Ervin Dubrović: «Non ho rimpianti e sono felice dei risultati conseguiti»

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Ervin Dubrović: «Non ho rimpianti e sono felice dei risultati conseguiti»
Ervin Dubrović. Foto: Roni Brmalj

Per molti è stata una sorpresa la notizia che il direttore del Museo civico di Fiume, Ervin Dubrović, si sarebbe ritirato in pensione tra qualche mese, in quanto nel corso degli anni è diventato pressoché una figura imprescindibile nel mondo culturale del capoluogo quarnerino, sia come direttore di un’istituzione di rilievo come il Museo civico, sia come storico dell’arte e autore di importanti testi e libri. Durante la sua lunga carriera a capo dell’ente museale cittadino, Dubrović è stato testimone di numerosi cambiamenti e fautore della crescita e dello sviluppo dell’istituzione in tutti i sensi. Con il suo fare pacato e bonario, nel corso degli anni è riuscito a raggiungere degli importanti traguardi e a rimodellare il panorama culturale di Fiume, nonché ad ampliare fisicamente l’istituzione che oggi si articola in diverse sedi. Nel rapporto con i giornalisti si è dimostrato sempre disponibile e aperto, comunicativo e cordiale e non ha deluso nemmeno questa volta, quando lo abbiamo interpellato per un colloquio a tutto campo.
Iniziamo dalla fine. Di che cosa si occuperà una volta in pensione?
“Rimarrò a capo del Museo fino a febbraio e nel frattempo verrà bandito un concorso pubblico con il quale verrà individuato un nuovo direttore, o direttrice. Una volta ritiratomi, avrò diversi progetti da realizzare: sto lavorando a una monografia per la Città di Abbazia, mi dedicherò ad alcune ricerche per la Città di Castua, sto preparando un libro sulla pittura a Fiume nel periodo tra il 1890 e il 1940, che dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno prossimo, ho concordato la traduzione dei miei testi in italiano e un altro libro in italiano, che pure dovrebbe essere concluso entro la fine del 2023. È chiaro, quindi, che avrò molto da fare, anche più di quanto sia fisicamente possibile realizzare, per cui prevedo che in certi momenti sarò anche stressato. Inoltre, nella sfera privata, sto costruendo una casa e mi preparo ad acquistare una barca. Per rilassarmi, andrò a passeggiare e trascorrerò un po’ di tempo anche sul mare. Occasionalmente, intendo visitare i miei colleghi al Museo, se avranno voglia di vedermi; manterrò i contatti con circoli e persone che ritengo interessanti e qui mi riferisco agli artisti e ai proprietari di gallerie”.
Come si rilassa nei momenti in cui non lavora?
“Dormo, o mi appisolo sulla poltrona in salotto. Mi piace fare delle gite, passeggiare e viaggiare. Non mi occupo di nessun hobby particolare”.
Tecnico edile e caporedattore
Gettando uno sguardo all’indietro nel tempo, quali sono i progetti realizzati dei quali va particolarmente fiero?
“Sono felice di poter dire che non ho rimpianti e che sono soddisfatto dei risultati conseguiti. Sono orgoglioso di aver fatto qualcosa in quasi 26 anni di lavoro in questo Museo, di aver vissuto bene e di aver visto crescere questo Museo. L’obiettivo che mi ero posto è visibile e viene anche riconosciuto dai nostri colleghi. Qui faccio riferimento alla candidatura al Premio del Museo europeo dell’anno (EMYA), che è davvero molto importante per noi.
