Viribus Unitis Riemergono i reperti rinvenuti sul fondale

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A metà porto tra Vergarolla e l’isola di Santa Caterina, la storia riaffiora in superficie, pezzo per pezzo, fino a ricostruire la memoria sull’antico affondamento che costà la vita a oltre 300 uomini di mare. Esattamente a cent’anni della triste fine della SMS dreadnought Viribus Unitis, la famosa corazzata dell’Imperiale e Regia Marina austro-ungarica, nave ammiraglia e fiore all’occhiello della flotta, il Museo storico e navale dell’Istria ha compiuto un’intrigante operazione di recupero: una presentazione delle campagne di ricerca subacquea nell’insenatura portuale di Pola, comprensiva di un’esposizione in anteprima dei reperti rinvenuti sul fondale da parte dell’archeologo e conservatore Kruno Zubčić, operante presso il Dipartimento di archeologia subacquea dell’Istituto nazionale alla conservazione.

La storia

Sono stati lasciati osservare sottovetro i resti di un inventario minuto trovato nell’ambito di più campagne di scandagliamento dei fondali, dalle prime ricognizioni meno impegnative risalenti al 2011-2012 a quelle più sistematiche del 2014-2015, fino a un’ultima perlustrazione sottomarina compiuta a 32 metri di profondità su commissione dei conservatori alla vigilia del centenario dell’affondamento. La tragedia era avvenuta nella notte tra il 31 ottobre e il 1.mo novembre del 1918, mentre era imminente la fine della Prima guerra mondiale, quando da giorni le autorità militari austro-ungariche erano pronte a negoziare l’armistizio. Il fatto viene ricordato come l’Impresa di Pola, compiuta mediante ardita incursione da parte degli ufficiali italiani Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci, che eludendo le difese portuali, entrarono nell’insenatura di Pola a bordo di una mignatta e applicarono una carica esplosiva sotto la carena della Viribus Unitis fino a farla esplodere. La breve carriera militare della corazzata, fabbricata allo Stabilimento Tecnico Triestino di Trieste nel 1911, finì a pezzi. E come sentito all’esposizione di ieri, il recupero della nave compiuto per sezioni fu immediato, ma parti del relitto sono rimaste inabissate.

La fortuna dei ricercatori

Sia l’esplosione che l’estrazione frammentaria del relitto, costituirebbero oggi la fortuna dei ricercatori, che a questo punto potrebbero contare sulla possibilità di rinvenire nel tempo un inventario di oggetti sparpagliati più consistente di quello individuato al largo di Premuda, dove giace affondata la corazzata gemella Szent István (Santo Stefano). In attesa di diventare un giorno oggetti da esposizione, i reperti recuperati con le campagne di ricerca finanziate dal Ministero della Cultura, sono già stati esibiti suscitando naturale curiosità. Lo studioso ricercatore Kruno Zubčić ha rilevato che la maggior parte dei rinvenimenti appartengono ai bagni e ai servizi igienico sanitari ubicati necessariamente vicino al vano caldaia, pieno di carbone e alla sala macchine. La corazzata poteva avere a bordo fino a 800-1.000 marinai, ergo più servizi del genere erano eccome indispensabili. Sottovetro, poi, diversi frammenti di ceramiche da bagno, dalla fattura elegante e piastrelle più grosse e grezze che ancora oggi sono visibili all’entrata dei palazzi d’epoca austriaca in città; quindi serrature in metallo di porte, armadi e cassetti da tavolo, un manometro
di vetro perfettamente intatto (apparecchio per misurare il livello del carburante fluido, tale e quale aquelli che si usano al giorno d’oggi); poi un pezzo di carburante, un altro di asbesto usato per isolare gli armamenti dal pericolo d’incendio, un pezzo di serramento, resti di calzature e cinture. Un coccio di piatto rinvenuto sul fondale sarebbe stato quasi proclamato austriaco, qualora l’ancora dipinta sulla ceramica non avesse recato il fascio littorio e confermato che la zona è inquinata da scarti appartenenti a epoche successive all’affondamento.

Un buon viatico per il futuro

Anche se sembra niente di eclatante, si tratta di un buon inizio per continuare, probabilmente nel 2019, con altre campagne di indagine sottomarina che potrebbero contribuire a creare la collezione “Viribus Unitis”. Come asserito dal ricercatore, oggi su terraferma della corazzata lunga 152 metri e
larga 27 non si troverebbe nulla che la prua e l’ancora conservate all’Arsenale di Venezia, mentre la boa alla quale era attraccata la nave da guerra è oggetto di restauro finanziato dall’Autorità portuale di Pola. Dunque, i primi e anche se pochi requisiti estratti con aspiratore dalla melma in fondo al mare nel XXI secolo, rappresentano qualcosa di unico e di autentico, che completa i sondaggi e le ricerche stratigrafiche tridimensionali compiute in zona portuale, con la collaborazione di imprese specializzate della Slovenia.

L’aiuto della tecnologia

Nel prossimo futuro, afferma Kruno Zubčić, l’impiego di tecnologie più avanzate renderà possibile un recupero più capillare di quanto rimasto in fondo al mare, dove il relitto si era conficcato sbandando di 180 gradi (identico grado d’inclinazione della gemella Santo Stefano). In ogni caso, canne di cannoni e di siluro si troveranno difficilmente, considerate le varie estrazioni compiute nel corso della storia (nel 1924, dall’ammiraglio Pepe, nel 1930 per ricavare materiale scultoreo, nel 1944 altro materiale in metallo). Già è straordinario il fatto di poter ammirare le immagini video subacquee su un relitto che conserva ancora tanti pezzi di storia nascosta e in attesa di riemergere.

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