Ci sono esistenze che non si limitano ad abitare il proprio tempo, ma contribuiscono a nobilitarlo. Quella di Andrea Furlan appartiene a questa schiera di uomini di cultura per i quali l’arte non rappresenta un semplice esercizio del talento, bensì una vocazione autentica, una forma di responsabilità civile e un’eredità da consegnare alle generazioni future. Interprete raffinato, educatore illuminato, instancabile artefice di progetti culturali e custode di un patrimonio umano che travalica i confini del palcoscenico, Furlan incarna la figura dell’artista nel senso più alto e nobile del termine, un uomo che ha saputo trasformare una passione coltivata fin dall’infanzia in una missione capace di generare bellezza, conoscenza e consapevolezza.
Nato nel 1999, Furlan ha iniziato il proprio percorso musicale al Centro Studi di Musica Classica “Luigi Dallapiccola” dell’Unione Italiana, sezione periferica di Verteneglio, proseguendo gli studi alla Scuola media di musica di Pola, al Liceo musicale “I.S.I.S. Carducci-Dante” di Trieste e al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste. Oggi affianca all’attività concertistica quella didattica, insegnando pianoforte in diverse scuole dell’Istria e ricoprendo la cattedra presso il CSMC “Luigi Dallapiccola” dove tutto è iniziato. Opera inoltre al Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste, dirige cori e gruppi vocali di diverse Comunità degli Italiani e, quale direttore artistico dell’Associazione concertistica “Gramophone”, promuove e valorizza la vita musicale del territorio istriano includendo accanto a grandi lirici pure artisti e giovani musicisti dei sodalizi e alunni delle scuole elementari italiane del territorio.

Senso di bellezza
Lontano da ogni forma di protagonismo effimero, Furlan ha scelto quindi la via più ardua e, al tempo stesso, più feconda, quella del servizio alla musica. Una dedizione sorretta da rigore, sensibilità e visione, che lo ha reso non soltanto un apprezzato professionista, ma una presenza autorevole e generosa, capace di accendere negli altri il desiderio della conoscenza e il senso profondo della bellezza. Con lui l’arte non rischia di essere relegata a semplice intrattenimento in quanto il suo operato si distingue per ampiezza di orizzonti e per una rara tensione ideale. Con discrezione e lungimiranza, egli continua a edificare un futuro nel quale la musica torna ad essere linguaggio dell’anima, strumento di crescita e luogo d’incontro fra le persone. Perché i veri maestri non sono coloro che cercano la gloria per se stessi, ma coloro che, attraverso la propria opera, riescono a lasciare dietro di sé una scia di armonia, di pensiero e di umanità. E Andrea Furlan, con la sobrietà dei grandi e la nobiltà degli spiriti autentici, appartiene senza dubbio a questa preziosa categoria.
Ha iniziato a studiare pianoforte a sei anni. Se dovesse tornare a quel bambino, quale pensa sarebbe stato il vero momento in cui ha capito che la musica non sarebbe stata soltanto una disciplina da studiare, ma un modo di stare nel mondo?
“Posso dire che la musica ha abitato i miei desideri fin dalla più tenera età. In verità, non c’è stato un istante preciso, una sorta di folgorazione improvvisa, in cui abbia compreso che quella sarebbe stata la mia vocazione. È stato piuttosto un richiamo silenzioso e costante, una presenza naturale che mi ha accompagnato nella crescita. Conservo però un ricordo particolarmente vivido. Frequentavo la seconda elementare e, durante una lezione di lingua e letteratura croata, ci venne chiesto di scrivere un tema immaginando il nostro futuro. Senza esitazione, misi nero su bianco il desiderio di dedicare la mia vita al pianoforte, arrivando persino a immaginare le città in cui un giorno avrei voluto esibirmi. A distanza di anni, ripensando a quelle righe ingenue e sincere, mi piace credere che, forse, il destino avesse già iniziato a sussurrarmi la sua direzione”.
Tra Verteneglio, Pola, Trieste, il Conservatorio, il clavicembalo, il pianoforte solistico e il lavoro di maestro collaboratore, il suo percorso sembra aver evitato una sola definizione. Ha mai sentito il bisogno di scegliere una sola strada o ha capito presto che la sua identità musicale sarebbe nata proprio dall’unione di mondi diversi?
