Le fonti storiche attendibili non mentono: l’olio prodotto nell’Istria romana era talmente rinomato da essere apprezzato dal palato sopraffine dei ricchi… Epuloni e Trimalchioni dell’età romana, considerato secondo per qualità nell’Impero – parola di Plinio il Vecchio – prodotto di lusso ineguagliabile, esportato, sistematicamente e ovunque attraverso Aquileia (Italia settentrionale e Pannonia in primo luogo), da un’enorme rete di diffusione commerciale. Ma peccare di immodestia sarebbe controproducente. I più grandi complessi produttivi oleari conosciuti ai tempi più floridi di Roma, si trovavano nella provincia d’Africa e in Hispania. Inutile competere con quello ciclopico di Henchir el Begar in Tunisia o trarre paragoni con le grandi ville industriali della Betica in Andalusia, che nell’insieme funzionavano con differente modalità, sparsa sul territorio più allargato, producendo su scala veramente industriale per rifornire la capitale sul Tevere. Tuttavia, vi esiste un chiaro inserimento nel “catalogo” dei più grandi e importanti complessi di produzione attualmente noti nella parte europea dell’Impero romano, quello a più alta concentrazione di presse. A destare meritata attenzione, in detto caso, è l’antico torcularium di Barbariga, con i resti di ben dieci macine per la lavorazione delle olive, un esempio unico. Parola di archeologi, esperti presenti in questi giorni sul campo per completare l’ ennesima campagna di scavo. É la che sotto il sole cocente, l’odore della terra si fonde con la storia (bi)millenaria e che tra i filari dell’oliveto oggi comprendente 8mila alberi, il passato riemerge con la forza delle testimonianze di una produzione industriale antica.

Archeologia, natura e cultura
La modernità non cozza con l’archeologia, bensì amalgama natura e cultura, tornando a fornire una rinnovata occasione d’indagine nel sito che dopo quei primi scavi rudimentali, compiuti nel lontano 1953 da Stefan Mlakar, venne del tutto dimenticato. Un’ulteriore collezione di massicci “strumenti” in pietra di questa grande fabbrica di oro verde affiorano in superficie grazie a un ponte scientifico teso fino oltre l’Atlantico. A maggio 2026, infatti, si svolge la terza campagna di ricerche del sito archeologico di Barbariga, condotte congiuntamente da archeologi della Croazia e degli Stati Uniti. Dopo le indagini compiute nel 2024, tornano a scavare assieme l’Università Juraj Dobrila di Pola – Dipartimento di Archeologia ossia Centro per le Ricerche Archeologiche Interdisciplinari della Facoltà di Lettere e Filosofia e il Joukowsky Institute for Archaeology and the Ancient World della prestigiosa Brown University di Rhode Island (USA). Ieri, a mezzogiorno in punto hanno convocato la stampa per diffondere al pubblico informazioni fresche di scavo. Splendido (e estremamente afoso), il luogo di conferenza: nel bel mezzo dei resti archeologici del frantoio romano del I secolo, ubicati nel cuore dell’uliveto dell’azienda Terra Eno Olea, che testimonia una sorta di continuità secolare nella produzione di olio d’oliva in quest’area affacciata al mare.
Il finanziamento delle ricerche è garantito da diversi progetti di ricerca scientifica: Il paesaggio romano e le dinamiche di popolamento degli ager coloniali istriani (Fondazione croata per la scienza), The Economic Landscapes of Roman Istria (Loeb Classical Library Foundation, Rust Family Foundation), Il frantoio romano di Barbariga – presentazione e valorizzazione del sito archeologico (Città di Dignano); le indagini sono inoltre supportate dal sostegno logistico, dalle attrezzature e dalla manodopera forniti dall’azienda Terra Eno Olea. Parallelamente alle ricerche archeologiche, sono in corso interventi di conservazione e restauro dei resti architettonici della cisterna romana, finanziati dal Ministero croato della Cultura e dei Media.

Una fabbrica di anfore
Come riferito dal prof. Davor Bulić, sovrintendente della cattedra di archeologia dell’Ateneo polese e dalla prof.ssa Candace Rice del team statunitense da coordinatori della campagna, le ricerche di quest’anno si svolgono parzialmente su aree del sito già indagate a metà del XX secolo, al fine di produrre un’adeguata documentazione dei resti archeologici e di revisionare le conoscenze acquisite finora, con l’obiettivo di comprendere meglio la medotica locale del processo tecnologico di produzione dell’olio d’oliva in epoca romana. “Altre indagini, invece, – ha detto il prof.Bulić – si concentrano sulle zone del sito dove, nel 2024 e nel 2025, sono stati eseguiti sondaggi geofisici tramite georadar e magnetometro, che hanno indicato la presenza di strutture murarie archeologiche nascoste nel sottosuolo. Un tanto ha permesso di raccogliere indizi utili a identificare sezioni del complesso produttivo, probabilmente destinate alla produzione di anfore, i contenitori in cui l’olio d’oliva veniva confezionato prima di essere immesso sul mercato più ampio”. È questo il quadrante di terreno – indicato dall’esperta statunitense – che spicca tra le novità archeologiche e che rappresenta soltanto un pezzettino di un’estesa officina di anfore tipo Dressel 6B, come quelle di Fasana e di Loron (Parenzo). Poco s’hanno da invidiare gli studenti immersi nella polvere del terreno, ma la soddisfazione appaga ad ogni frammento di anfora e struttura architettonica, che esce allo scoperto e contribuisce alla ricostruzione dell’antica, enorme industria.

Un complesso da 10 torchi
Il sito di Barbariga colloca quest’oleificio nel gruppo dei rari impianti romani dotati di un potenziale produttivo eccezionalmente elevato. Perché? Lo ha rivelato Davor Bulić: “Gli oleifici romani di notevole capacità produttiva contengono solitamente tra le 4 e le 6 presse – da notare che una di queste bastava per coprire 6-7 ettari di coltivazione – mentre il frantoio di Barbariga, con i suoi 10 torchi, supera i parametri dei grandi impianti e si posiziona tra i complessi straordinariamente grandi, noti altrimenti solo nell’area dell’Africa romana, che però appartengono al II-III secolo”. Si apprende quindi che gli obiettivi di ricerca di quest’anno consistono nel definire le caratteristiche tipologiche delle presse in base al metodo di spremitura dei frutti, nel redigere la documentazione del sito in conformità con i moderni metodi di rilevamento dei siti archeologici e nello stabilire le caratteristiche contenutistiche e funzionali delle parti del sito, che non sono state oggetto di indagini precedenti. Nell’ambito dei progetti sopra menzionati, è stata assicurata la continuazione delle ricerche anche per il 2027. L’Università Juraj Dobrila di Pola, in collaborazione con organizzazioni partner della Croazia e dell’Italia e l’azienda Terra Eno Olea, ha candidato il progetto Interreg Adriatic Re(dis)covered: Revealing Archaeological Landscapes and Shared Heritage Through Cross-Border Cooperation. La sua promozione consentirebbe non solo il proseguimento delle ricerche archeologiche, ma anche una più adeguata presentazione e valorizzazione di questo e di altri siti archeologici selezionati in Istria. Ulteriore pubblicità all’olio istriano, che esce dai frantoi del XXI secolo sfruttando un appezzamento di 30 ettari, è stata ieri data da Marko Krstačić di Medea e da Edi Družetić responsabile della tecnologia di produzione di Terra Eno Olea. La storia continua…

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