Svolsi diversi lavori prima di approdare in quest’istituzione. Lavorai come tecnico edile in un cantiere edile prima di andare a Zagabria a studiare storia dell’arte e letteratura comparata. Dopo la laurea, lavorai nell’azienda di assicurazioni Triglav come agente assicurativo, dopodiché trovai un impiego nell’allora Biblioteca scientifica, oggi Biblioteca universitaria dell’Ateneo di Fiume. Successivamente fui caporedattore del settimanale aziendale del ‘3. maj’ e in seguito redattore delle pubblicazioni del Teatro Nazionale Croato ‘Ivan de Zajc’. Non mi piaceva, però, essere al servizio dei dirigenti, ho sempre preferito trovarmi in prima linea, gestire le cose e assumermi le mie responsabilità. Approdai al Museo civico nel 1997, dopo essermi candidato al concorso pubblico. All’epoca, il personale del Museo era un po’ stanco della situazione, in quanto i tempi non erano favorevoli per coloro che avevano lavorato nell’ex Museo della Rivoluzione (ribattezzato in Museo civico nel 1994, nda) e i nazionalismi diventavano sempre più pronunciati. A quei tempi si parlava addirittura di sopprimere il Museo civico.
Iniziai a lavorare al Museo con grande energia, voglia di fare e un forte desiderio di cambiare le cose. Ero giunto al Museo senza fardelli ideologici, la politica e gli schieramenti non mi interessavano, la mia famiglia non era legata ad alcun regime e in questo senso ero svincolato da alcun legame di questo tipo. Ciò che mi interessava era dare vita a un museo nuovo e avevo un ottimo team con il quale realizzarlo”.
​​Vivo interesse per i temi locali
“Il nostro obiettivo era realizzare un allestimento permanente, che è la ragione di essere di ciascun ente museale. Anzi, anche quando un allestimento permanente esiste già, si lavora sempre a rinnovarlo, ridefinirlo, migliorarlo. Allo scopo di realizzarlo, avevamo iniziato a raccogliere oggetti da inserire nelle nostre collezioni e ci eravamo dedicati con grande slancio alla ricerca sulla storia fiumana. Ritenevo che all’epoca la storia di Fiume fosse troppo impregnata di ideologia ed era incentrata soprattutto sulla Lotta Popolare di Liberazione e sul movimento operaio. C’erano in passato alcuni storici che si erano occupati dell’economia di Fiume, ma c’erano ancora tante cose da scoprire e studiare in questo campo. Inoltre, c’erano argomenti che non erano graditi né agli italiani, né ai croati, legati all’Impero austro-ungarico, temi di rilevanza internazionale come quello dell’Accademia navale, dove sono state svolte delle importanti ricerche scientifiche, tra cui la rottura del muro del suono e via dicendo. All’epoca, nessuno era interessato a questi argomenti, mentre io ritenevo che meritassero la nostra attenzione. Mi interessavano la storia di Fiume legata all’Europa e i temi locali. I temi nazionali non mi hanno mai interessato perché ritenevo che fossero materia di ricerca di musei, appunto, nazionali. Noi siamo un museo cittadino. Inoltre, sono molto orgoglioso di essere nato a Fiume”.

Foto: Roni Brmalj

Collaborazione con gli esuli
Quali sono i progetti più rilevanti realizzati in seno al Museo civico?
“Una delle prime mostre più ambiziose era legata alla cinematografia a Fiume. Un’altra ha elaborato il tema del porto di Fiume. Si tratta di argomenti per i quali avevamo collaborato con numerosi studiosi, anche internazionali. Fin dall’inizio, in questi progetti era inclusa la Società di Studi fiumani di Roma, in quanto tenevo molto alla collaborazione con quest’istituzione. Direi che ero uno dei pochi rappresentanti delle istituzioni di Fiume interessato a collaborare con gli esuli: ero sempre convinto che essi siano gli esponenti dei veri fiumani. Ritenevo che fosse importante riallacciare i rapporti e superare i traumi del passato, che comunque non possiamo cambiare. È necessario osservare i fatti storici spassionatamente.
