«Arlecchino» e «Gianni Schicchi»: un abbinamento che funziona

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«Arlecchino» e «Gianni Schicchi»: un abbinamento che funziona
Una scena di “Gianni Schicchi”

Bizzarro, irriverente, vivace, critico, ma anche musicalmente intrigante. Questi sono soltanto alcuni degli aggettivi che si potrebbero usare per descrivere la première delle opere in un atto “Arlecchino” (1913) di Ferruccio Busoni e “Gianni Schicchi” (1918) di Giacomo Puccini al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, una felice coproduzione realizzata con il TNC di Osijek.

Brani nati all’inizio del XX secolo

Si tratta di due opere nate nell’arco di pochi anni nel secondo decennio del XX secolo che però si differenziano notevolmente dal punto di vista musicale. “Arlecchino” è ormai saldamente inserito nelle nuove correnti musicali e abbraccia con vigore l’atonalità e il ribaltamento delle regole dell’armonia classica, al contempo basandosi sullo stile neoclassico, mentre “Gianni Schicchi” conserva ancora la ricchezza armonica post-romantica tipica del verismo. “Arlecchino”, la cui regia è stata curata dal sovrintendente del Teatro, Marin Blažević, presenta una storia di struttura “aperta”, uno stravagante susseguirsi di scene in cui l’elemento più marcato è il gioco con l’assurdità e con le convenzioni del genere, ovvero un “ibrido operistico-drammatico”, come viene definita dal regista stesso. Dal punto di vista musicale, l’opera è ricca di richiami a Mozart, Wagner e Rossini intercalati da segmenti atonali.

La trama si svolge a Bergamo, dove Arlecchino ne fa di tutti i colori per poter avere indisturbato una relazione con Annunziata, moglie del sarto Ser Matteo, intento a leggere Dante. Arlecchino dice a Ser Matteo che tra poco la città sarà attaccata dai barbari e gli ordina di arruolarsi nell’esercito. Arriva Colombina, stufa dei tradimenti di Arlecchino, lui finge di pentirsi. Sulla scena appare Leandro, una parodia del tipico tenore, che corteggia Colombina, ma Arlecchino gli dà un colpo, al che Leandro cade a terra svenuto. Colombina scappa in taverna, dove la salvano il dottore e il prete, dopodiché trovano Leandro svenuto e lo portano via per curarlo. Ora Arlecchino può continuare la relazione con Annunziata, mentre Ser Matteo torna nella sua casa vuota.

Protagonisti Ferraiuolo e Settimo

I protagonisti assoluti dell’opera sono senza dubbio il direttore e attore del Dramma Italiano, Giulio Settimo e l’attrice del DI, Serena Ferraiuolo, che interpretano Arlecchino, un ruolo parlato. La scelta di “dividere” il personaggio tra due attori si è rivelata ottima, in primo luogo perché in due hanno potuto dare sfogo alla propria vena umoristica con ancor più efficacia, ispirandosi a vicenda. Arlecchino della coppia Ferraiuolo-Settimo è spassoso, irriverente, scostumato e burlone, ma è anche il personaggio che mette in moto la storia. I due attori hanno offerto un’interpretazione energica e vivace, fisicamente impegnativa, chiaramente divertendosi un mondo. L’apice dell’opera è stato il momento in cui Serena Ferraiuolo, appesa a una corda, ha “volato” sopra il palcoscenico.

Non è stato da meno l’ensémble di solisti, che ha proposto delle ottime prove: Michaela Selinger come Colombina, Blaž Galojlić come Ser Matteo del Sarto, Jurica Jurasić Kapun nel ruolo del prete Cospicuo, Luka Ortar nei panni del dottore Bombasto, Jorge Puerta nel ruolo di Leandro. Nel ruolo di poliziotti sono apparsi Dario Dugandžić, Saša Matovina e Marijan Padavić.

