Stanchi di spendere? Stufi di vedere il portafoglio svuotarsi in minuti mentre ci mette settimane a riempirsi? Pronti a fare la dieta dello shopping? Oh sì. A meno che… A meno di soccombere nuovamente al subdolo invito delle vetrine del centro storico o, peggio ancora, dei negozi stipati uno a fianco dell’altro nei centri commerciali delle periferie urbane. Siamo in gennaio, è tempo di saldi. Saldi di fine stagione, si capisce, quelli che in realtà servono uno scopo preciso: disfarsi dei fondi di magazzino per sgomberare la catena distributiva dalla merce in eccesso. E nell’industria della moda ultraveloce, diciamocelo, quasi tutta è merce in eccesso. Le stagioni non sono più stagioni, i cicli sono diventati settimanali e i saldi una categoria opinabile. È vero, le vendite in saldo “di fine stagione” sono disciplinate dalla legge e non possono chiamarsi tali che due volte l’anno. In inverno partono il 27 dicembre e non devono durare più di 60 giorni. Ma come intendere allora tutti quei mid-term sales o svendite di mezza stagione, e tutti quei black friday, black week, cyber mondays che si accavallano durante l’anno?
Caccia all’affare
Le percentuali dei ribassi non seguono un ordine preciso ma solo quello che consente il flusso di merce in uscita alla velocità massima col tornaconto migliore possibile. Generalmente si parte con riduzioni del 20 e del 30 per cento, che nel giro di qualche giorno salgono al 30 e al 50, e solo raramente arrivano al 70 per cento, ma a quel punto l’assortimento è bello e esaurito, non c’è proprio nulla di buono da scegliere. Col commercio veloce dei grandi centri di distribuzione la caccia allo sconto che abbia un senso non è mica… scontata. Anzi, si resta spesso a mani vuote. Ovviamente il desiderio è quello di trovare il pezzo buono sotto costo, ma le aspettative vengono deluse perché già a metà gennaio la scelta è ridotta: o manca la taglia, o manca la tinta, o manca il modello…

Qualità vs quantità
Inoltre i negozi di abbigliamento, pelletteria e calzature che resistono alla tendenza dello svuotamento per turistificazione e stagionalizzazione dei servizi sono realmente pochi. Via Sergia è praticamente persa. I grandi marchi italiani hanno tolto il disturbo da un pezzo e gli altri chiudono fino a Pasqua. Via Flanatica e via Ciscutti hanno preso il posto del corso ma si vede bene che la qualità ha perso la guerra contro la merce di bassa qualità. I cappotti di pura lana vergine di produzione nazionale non esisto più: il clamoroso fallimento del marchio Varteks ha cancellato con un colpo di spugna la tradizione tessile di un secolo.
Contro la moda a costi di produzione infinitesimali dell’estremo oriente non regge più nessuno. Anche la moda italiana che a suo tempo era sinonimo di garanzia a vita, col trasferimento della produzione nel nord Africa e la riduzione della qualità dei filati non è assolutamente più appetibile come un tempo. Tuttavia si può rimediare un paio di pantaloni in cotone a 27 euro piuttosto che a 40, un maglione in pura lana a 50 piuttosto che a 80 euro, una giacca a 48 euro piuttosto che a 96 euro ma è preferibile non pensare allo sfruttamento del lavoro minorile nei paesi poveri come il Bangladesh.
Calzature e pelletteria
Con le calzature di qualità, i saldi sono ridotti all’osso: ben che vada, si può ricavarne una riduzione del 20 per cento alla cassa. Se il prodotto è veramente buono ed è un classico che non cambia negli anni come l’originale scarponcino giallo Timberland o gli anfibi neri dr Martens, è inutile chiedere più del 20 per cento, almeno in negozio (in rete la logica è diversa): nel migliore dei casi si pagherà 111 piuttosto che 140 euro, 126 invece che 170 euro, 128 al posto di 160 euro. Tuttavia la longevità del prodotto è garantita, mentre non si può dire lo stesso per i prodotti di massa del settore calzaturiero dell’Europa centro-orientale.

Marchi di calzature di qualità media di produzione cinese sono in vendita in saldo del 30 e del 40 per cento a seconda del modello, per cui si può risparmiare in media dai 20 ai 40 euro per un paio di “slip-ins” che attualmente sono molto richieste per la leggerezza e la comodità, la vasta gamma di colori e la buona durata in termini relativi (oggi tutto dura meno di qualche decennio fa). Borsette in cuoio di produzione nazionale sono piuttosto convenienti, sempre in termini relativi e senza entrare nel merito del potere d’acquisto di chi non ne possiede affatto. Una borsa a tracolla fatta per durare una vita ora costa 150 euro piuttosto che 190. La logica è quella del prodotto classico intramontabile: meglio una di queste che dieci borsette in poliestere che tra qualche mese finiranno nella spazzatura. Il discorso s’allarga quindi anche alla pelletteria degli accessori: cinture, guanti, borselli, zaini e valigette per i PC portatili.
Accessori e intimo
Ben vengano i saldi per calze, collant, leggings e intimo. In questo caso conviene prenderne oltre la necessità immediata, trattandosi di articoli poco o per niente soggetti ai capricci della moda. I collant venduti oggi saranno gli stessi che troveremo in vendita il prossimo autunno e quindi vale la pena di acquistarne un paio in più se ce li servono a metà prezzo come appunto accade in questi giorni. Il collant coprente da 50 DEN col ribasso costa 4 euro invece che 8, il collant termico 10 invece che 20, esattamente come i leggings da palestra, mentre gli intramontabili pantaloni skinny adesso costano 20 euro invece che 40. Con un po’ di fortuna si trova la tinta desiderata e la taglia giusta, ma bisogna fare in fretta perché le scorte si esauriscono in velocità.
I calzini con brillanti molto chic ora costano 2,50 invece che 5 euro. La moda per bambini e bambine è un’altra cosa: non conviene fare scorte, anzi, è impossibile. Nel giro di un anno la taglia dell’anno precedente è superata e bisogna rinnovare il guardaroba. Passarsi il vestiario tra fratelli e cugini è sempre ragionevole, come è ragionevole lo scambio sui social, perché c’è sempre chi regala e chi ha bisogno.
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