“Ho sempre concepito la musica come un universo da esplorare nella sua interezza, senza circoscriverla a un unico ambito espressivo. Ho avuto la fortuna di compiere un percorso formativo che, tanto al Liceo quanto al Conservatorio, mi ha offerto una visione ampia e articolata, permettendomi di attraversare realtà differenti e complementari. Con naturalezza si passava dall’interpretazione solistica alla musica da camera, dall’arte dell’accompagnamento allo studio di strumenti e repertori storici, aprendomi prospettive che altrimenti sarebbero probabilmente rimaste inesplorate. Proprio questa pluralità di esperienze ha contribuito a plasmare la mia identità artistica, insegnandomi che la ricchezza della musica risiede nella sua straordinaria capacità di manifestarsi sotto forme diverse, tutte ugualmente preziose. Più che scegliere una sola direzione, ho sempre sentito il desiderio di accogliere questa molteplicità come una risorsa e una continua occasione di crescita, nella convinzione che una formazione autentica debba nutrirsi di curiosità, apertura e costante ricerca”.
Un contributo alla società
Ha collezionato premi, concerti internazionali, produzioni operistiche e ruoli di grande responsabilità. C’è stata un’esperienza in cui ha percepito che il successo artistico non coincide necessariamente con il momento di maggiore crescita personale?
“Nel corso degli anni ho compreso che la realizzazione artistica e la maturazione umana non procedono necessariamente di pari passo. I concerti più prestigiosi e i riconoscimenti ricevuti hanno rappresentato, senza dubbio, momenti di grande soddisfazione, ma le esperienze che hanno inciso più profondamente sulla mia persona sono state quelle che mi hanno spinto oltre i confini della consuetudine, obbligandomi a confrontarmi con nuove sfide e con responsabilità sempre più ampie. Dare vita a iniziative culturali, assumere incarichi organizzativi e dedicare tempo ed energie alle nuove generazioni mi ha insegnato che la crescita più autentica si compie spesso lontano dai riflettori. Se il palcoscenico è il luogo in cui si manifesta il risultato di un lungo percorso, è nel lavoro silenzioso e quotidiano, lontano dagli applausi, che si forgiano la consapevolezza, la sensibilità e il senso più profondo del proprio operare. Con il tempo ho imparato a riconoscere che il vero compimento non risiede tanto nei traguardi conquistati a titolo personale, quanto nella capacità di generare valore, opportunità e ispirazione per gli altri. In fondo, ciò che rimane davvero non è ciò che si accumula per sé, ma ciò che si riesce a seminare e a rendere possibile per chi ci circonda”.
Lavorare al “Teatro Verdi” come maestro di palcoscenico, di sala e delle luci significa spesso rendere possibile il lavoro degli altri senza essere al centro della scena. Cosa le ha insegnato questa dimensione “invisibile” del fare musica sul valore dell’ascolto e della responsabilità?
“Umiltà e rispetto. L’esperienza in un contesto professionale di questo tipo mi ha insegnato, nel tempo, a dare sempre maggiore valore non soltanto alla dimensione meramente artistica, ma soprattutto a quella profondamente umana delle persone. Sul palco ho visto salire artisti di grande fama e straordinaria bravura e, al tempo stesso, ho avuto modo di scoprire come, molto spesso, quelle stesse figure fossero persone semplici, autentiche, lontane da ogni costruzione artificiosa o da quelle caricature che talvolta si è portati a immaginare. Questo mi ha portato a maturare la convinzione che, prima ancora di salire su un palco, sia essenziale essere pienamente umani. In fondo siamo tutti uguali. L’atto di andare in scena davanti a un pubblico non ci eleva a esseri superiori, ma rappresenta semplicemente il dono di ciò che sappiamo fare, così come un falegname offre il proprio mobile o uno chef il proprio piatto. Inoltre, ho conosciuto anche ciò che potremmo definire il ‘lato nascosto’ di questo mondo, visibile soltanto a chi lo vive dall’interno, e da lì è cambiato profondamente il mio sguardo non solo sull’arte, ma sulla vita in generale. Ho compreso il valore dell’impegno, del tempo e del sacrificio di tutte quelle persone che lavorano quotidianamente, spesso anche in giorni che per altri sono festivi o di riposo, restando comunque presenti, operative, dedite al proprio dovere. Persone che meritano rispetto, e, quando possibile, anche gratitudine”.
Disciplina, serietà e responsabilità
Insegna pianoforte in diverse scuole dell’Istria. Quando incontra un allievo giovane, sente di trasmettere soprattutto una competenza musicale o pensa che il suo compito sia anche aiutare qualcuno a costruire il proprio modo di sentire e interpretare il mondo?
