Tutto il mondo sui banconi

Il Regolamento nazionale sugli standard commerciali, che obbliga alla corretta indicazione della provenienza di frutta e ortaggi, concede il lusso di leggere a grandi lettere che cosa compriamo e che cosa mangiamo a tavola. E così scopriamo anche l’aglio cinese e la cipollina turca

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Tutto il mondo sui banconi
Foto ARLETTA FONIO GRUBIŠA

Aglio cinese, pomodori marocchini, peperoni turchi e cipollina egiziana: tutti a tavola e buon appetito anche da noi, a Pola. Verdura e frutta sono fondamentali per una dieta sana. Lo dicono in coro tutti i nutrizionisti celebrando assieme le sostanze benefattrici (vitamine, minerali, fibre, antiossidanti…), senza entrare nel merito delle possibili aggiunte (funghicidi, insetticidi, pesticidi e diserbanti). Se l’Europa blocca i prodotti imbrattati di (linuron e paraquat) impolverature inserite nella lista delle sostanze tossiche, resta in auge un certa permissività nei confronti di certa roba meno dannosa (acetamprimid, boscalid, azoxystrobinam, fluopiran…). Non si sta proponendo un trattato di chimica, ma consultando la normativa del mercato UE che, in ogni caso, contiene più di una buona regola per tutelare la salute e l’ambiente. Pur non dichiarando del tutto innocenti i produttori locali e le derivazioni commercciali all’interno dell’UE, è ormai un segreto di Pulcinella che gli alimenti provenienti da Paesi terzi, siano soggetti a minori controlli e restrizioni da parte di coloro che li coltivano ed esportano. Gli economisti affermano che l’aumento delle importazioni di ortofrutta extra-UE (+12% nel 2024, per 3,5 miliardi di euro) rappresentino un grave danno per l’Europa, causato da perdite di produzione locale, concorrenza sleale e standard fitosanitari inferiori. Basta osservare i cartellini – con denominazione d’origine della merce – comparsi di recente sui banconi ortofrutticoli nei super ed ipermercati di Pola, per leggere con i propri occhi l’evidente fenomeno che sta mettendo a rischio i produttori locali e nazionali già colpiti e pone preoccupazioni per la sicurezza alimentare a causa di residui di pesticidi vietati in UE.

Asparagi dal Machu Picchu
L’unica grande soddisfazione per il consumatore è in questo momento quella di vedere finalmente scritta a grandi lettere l’esatta provenienza della merce e poter decidere cosa (non)comprare. Il Ministero croato dell’Agricoltura si è finalmente deciso di obbligare i commercianti a non barare, bensì di indicare l’origine dei prodotti garantendo trasparenza nei confronti dei clienti. Non è che l’informazione d’origine sia stata del tutto mancante, quanto ben volentieri microscopica, eclissata dietro a delle cassette e a dei contenitori magari sovraccarichi di merce a rischio di frana, tanto da rinunciare alla ricerca della minuscola etichetta. Il nuovo “Regolamento sugli standard commerciali” che obbliga alla corretta indicazione è entrato in vigore con il 1.mo gennaio 2026 e mette in “palio” multe che vanno fino a 6.630 euro, per coloro che non vi si attengono. Che fanno a Pola? Tanti si sono già messi eccome in riga, permettendoci il lusso di constatare degli sviluppi assai poco promettenti. Qualche esempio soltanto: la scomparsa di molte coltivazioni di patate e pomodori di ottima produzione croata, una certa assenza anomala di peperoni e lattuga locali, la scarsa (re)esistenza dei fagioli europei a quelli canadesi e americani, il colmo della comparsa di asparagi del Perù (Machu Picchu!), importati dall’Italia, viceversa imballati da una ditta croata di Zagabria e catapultati a Pola a costo esorbitante (5 euro per un paio di etti) e altre amenità. Confezionati o sfusi, sono offerte indecenti, per provenienza e costi, che danno almeno la soddisfazione di reagire e di dire “non compro per questione di principio”.

Quel misterioso «Prodotto UE»
In ancora troppi negozi però vige avanti il commercio “occulto”. Smistando scatoloni, osservando ben da vicino da tutte le angolature e cercando di non rovesciare quanto ammassato, capita anche di non trovare nemmeno il mini adesivo con esplicitata esattamente la filiera nelle sue fasi essenziali (produttori-confezionatori-distributori). Altri ancora credono di accontentare la clientela con l’informazione approssimativa del “prodotto UE” (ma non si sa se è Irlanda o Bulgaria). Chiaro è che, almeno per per ora, tanti stanno facendo di tutto per incorrere in violazioni normative. Piace in detto caso tifare per l’ispettorato affinché spinga i gestori ad acquistare il maxi pennarello marker con cui annotare a lettere cubitali non soltanto gli specchietti per le allodole – leggi annunci di sconto o svendita (semi)fasulla – ma anche il cibo made in Bangladesh. A tutti noi l’imbarazzo della scelta. Anche laddove non c’è alternativa alle arachidi latinoamericane. O così o dieta.

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