorrendo le giornate con circa sessanta bambini. All’inizio ero il più piccolo, poi sono diventato il più grande. Sono sempre stato abituato a stare in mezzo, a giocare, prima lasciandomi guidare e poi assumendo gradualmente un ruolo di guida, quasi come un aiuto educatore. È qualcosa che sento ancora molto vicino e che, in qualche modo, mi manca”.

Prendersi sul serio, senza smettere di giocare
Quell’idea di energia che evocava poco fa, come si traduce nel suo modo di affrontare le cose, nella vita di ogni giorno?
“Per me si traduce innanzitutto in un atteggiamento. Cerco di vivere ciò che accade come un’occasione di crescita e di non soffermarmi troppo sugli aspetti negativi. Se lo facessi, finirei per consumare inutilmente quella spinta interiore che mi permette di andare avanti, perché anche dalle difficoltà può sempre nascere una comprensione, un’esperienza che resta. È anche per questo che sento il bisogno di mettermi alla prova in contesti diversi, di fare esperienze nuove, di uscire da ciò che è già noto. Penso, per esempio, alla collaborazione con gli attori del Dramma Italiano, nell’ambito del Teatro Poco Loco, in progetti come ‘I tre porcellini’ o ‘Lo Schiaccianoci’, presentato recentemente presso la Comunità degli Italiani di Fiume. Lì questa idea di scambio si manifesta in modo molto diretto, soprattutto nel rapporto con i bambini. Interagire con loro è qualcosa di estremamente stimolante”.
Rimanendo su questo piano più personale, che rapporto ha con l’autocritica?
“Sono probabilmente il mio critico più severo. Spesso, dopo aver suonato, non sono del tutto soddisfatto e a volte questa sensazione pesa. In certi momenti avverto una mancanza di intraprendenza, che nasce da una considerazione non sempre stabile delle mie capacità. Mi rendo conto che dovrei lavorare su questo aspetto, per evitare di scivolare in un meccanismo di autosvalutazione. Allo stesso tempo, sento di avere un’ambizione equilibrata e mi piace pormi degli obiettivi. Li considero fondamentali, perché aiutano a orientare il lavoro e a dare una direzione alle energie. In questo senso mi riconosco come una persona piuttosto altalenante. Ci sono fasi in cui mi sento molto sicuro e altre in cui mi interrogo di più su quello che faccio. Dal punto di vista tecnico mi sento solido, mentre le incertezze riguardano soprattutto l’interpretazione e le sfumature. A volte si tratta di dettagli minimi, come un soffio che magari percepisco solo io dal palcoscenico e che il pubblico non avverte affatto. Questo processo si è accentuato dopo aver tolto l’apparecchio di cui parlavo prima, perché la percezione è cambiata e richiede un nuovo adattamento. È parte di una transizione in corso. Continuo comunque a cercare un equilibrio tra attenzione critica e fiducia, mantenendo uno sguardo aperto e disponibile. In fondo, resto una persona curiosa e giocherellona”.