“Prima ancora di trasmettere una nozione musicale, sento il desiderio di offrire agli allievi un insegnamento che possa accompagnarli anche al di fuori della musica stessa, nella loro crescita personale e nel loro futuro. Ritengo che la tecnica, pur essendo fondamentale, non sia mai un fine, bensì uno strumento attraverso cui dare forma a un sogno, a un’aspirazione autentica di fare musica. Prima ancora della tecnica, tuttavia, ciò che vorrei realmente riuscire a trasmettere agli studenti è il metodo. Disciplina, serietà e responsabilità rappresentano, a mio avviso, le tre fondamenta imprescindibili non solo nello studio di uno strumento, ma più in generale nell’approccio alla vita. La disciplina è ciò che consente di rendere lo studio efficace e costante, trasformando il tempo in progresso concreto. La serietà è necessaria perché, pur essendo la musica un’arte che genera gioia e condivisione, il suo raggiungimento richiede rispetto, dedizione e consapevolezza del suo valore. Infine, la responsabilità, perché, in ultima analisi, è sempre l’individuo a salire sul palco, a esporsi, a mettere in gioco il proprio percorso e il proprio lavoro, assumendosi pienamente il risultato di ciò che ha costruito”.
Nel suo ruolo all’interno del CSMC “Luigi Dallapiccola”, come vive il rapporto tra tradizione e innovazione? In che modo si può insegnare il repertorio classico senza trasformarlo in qualcosa di distante dalla sensibilità dei ragazzi di oggi?
“C’è sempre, nello studio e nell’evoluzione musicale, una continua mediazione tra tradizione e innovazione. La regola fondamentale che cerco di trasmettere fin dall’inizio è che, se si desidera affrontare un linguaggio più ‘moderno’, è indispensabile costruire solide fondamenta che affondano le radici in una sorta di ‘modernità antica’, ovvero in ciò che è già stato elaborato e codificato nel tempo. Così come in matematica si parte dall’aritmetica per poi giungere progressivamente all’algebra, allo stesso modo nello studio di uno strumento è necessario attraversare un percorso che parte dal linguaggio più classico, per poter poi approdare a una reale libertà espressiva. La libertà, infatti, non è mai immediata, è sempre il risultato di una disciplina acquisita. Ho riscontrato, nel tempo, che i giovani studenti, anche quando molto giovani, sono perfettamente in grado di comprendere questo concetto, se viene loro comunicato con chiarezza e nel modo adeguato. E, al contrario di quanto spesso si è portati a pensare con superficialità, i ragazzi di oggi non sono affatto privi di attenzione o capacità di ragionamento. Se trattati con rispetto e considerazione, dimostrano grande lucidità, sensibilità e una notevole capacità di assimilare insegnamenti anche complessi”.
Dirigere cori nelle Comunità degli Italiani significa lavorare con persone che spesso cantano anche per appartenenza culturale e memoria condivisa. In quei momenti si sente più musicista, educatore o custode di un patrimonio umano?
“Devo ammettere che, in molte occasioni, lavorando con persone che condividono lo stesso desiderio profondo, fare musica perché nasce da un’esigenza autentica, da un impulso interiore irrinunciabile, l’esperienza si rivela persino più gratificante del suonare un concerto. In quei momenti, osservare la gioia negli occhi degli altri, consapevoli di aver contribuito a offrire loro uno strumento attraverso cui potersi esprimere, diventa qualcosa di difficilmente descrivibile e ancor più difficile da eguagliare. È una forma di soddisfazione silenziosa, ma profondamente significativa. Non mi riconosco, in fondo, in nessuna delle definizioni tradizionali di ‘protagonista’ di questa esperienza. Mi considero piuttosto una figura di servizio, quasi un ‘meccanico’ dell’arte, colui che interviene, regola, aggiusta e permette alla macchina di continuare a funzionare, affinché altri possano esprimere pienamente la propria voce musicale”.
Creare per i posteri
Con la “Gramophone” non ha scelto soltanto di organizzare concerti, ma di immaginare una stagione musicale per il territorio del Buiese e dell’Istria. Quale bisogno profondo ha sentito che ancora non ha trovato risposta e che le ha fatto dire “adesso dobbiamo creare qualcosa di nostro”?
“Ci sono stati due momenti decisivi. Il primo è stato l’incontro con una frase che mi è rimasta addosso come una ferita: ‘Questo tipo di eventi non interessa a nessuno’. Dopo anni di studio e di dedizione, quelle parole hanno avuto l’effetto di mettere in discussione tutto, quasi a suggerire che il percorso compiuto, il tempo investito e il lavoro svolto fossero privi di senso. È stato un colpo profondo, perché ha toccato non soltanto l’impegno personale, ma anche l’idea stessa che la musica e la cultura possano avere un valore condiviso. Il secondo momento è nato invece da una conversazione informale con i due co-fondatori dell’associazione. Tra un bicchiere e l’altro, parlavamo di idee, di possibilità, di come poter arricchire il nostro territorio. In quel contesto, l’ipotesi di dare vita a un’associazione ha preso forma, fino a quando una frase mi ha colpito in modo particolare: ‘Se non ci provi, non puoi sapere se funziona’. È stata una sorta di rivelazione, la conferma che fosse arrivato il momento di esporsi, di rompere un circolo di rinuncia e di attesa, e di provare a costruire qualcosa che potesse restare anche oltre di noi. Qualcosa che, nel tempo, potesse diventare parte della memoria e della storia del territorio a cui apparteniamo”.
