Toponomastica, così non va

Intervista a Bruno Cergnul, vicesindaco di Pola in quota Comunità Nazionale Italiana. Abbiamo parlato soprattutto di tematiche riguardanti il mondo minoritario quali il bilinguismo, ma anche di tasti dolenti come lo stabilimento balneare di Stoia

Bruno Cergnul nel suo ufficio a Palazzo municipale

Una delle (tante) sorprese elettorali scaturite dalle urne in occasione delle Amministrative di maggio è stata l’elezione del vicesindaco di Pola in quota CNI Bruno Cergnul. Indipendente, svincolato da ogni fedeltà ai partiti e alle istituzioni, in obbligo soltanto verso l’elettorato e l’ordinamento giuridico, il neoinsediato vicesindaco italiano di Pola ha assunto l’incarico per primo, il 21 maggio, prima ancora che il ballottaggio svelasse gli eletti per gli altri incarichi esecutivi. Bruno Cergnul si lascia intervistare volentieri nel suo ufficio a palazzo municipale che s’affaccia sul Tempio d’Augusto. Azzardiamo una battuta per rompere il ghiaccio: “Confessi che si è già pentito”. La risposta è negativa e non ammette possibilità di replica: “Niente affatto. Anzi, sono ancora più convinto di prima”. E allora cominciamo.

 

Quanti e quali sono i punti della sua piattaforma politica. Come si parte e dove vuole arrivare?

Il mio programma elettorale era stato articolato in 10 punti ma diciamo che due hanno più importanza relativa e hanno avuto più seguito: il bilinguismo visivo, quello percepibile nella quotidianità, e quindi l’italiano dello stradario, della segnaletica, la denominazione delle vie e delle piazze e poi un pesce grosso, il recupero dello stabilimento balneare di Stoia.

Traduzioni superficiali

Che cosa c’è che non va col bilinguismo visivo, con la toponomastica?

C’è che questa toponomastica non funziona. Alcune traduzioni sono semplicemente sbagliate, altre presentano errori di grammatica, di elementare ortografia. Ci sono persino delle ‘esse’ impure come in ‘via dei statuti vecchi’, oppure sostantivi maschili che seguono articoli femminili ecc. Poi c’è una questione che lascia molti connazionali perplessi: la targa croata s’affaccia sempre alla strada e alla piazza, al marciapiede, quella italiana è dietro e non si vede. Infatti mi stupisco se vedo il contrario e cioè che sia esposta soltanto la dicitura italiana. Ma questo non è un caso: mi giunge voce che c’è gente che per ripicca ruota il palo fino a quando non compare l’indicazione stradale italiana. Ma niente di tutto questo ha senso: la segnaletica va corretta e cambiata. L’assessorato all’Edilizia ha proposto tre soluzioni riparatorie, e a un certo punto dovremo sceglierne una: mettere le due targhe una sopra l’altra, una accanto all’altra a farfalla, oppure cambiare tutto e stampare le due diciture su un’unica insegna stradale bilingue. Ma questo è un processo di revisione complesso che richiederà il suo tempo e un certo impiego di denaro, per cui non sarà possibile cominciare subito né tantomeno finire in fretta. Si può partire con una via per volta, oppure con un rione alla volta, ma in ogni caso ci vorrà del tempo.

Stoia, un passo alla volta

Che ne sarà dello stabilimento balneare di Stoia?

Per Stoia ci vuole il permesso di costruzione e quindi un progetto che funzioni, poi si potrà scegliere di procedere a tappe, quali che siano, secondo le disponibilità economiche. La parte anteriore della costruzione è stata ricostruita affinché non crollasse, e va bene così, ma è stato soltanto il primo passo. È andata meno bene la ricostruzione del molo, perché presenta gravi difetti di edificazione che incidono sulla sicurezza dei bagnanti: non so per quale motivo i progettisti abbiano deciso di lasciare i pilastri del basamento sporgenti dai muri di una ventina di centimetri, ma resta il fatto che in caso di alta marea questi pilastri costituiscono un pericolo per chi si tuffa, anche senza mettere in conto i difetti del posizionamento delle scale e dei parapetti. Ma la sfida che dobbiamo appena affrontare sono le cabine. Una volta avuto il permesso di costruzione, si potrà scegliere un’ala di cabine per il recupero a tappe, perché sappiamo che sono cento, cento e rotte. Quelle che si aprono al mare, sono chiaramente le più esposte: in caso di forti mareggiate le onde coprono la spiaggia e arrivano a danneggiare le porte delle cabine anteriori che sono le prime sotto tiro. Hanno anche retto bene, se vogliamo essere sinceri, visto che hanno un secolo di vita. E bisogna dire che sono tutte occupate, nonostante il degrado: significa che c’è l’interesse e quindi la necessità di rimetterle a posto. Per quanto concerne invece la futura gestione, bisognerà mettere le carte in tavola e decidere, ma intanto è chiaro che non è fattibile appaltare tutto lo stabilimento a una singola gestione perché le attività sono diverse nella loro essenza e nelle loro prospettive di rendimento: il gelataio avrà meno spese e più ricavi del bar o del negozio, che a loro volta avranno meno spese e più ricavi di chi si occuperà di staccare i biglietti d’ingresso e di manutenzione. Ci vorrà un contratto per ciascuno, e se alcuni dovranno pagare l’affitto al Municipio che è padrone del bagno, altri avranno probabilmente il diritto a essere risarciti perché avranno spese effettivamente superiori ai ricavi. Per ora è la Pula Parking a riscuotere, e i prezzi sono simbolici. Per le moto, in estate non può valere lo stesso regime di circolazione praticato in inverno: ci sono questioni di sicurezza e quiete da garantire. Ad ogni modo non è possibile avere risultati soddisfacenti a breve scadenza. Su questioni come l’ordine e la pulizia si può incidere immediatamente, ma sulla conservazione dei beni culturali si fa un passo alla volta, anche perché i costi sono elevati.