Per quanto riguarda la cinematografia a Fiume, questo non è un tema molto ampio, ma ci ha permesso comunque di scoprire i nomi di registi e tecnici delle riprese locali che giravano documentari decenni fa. Era interessante presentare la storia dei cinema cittadini e del repertorio che proponevano. A quei tempi, la cultura di andare al cinema era molto diffusa e ogni uscita era una festa. Ricordo ancora le file lunghissime davanti all’allora Cinema Partizan (in seguito Teatro Fenice, nda) di quando ero bambino. Nell’ambito della mostra avevamo presentato anche una serie di filmati e documentari realizzati a Fiume.
Un tema molto più grande è stato il porto di Fiume. Quando questo tema viene elaborato dagli economisti, otteniamo soltanto dati crudi e un linguaggio secco. Per questo motivo, ci siamo approcciati a questo tema dalla prospettiva sociale, parlando dello sviluppo del porto, della sua edificazione, in quanto esso è stato ed è un segmento importantissimo della crescita della città. A questo progetto abbiamo lavorato diversi anni, ma all’epoca si disponeva di più fondi ed era più facile portare avanti il lavoro. Inoltre, era possibile sviluppare un progetto anche in una direzione diversa da come era pianificato inizialmente. Non ho mai avuto problemi per questo perché ritenevo di fare un buon lavoro.
La mostra sul porto di Fiume, che avevamo realizzato intorno al 2000, era stata accolta pressoché come un evento sensazionale. Avevamo ingaggiato un designer per l’allestimento – è iniziata in quell’occasione la nostra collaborazione con Klaudio Cetina – e avevamo realizzato una ricca monografia. A quell’epoca, nei Musei non era una pratica diffusa stampare cataloghi e monografie. Durante il lavoro alla mostra, i miei colleghi ed io svolgemmo delle ricerche approfondite negli archivi, al fine di realizzare un allestimento serio e documentato. Il mio intento era, infatti, elevare lo standard professionale all’interno del Museo e credo di esserci riuscito. Di conseguenza, questi criteri sono stati adottati anche dagli altri musei a Fiume. Ritengo, infatti, che come enti pubblici abbiamo un obbligo verso i contribuenti che ci finanziano e verso il fondatore a realizzare dei progetti di qualità.
Mi sembra, però, che all’epoca fosse più facile raggiungere il pubblico che oggi. Ho l’impressione che in passato i cittadini visitassero più spesso i musei e le gallerie. Oggigiorno, dopo la pandemia e con la possibilità di visitare un allestimento online, il pubblico si è ridotto. Un discorso simile si può applicare anche al cinema, che soffre con l’avvento dei servizi di streaming.
All’epoca in cui assunsi la carica di direttore del Museo, le mostre non venivano allestite in collaborazione con i designer e si ricorreva a dei semplici pannelli che venivano poi riutilizzati per un’altra mostra. Inoltre, non si usava verniciare le pareti al fine di rendere visivamente più attraente l’allestimento. Essendo di professione storico dell’arte, ritenevo che fosse importante curare anche la parte visiva dell’allestimento e che per fare ciò fosse importante realizzare ogni volta un percorso espositivo particolare. È soltanto così che un’esposizione diventa interessante e divertente, non soltanto educativa. I visitatori delle mostre devono essere invogliati a pagare il biglietto per vedere un allestimento.
Per me era importante avere una comunicazione con il pubblico, notare come ciò che abbiamo esposto suscitava l’interesse delle persone e le entusiasmava.
Una delle esposizioni più complesse e rilevanti che abbiamo realizzato nel Museo è stata senza dubbio la mostra ‘Emigranti’, che ha raccontato il periodo dell’emigrazione di massa dall’Europa centrale verso gli Stati Uniti attraverso il porto di Fiume. Ricordo che per molti visitatori si è trattato di una mostra emozionante e non di rado accadeva che qualcuno iniziasse a piangere visitandola, sopraffatto dai ricordi di famiglia”.
