Sotto i cipressi di Monte Giro stile, cultura, immondizie e degrado

Proclamare il cimitero storico luogo privilegiato di memoria è servito a poco: è mancato il pratico

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Sotto i cipressi di Monte Giro stile, cultura, immondizie e degrado
Una tomba monumentale usata come deposito di scope. Foto: ARLETTA FONIO GRUBIŠA

A cosa è servito proclamare il cimitero storico di Monte Giro patrimonio culturale, luogo privilegiato di memoria e orgoglio cittadino? La risposta è purtroppo ben visibile all’interno dell’area sepolcrale, struttura urbana estremamente particolare, ambiente di commemorazione e di conservazione identitaria, diventata purtroppo anche luogo di… scempio e barbarie. Invece di conquistarsi l’ambito trattamento rappresentato da un meritato restauro generale, l’area cimiteriale torna a mostrare le immagini di un preoccupante degrado. Tombe, epigrafi, cenotafi storici dimenticati mostrano i segni del tempo, ma anche di una devastazione di recentissima data e se il periodo della ricorrenza di Ognissanti ha sviato l’attenzione, “mascherato” il panorama sepolcrale con lumini e coperto tutto sotto un tappeto profumato di decorazioni floreali, la barbarie torna a galla e mortifica le testimonianze passate di maggior valore.

Il sepolcro dietro i cassonetti
L’immagine più abominevole e vergognosa che il cimitero possa mostrare è proprio vicino all’ingresso principale, lungo il viale, all’altezza del campo A. Occhio ai cassonetti dell’immondizia, perché è là che si trova la stele funebre quadrangolare e verticale del lontanissimo 1860. A parte il fatto che i cassonetti poggiano sul sepolcro (insudiciandolo), vi è anche una buona scelta di scope e pattumiere che “decorano” e completano la visione arricchita dagli strofinacci e dalle spugne abbandonate sulla parte superiore del sepolcro. Il danno peggiore è rappresentato dal fatto che l’elemento decorativo sovrastante è appena finito letteralmente a pezzi. Potenza della bora o delle scope, è andata in frantumi l’urna in pietra con decorazioni vegetali. I cocci che restano esibiscono tracce di spaccatura molto recente. L’irriverenza è totale e viene mostrata, anche dagli addetti alla gestione dell’area cimiteriale che lasciano fare, umiliando la memoria di gente che non c’è più e che riposa sotto una tomba per di più anonima, ma di categoria monumentale. La definizione del valore tombale è data da Raul Marsetič, nell’opera che è tra le più ciclopiche mai pubblicate dal Centro di ricerche storiche di Rovigno: “Il Cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1847)”. Ebbene, categorizzazione monumentale vuol dire che “il monumento riveste un particolare valore dal punto di vista stilistico, culturale e di concezione architettonica del complesso e dei dettagli, possedendo inoltre valori quali l’antichità, qualità artistico/documentaria, o ancora l’importanza storica di una o più persone sepolte nella tomba”. In detto caso conta in particolare l’anzianità, essendo il sepolcro, con elementi decorativi in rilievo, uno dei più antichi del camposanto, tanto che la tomba è stata posta sotto tutela particolare nel 2010, con Delibera cittadina di nomina del nucleo storico del Cimitero civico quale bene culturale d’interesse locale. I suoi epitaffi celano storie, destini umani tragici, aspetti curiosi della mentalità sociale e piccolo-borghese di Pola ottocentesca. Vediamo: la dedica è intestata alla defunta cui il monumento era stato eretto: “Cribrata da diutino morbo – li 20 novembre 1869 – Maria Illovar – morì nel Signore – di anni 50. – Il marito e i figli dolenti a perenne orazione per l’anima sua alla misericordia di Dio promettono”. Come da note dello storico Raul Marsetič, in origine la tomba Illovar accoglieva i resti di Maria Illovar, nata Defranceschi, morta di tisi polmonare; quindi quelli di Giuseppe Illovar, “possidente, originario di Trieste; viene trovato impiccato ad una corda il 25.5.1864. all’età di 52 anni. Nel registro di morte è annotato: ‘Risultata dall’autopsia l’aberrazione mentale, ebbe luogo la sepoltura cattolica’; evidente l’espediente per eludere le prescrizioni allora vigenti per i casi di suicidio e rendere possibile la sepoltura nel fondo di famiglia”.

La tomba Illovar con cippo, prima dello scempio.
Foto: ARLETTA FONIO GRUBIŠA

Vittime di anatemi o incuria?
Se non c’è pace per l’anima loro, non c’è pace sotto i cipressi nemmeno per i defunti di un secondo sepolcro, in detto caso molto vistoso, ubicato a sinistra dall’ingresso al camposanto, zona storica doc. È la tomba Bragato-Turina-Crisman, che dopo oltre un secolo di onorata sopravvivenza vede crollata la recinzione a catena massiccia, dal momento che la saldatura alla pietra ha ceduto in seguito alla rottura del masso che a sua volta preme e mette in crisi il vaso decorativo-monumentale. Tutto sta così, abbandonato al suo destino e forse è anatema per i Bragato, ossia per Michele, scalpellino e Nicolò, maestro scalpellino e perito giurato che da nuovi concessionari tolsero ogni riferimento ai loro predecessori, le famiglie Turina e Crisman. La tomba a doppio cippo, ricca di tumulazioni (Rosa, Elena, Maria Bragato e via elencando anche altri cognomi Stiglich, Panajotti, Bellaz), che vanno dal 1900 al 1944, non è classificata quale “monumentale”, detiene però un valore ambientale superiore. Il medesimo indica che “il monumento, con le sue qualità e l’importanza storica delle personalità sepolte, riflette un grado di valenza leggermente inferiore a quello più alto. Rappresenta un lavoro artigianale di qualità, per lo più opera di note officine locali, che si riflette nella quantità e qualità degli stili d’epoca, insieme al tipo di materiale usato e metodo di lavorazione”.
Gli spettacoli che si mostrano, dunque, generano dispiacere, perché vanificano ogni energia messa in campo per tutelare l’area che rappresenta il primo moderno impianto cimiteriale di Pola con 176 anni di ininterrotta attività e che – parole di Marsetič – “costituisce uno tra i principali monumenti polesi che conserva ancora una parte insostituibile della memoria civica e dell’identità cittadina. Lo studio e la ricostruzione della sua storia devono essere rivolti alla conoscenza e alla riedificazione di una memoria collettiva comune insieme alla salvaguardia e alla conservazione del cimitero quale bene culturale”.

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