Serena Ferraiuolo e Giulio Settimo

Atmosfera dadaista

“Arlecchino” si presenta come uno spettacolo dall’atmosfera dadaista, un teatro dell’assurdo in cui il senso delle cose è stravolto. La trama si svolge su un palcoscenico ancora incompiuto, dove i tecnici del Teatro lavorano sulla scenografia, con le luci brillanti e una platea altrettanto illuminata, ma come progredisce la storia, così anche la scena si trasforma e viene completata per poter accogliere l’opera che segue. “Arlecchino” è, infatti, concepito come un prequel dell’opera “Gianni Schicchi”. I costumi di Sandra Dekanić, composti da due metà diverse (metà abito monastico e metà divisa da poliziotto, per fare un esempio), ricalcano l’atmosfera bizzarra dell’opera.

“Gianni Schicchi” di Puccini, come noto, fa parte del Trittico assieme alle opere “Il tabarro” e “Suor Angelica”. Nonostante l’esplicita volontà di Puccini che le tre opere venissero allestite sempre assieme, “Gianni Schicchi” divenne presto parte del repertorio lirico autonomamente e viene abbinato a diversi titoli di altri autori. Anche a Fiume, parecchi anni fa, “Gianni Schicchi” venne abbinato alla “Cavalleria rusticana” di Mascagni.

Abbinamento naturale

E se la trama dell’opera comica di Puccini non ha nulla in comune con la tragica storia di “Cavalleria rusticana”, l’abbinamento con “Arlecchino” appare naturale. Infatti, entrambe le opere si ispirano alla Commedia dell’arte, sono comiche e, soprattutto, hanno un forte legame con Dante. In “Arlecchino” Dante viene citato diverse volte, mentre in “Gianni Schicchi” la trama si basa su un episodio del Canto XXX dell’Inferno, che racconta un fatto realmente accaduto. La storia ha luogo a Firenze nel 1299, quando Gianni Schicchi viene chiamato dai parenti di Buoso Donati, appena deceduto, affinché trovi una soluzione a un grave problema: il ricco mercante ha lasciato tutti i suoi beni a un convento di frati, diseredando i suoi parenti. Inizialmente, egli si rifiuta di aiutarli: i ricchi Donati, infatti, hanno un atteggiamento sprezzante nei confronti di Schicchi in quanto di classe inferiore rispetto a loro. A convincerlo sarà sua figlia Lauretta, innamorata di Rinuccio Donati. Schicchi escogiterà un piano per stilare un nuovo testamento. Aiuterà così sua figlia e il suo fidanzato e punirà i parenti per la loro avidità e ipocrisia.

Una scena di “Arlecchino”

Un insieme dinamico e affiatato

Il regista Fabrizio Melano ha messo sapientemente in risalto la valenza comica dell’opera, creando dell’ensémble di solisti un insieme dinamico e affiatato. Trattandosi di un episodio verificatosi in un periodo storico ben preciso, l’allestimento si avvale di una scenografia (di Paola Lugarić) elaborata con torri e mura in pietra (le luci sono firmate da Dalibor Fugošić) e di costumi (di Manuela Paladin Šabanović) che riflettono la moda medievale. Il baritono Robert Kolar si è trovato a suo agio nel ruolo di Gianni Schicchi, che gli ha permesso di esplorare la sua vena comica, mentre Anamarija Knego (Lauretta) ha offerto una commovente interpretazione della celebre romanza “O mio babbino caro”. Disinvolta e passionale è stata l’interpretazione di Bryan Lopez Gonzalez nei panni di Rinuccio. Sono stati all’altezza anche gli interventi di Marko Fortunato (Gherardo), Vanja Zelčić (Nella), Elia Saraconi (Gherardino), Luka Ortar (Betto di Signa), Slavko Sekulić (Simone), Jurica Jurasić Kapun (Marco), Lorena Krstić (Ciesca), Sofija Cingula (Zita), Dario Bercich (Maestro Spinelloccio e Amantio Nicolao), Saša Matovina (Pinellino), Marijan Padavić (Guccio) e Andrei Köteles (Buoso Donati).

L’Orchestra sinfonica di Fiume è stata un sostegno sicuro e preciso ai solisti sotto la direzione del Maestro Valentin Egel.

Entrambi gli allestimenti sono stati premiati dal pubblico con copiosi applausi.

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