I temi che affrontate sono sempre in un certo senso attuali…
“Quando avevamo iniziato a lavorarci, ero un po’ preoccupato come fare con i dati statistici legati all’emigrazione. Non volevo basare tutto su questo aspetto perché è troppo tedioso. Volevo creare una storia intrigante che fosse al contempo realizzata con serietà e con un approccio scientifico. Ciò che mi affascinava è il modo straordinario in cui tutto era organizzato. Infatti, bisogna sapere che sono state decine di milioni le persone che dall’Europa sono state trasportate in America. Mai prima nella storia è stato possibile realizzare una cosa del genere. Questa mostra ha avuto molto successo ed è stata allestita anche negli Stati Uniti, a Ellis Island, che era il principale punto d’ingresso degli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti. È stata inoltre insignita del premio annuale dell’Associazione nazionale dei musei.
Un altro progetto che ritengo sia stato fatto molto bene era la mostra ‘Čarobna igla’ (L’ago magico), che comprendeva una serie di antichi giradischi e raccontava la scena musicale e radiofonica del XX secolo a Fiume. Negli anni Cinquanta e Sessanta erano molto popolari le canzoni che si potevano sentire alla radio e che erano spesso delle cover di brani del Festival di Sanremo e altri. Radio Fiume, tra il 1955-56, incise una cinquantina di canzoni che venivano trasmesse in continuazione in tutta l’ex Jugoslavia ed erano dei veri successi. L’idea era di partire da Radio Fiume e sviluppare un’interessante storia, menzionando i personaggi che all’epoca erano molto popolari, come Ivo Robić, Bruno Petrali, Duo sa Kvarnera, Trio Tividi, Zvonimir Krkljuš e altri”.
La storia di un’istituzione complessa
Nella realizzazione di tutti questi progetti può contare su un personale molto competente e professionale…
“Si tratta di un team giovane che ho selezionato con cura. Ritenevo importante che siano competenti e capaci di lavorare in squadra. Sono persone molto capaci e credo che porteranno bene avanti il lavoro al Museo una volta che mi sarò ritirato in pensione. Ad ogni modo, il lavoro all’interno dell’istituzione e le varie collezioni sono organizzati bene e ognuno sa ciò che deve fare anche meglio di me. Io, infatti, non ho mai lavorato come curatore, bensì come direttore e autore di mostre e ideatore di programmi. Va detto che i musei non sono soltanto mostre e collezioni, bensì sono degli enti il cui compito è quello di raccogliere oggetti che appartengono alla nostra storia e compongono il nostro patrimonio storico-culturale. Il nostro compito è raccogliere, fare ricerche, occuparci del restauro e infine esporre gli oggetti custoditi nelle nostre collezioni. Si tratta di un’istituzione complessa.
Ho avuto la fortuna di fare ciò che mi interessava e di sviluppare questo ente. In fin dei conti, sono riuscito a spuntarla e ad allargare il Museo insediandoci anche nel Palazzo dello Zucchero, il quale all’epoca era già nelle mani dell’Accademia di Arti applicate, ovvero dell’Università di Fiume.
All’inizio degli anni Duemila, quando la ‘Rikard Benčić’ vendette il complesso industriale alla Città di Fiume, si pensava che cosa fare con l’edificio. Non era ancora prevista una funzione pubblica del complesso Benčić, ma ad un certo punto si voleva costruire un albergo. Una delle idee era anche quella di stabilirvi la sede della Regione litoraneo-montana. Successivamente, il palazzo venne affidato all’Università. Io mi opposi fortemente a questa soluzione ed entrai anche in conflitto con l’allora sindaco Vojko Obersnel. Per fortuna, nel frattempo iniziarono le ricerche dei conservatori e vi entrarono i restauratori, anche se per molto tempo non si sapeva quale sarebbe stata la sua sorte. Nel momento in cui si iniziò a parlare di fondi e progetti europei, ai quali la Città si candidò, la mia idea venne accolta, in quanto era chiaro che in quel palazzo sarebbe potuto entrare soltanto un museo cittadino.