Oltre alle sale gremite che questi concerti riempiono, uno degli aspetti più interessanti della “Gramophone” è l’attenzione alle scuole della minoranza italiana. Secondo lei quale ruolo può avere oggi la musica nel far sentire una comunità non soltanto conservata, ma viva e capace di generare futuro?
“Credo che la musica possieda la straordinaria capacità di trasformare l’identità culturale, sottraendola alla dimensione della sola memoria per restituirla come esperienza viva, concreta e condivisa. Per una minoranza linguistica questo aspetto assume un valore ancora più essenziale. Non è sufficiente preservare una lingua o custodire una tradizione come patrimonio statico, ma diventa necessario creare spazi e occasioni affinché le nuove generazioni possano viverla, reinterpretarla e farla propria, integrandola nel proprio presente. Attraverso la musica, la CNI non si limita a rivolgere lo sguardo al passato, ma costruisce attivamente il proprio futuro. È proprio in questo passaggio, dal ricordo alla creazione, dalla conservazione alla trasformazione, che si manifesta il senso più profondo dell’accesso alla cultura, quello di rendere una comunità viva, dinamica, capace di rinnovarsi e di essere protagonista consapevole del proprio tempo”.
Se ci incontrassimo di nuovo tra dieci anni e dovesse raccontarmi non il prossimo traguardo, ma il segno che vorrebbe lasciare attraverso il suo lavoro, cosa spera che potrebbe dire di aver costruito?
“Se tra dieci anni sarò ancora attivo in questo percorso, non credo che il risultato di cui potrei sentirmi maggiormente orgoglioso sarebbe l’aggiunta di un nuovo titolo al curriculum o il conseguimento di un ulteriore successo personale. Al contrario, ciò che più mi piacerebbe poter affermare è di aver contribuito, anche solo in parte, alla costruzione di un contesto in cui i giovani possano tornare a vivere l’arte come dimensione naturale e integrante della propria quotidianità. Oggi assistiamo spesso a nuove generazioni immerse in un flusso ininterrotto di contenuti da consumare, rapido, frammentato e continuamente sostitutivo. Il mio auspicio più profondo è che sempre più ragazzi scelgano, invece, di creare, di suonare, dipingere, scrivere, recitare, progettare, immaginare. Non necessariamente con l’obiettivo di trasformare queste pratiche in una professione, ma perché l’arte, in ogni sua forma, è uno strumento fondamentale per sviluppare sensibilità, spirito critico, creatività e capacità autentica di relazione con gli altri. Attraverso il mio lavoro, spero di aver contribuito a generare occasioni concrete di incontro tra i giovani e la cultura, contribuendo ad abbattere progressivamente l’idea, ancora troppo diffusa, che l’arte sia qualcosa di distante, elitario o riservato a pochi. Vorrei che un ragazzo o una ragazza potessero entrare in un teatro, in una sala da concerto o in uno spazio espositivo e sentirsi pienamente a proprio agio, riconoscendo quei luoghi non come ambienti estranei, ma come spazi vivi in cui potersi esprimere, riconoscere e crescere. Se tra dieci anni potessi osservare una partecipazione più ampia dei giovani alla vita culturale delle nostre comunità, una maggiore collaborazione tra istituzioni scolastiche e artisti, la nascita di progetti capaci di mettere in dialogo generazioni diverse e un numero crescente di persone orientate non soltanto al consumo, ma alla creazione, allora avrei la sensazione profonda di aver lasciato un segno autentico. In fondo, il lascito più significativo non è mai ciò che si costruisce esclusivamente per se stessi, ma ciò che si contribuisce a rendere possibile per chi verrà dopo di noi. Se potrò dire di aver acceso anche soltanto qualche scintilla di curiosità, di passione e di amore per l’arte nelle nuove generazioni, allora potrò considerare pienamente raggiunto il mio obiettivo più alto e più vero”.
Andrea Furlan rappresenta quindi una luminosa eccezione, una personalità che ha fatto della dedizione, della competenza e della sensibilità i cardini di una visione capace di guardare oltre il presente. La sua opera, nutrita da una passione mai venuta meno e da una concezione profondamente umanistica dell’arte, continua a generare occasioni d’incontro, a coltivare talenti e a restituire centralità a quei valori che rendono una comunità realmente viva e consapevole. Perché le note si dissolvono nell’aria, gli applausi appartengono all’istante, ma ciò che nasce dall’intelligenza, dalla generosità e dall’amore per il bello, rimane nel tempo, trasformandosi in memoria, eredità e futuro.
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