Direzioni, riferimenti, ascolto
Guardando avanti, quali direzioni sente oggi più vicine, quali desideri la muovono quando pensa a ciò che verrà?
“Sento innanzitutto l’esigenza di non fermarmi e di continuare a crescere. Se farlo significa anche mettersi in gioco attraverso le audizioni, allora è una strada che voglio percorrere senza esitazioni. In questo senso mi sento pronto ad affrontare contesti diversi, realtà nuove. Se poi mi si chiede se potrei restare a Fiume per tutta la vita, la mia risposta è – perché no? Qui sto bene, qui sono felice. Sul piano artistico, mi piacerebbe sviluppare progetti educativi e approfondire il lavoro sulla musica da camera, un ambito che ho sempre sentito come uno spazio molto fertile e vitale, e che alcuni colleghi, come Pedro Rosenthal Campuzano, stanno già portando avanti. Prima di entrare in orchestra non avevo una vera esperienza professionale, tuttavia avevo già avuto occasione di confrontarmi con la dimensione cameristica ed è qualcosa che ho sempre trovato molto significativa. Altre direzioni che mi interessano riguardano lo studio del jazz, perché è un ambito che ti mette in relazione diretta con l’improvvisazione, e l’approfondimento del pianoforte, che sento come uno strumento complementare importante”.
Ci sono figure che sente particolarmente vicine, artisti nei quali riconosce un modello o una fonte di ispirazione?
“Sono molti i musicisti che ammiro, soprattutto tra i clarinettisti italiani, che considero di altissimo livello. Uno dei miei riferimenti è Giovanni Punzi, musicista salernitano che oggi lavora al Teatro Massimo di Palermo. Ho avuto modo di conoscerlo personalmente e di studiare con lui, ed è una di quelle figure nelle quali riconosco pienamente ciò che intendo quando parlo di artista. Più in generale, ciò che mi affascina di questo tipo di musicisti è il fatto che riescano a esprimere un linguaggio così personale da sembrare unico, come se appartenesse soltanto a loro. A livello di idee, ma anche di realizzazione concreta. In queste personalità il passaggio tra ciò che viene immaginato e ciò che prende forma appare quasi immediato, come se non ci fosse distanza. È una qualità potentissima. Io, al contrario, parto spesso da un approccio più analitico, più tecnico. In queste figure, invece, il rapporto tra istinto e realizzazione è impressionante”.
Nel tempo, che tipo di ascolti hanno accompagnato e continuano ad accompagnare il suo cammino?
“Fin da piccolo, in casa, ho ascoltato soprattutto ciò che suonavo. Questo mi ha portato naturalmente ad avvicinarmi alla musica classica, al jazz, al rock, al boogie-woogie, ma anche a linguaggi meno consueti, come le musiche etniche africane, asiatiche ed ebraiche. Ho ascoltato moltissimo il klezmer, un ambito nel quale Giora Feidman, che ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare, ha rappresentato per me un riferimento fondamentale. È un musicista straordinario, che ha contribuito in modo decisivo a rendere lo strumento protagonista assoluto di quel linguaggio”.

In prova, sempre
Che realtà è oggi, a suo avviso, la Sinfonica dello «Zajc»?
“Sul piano dei rapporti interpersonali la situazione è diversa rispetto a due anni fa. Molte persone sono andate via, molte altre sono arrivate. Non saprei dire se questo cambiamento sia positivo o negativo, ma certamente ha modificato gli equilibri. A mio avviso, per costruire un gruppo e far funzionare davvero un complesso sinfonico, è necessario esserci, condividere, evitare di isolarsi in piccoli nuclei o di dividersi. Detto questo, va riconosciuto che, nonostante varie difficoltà, il livello musicale resta alto e credo che lo si sia dimostrato più volte. Proprio per questo, però, sarebbe importante accompagnare questo lavoro con maggiore cura e ascolto. Nel tempo, se questi elementi vengono a mancare, anche la qualità rischia di risentirne. Siamo persone, dipendiamo da molti fattori. Sentirsi considerati e sostenuti aiuterebbe a mantenere viva la motivazione, a spingersi oltre, a partecipare con maggiore intensità a ciò che si fa”.
Accennava a diverse difficoltà. Quali sono, oggi, quelle più concrete nel lavoro di tutti i giorni?
“Una delle questioni più delicate riguarda la possibilità di studiare e provare in condizioni adeguate. All’interno del Teatro non esistono ambienti pensati specificamente per questo tipo di lavoro. Fino a poco tempo fa facevamo riferimento alla Filodrammatica, ma anche quella possibilità è venuta meno, essenzialmente per due motivi. Il primo non dipende direttamente da noi. La Città ha deciso di destinare quegli spazi ad altri progetti, inserendoli in alcuni bandi e assegnandoli, di fatto, a utilizzi differenti. Il secondo motivo è più complesso. Esistevano regole precise, come evitare di suonare con le finestre aperte o di restare oltre un certo orario per non far scattare l’allarme, e in alcuni casi queste indicazioni non sono state rispettate, rendendo più fragile quella soluzione. Oggi la situazione risulta piuttosto complicata. In generale manca un luogo che garantisca continuità, tranquillità e concentrazione. Ci si ritrova a studiare in ambienti attraversati continuamente da persone che vanno e vengono, senza la stabilità necessaria. Oppure ci si sposta nella sala del coro, salvo poi dover interrompere perché quello spazio è richiesto per altre prove. Tutto questo frammenta il lavoro e lo rende più faticoso”.
Come percepisce il pubblico fiumano?
“Devo dire che mi colpisce molto. È attento, presente, comprende anche molti giovani. È una comunità che coglie le scelte meno riuscite, avverte eventuali errori, anche di repertorio, e allo stesso tempo sa distinguere la qualità. Decide se esserci o meno proprio in base a questo. Credo che sia un segnale importante, quasi un’indicazione, per comprendere in quale direzione orientare la stagione sinfonica”.

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