Abbastanza presto in questa storia, io assieme ai direttori del Museo di Arte moderna e contemporanea (MMSU, già Galleria moderna) e della Biblioteca civica eravamo d’accordo sul fatto che nel complesso Benčić avremmo voluto vedere contenuti culturali. Noi abbiamo voluto fin dall’inizio il palazzo. È importante dire che noi tre non eravamo rivali, avevamo trovato presto un accordo in questo contesto, ma la Città non dimostrava ancora interesse per le nostre richieste. Le cose cambiarono qualche anno dopo e il resto, come si usa dire, è storia”.
In quale fase è l’opera di restauro della nave Galeb?
“I lavori proseguono ed è stato completato il progetto dell’allestimento permanente. Quest’ultimo si è rivelato un po’ troppo costoso, per cui ora sono in corso delle trattative con la designer Nikolina Jelavić Mitrović per vedere in quale misura questo verrà realizzato”.
Incerto il futuro di alcuni progetti
Quale sarà la sorte del Cubetto?
“Il Cubetto dovrebbe continuare a essere un museo perché lo è sempre stato, anzi, è stato costruito proprio con questo intento. Inoltre, il Museo civico possiede un fondo molto ampio che ha bisogno di spazio e di condizioni adatte per essere conservato adeguatamente. Nel Palazzo non c’è spazio per organizzare mostre temporanee, per cui credo che il Cubetto dovrebbe rimanere uno spazio del Museo civico. Non mi sono note le intenzioni della Città in questo senso”.
Veniamo alla mostra “Il Klimt sconosciuto: amore, morte, estasi”. Anche questa è stata premiata quest’anno dall’Associazione nazionale dei musei. Che cosa accadrà con i dipinti? Saranno risistemati sul soffitto del Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc”?
“In questo momento mi sembra poco probabile che i dipinti vengano riportati al loro posto, in quanto soltanto le impalcature vengono a costare più di 100mila kune. Inoltre, il Teatro dovrebbe ottenere il permesso dei conservatori, i quali dicono che la cupola del Teatro perde acqua. È quindi difficile che le opere di Gustav ed Ernst Klimt e Franz Matsch vengano risistemate al loro posto in un prossimo futuro”.
Dal 2016, in uno dei magazzini della Ferrovia in piazza Žabica è allestita la mostra di siluri “Primi nel mondo”, ma in quello spazio sorgerà tra qualche anno la nuova Autostazione. Dove sposterete l’allestimento?
“Quello è un ambiente perfetto per la mostra, ma dovremo uscire da quegli spazi entro il 31 gennaio 2023. Noi vorremmo parlare con il proprietario del lotto di terreno sul quale sorgono i magazzini per vedere se questo allestimento possa essere incluso nella futura Autostazione. In fin dei conti, il siluro è uno dei simboli di Fiume. Ad ogni modo, sono molto amareggiato per il fatto che gran parte dei magazzini in questione verrà demolita e mi chiedo dove siano i conservatori e perché non reagiscono”.
È soddisfatto del numero di visitatori del Museo?
“Purtroppo, devo dire di no. Questo è un aspetto del nostro lavoro che non siamo riusciti a risolvere. Avremmo bisogno di ancora una persona che si occupasse esclusivamente di promozione e di pubblicità del Museo civico”.
Siamo in un periodo festivo, per cui è quasi d’obbligo chiederle come trascorre le feste natalizie?
“In genere mi piacciono le feste e così anche la festa di Natale. Anche se non posso dire di essere credente, la mia tradizione è cattolica. Festeggio il Natale con la mia famiglia e con gli amici. Mi piace il periodo festivo perché trascorro più tempo in compagnia, anche con persone che non vedo spesso, e con mia moglie, con i figli e con mia madre. In questo periodo amo visitare i mercatini di Natale a Vienna e a Zagabria, si tratta di un rituale che mi rende felice e a cui tengo molto”.

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