Quali altre mansioni si è preso con l’assunzione del ruolo di vicesindaco?

Col sindaco Zoričić e la vicesindaco Močenić ci siamo divisi i campi di competenza per settori piuttosto ampiamente definiti: Ivona Močenić si occuperà di politiche sociali e sanitarie, di cultura e istruzione, mentre nella mia sfera d’interesse entrano l’impresa, le aziende municipalizzate, gli enti pubblici, e naturalmente la Comunità Nazionale Italiana e tutti gli altri gruppi etnici che a Pola sappiamo essere numerosi e vivaci.

Manca un po’ di connessione

Come intende occuparsi delle questioni minoritarie?

In stretta collaborazione con la Comunità degli Italiani di Pola e quelle dell’anello limitrofo, ma anche con tutte le istituzioni italiane di Pola e dell’Istria, in primo luogo con Jessica Acquavita, la vicepresidente della Regione eletta in quota CNI come me, poi con l’Unione Italiana, l’Università popolare di Trieste, il Consolato generale d’Italia. Se ci vedo bene, mi risulta che ci manca un po’ di connessione, legami più saldi se è possibile dirlo: va bene coltivare ognuno il proprio orticello, per carità, ma bisogna anche guardarsi intorno e cercare di capire quali sono le necessità dei connazionali non necessariamente inseriti nelle attività sociali e istituzionali. Mi spiego. Andando da casa in casa a raccogliere le firme d’appoggio alla mia candidatura ho visto di tutto: ho trovato gente che sta benissimo e gente che sta realmente male, non necessariamente dal punto di vista economico. Ho trovato anziani soli e senza figli, o, peggio, anziani soli con figli seriamente malati da accudire. Le loro esigenze sono ben altre. Gradirebbero anche soltanto una visita ogni tanto, una telefonata. Vorrei che si facesse qualcosa per questa gente, che si accertasse in primo luogo la loro presenza e poi che si facesse qualcosa anche solo per comunicargli che ci siamo anche per loro. Ma gli ostacoli burocratici sono di ferro: sto cercando di fare una lista aggiornata dei due, tremila connazionali di Pola per cominciare a visitarli, con l’aiuto dell’anagrafe, ma le leggi sulla privacy non lo consentono. Cioè lo consentono soltanto per scopi elettorali. Ma è assurdo.

Elenchi da aggiornare

Come due, tremila connazionali? Non erano il doppio i soci della Comunità degli Italiani?

Saranno anche il triplo, ma sono elenchi da correggere, da aggiornare, e poi preferisco dire quanti e quali siamo realmente piuttosto che costruire castelli in aria. La ricerca sul bilinguismo condotta da Loredana Bogliun, Andrea Debeljuh e Aleksandro Burra, su commissione del Consiglio della minoranza italiana autoctona della Regione istriana ha mostrato che l’uso della lingua italiana è in fase di regressione e a rischio estinzione. A Pola tra l’altro in picchiata libera. Ci sono, d’accordo, questioni su cui non è possibile intervenire, ma ve ne sono tantissime per cui è possibile fare tanto con poco. Mi spiego con un esempio banale finché si vuole ma sintomatico. Giorni fa anche Pola ha festeggiato la giornata internazionale della musica su iniziativa dell’associazione di categoria, l’HGU. Ci hanno presentato il volantino in croato e ho espresso il mio disappunto per lo smacco inferto al bilinguismo. Un paio di giorni dopo mi arrivano in posta elettronica le scuse degli organizzatori che ci fanno sapere che non esiste alcun problema a stampare i volantini bilingui, tanto è vero che così si fa da anni a Umago. Solo che a Pola nessuno lo aveva mai richiesto. Ecco, dunque, dove sta una parte del problema: in noi stessi. Bisogna chiedere, gentilmente, e ci sarà dato”.

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