Pietra, asfalto e calcestruzzo: trent’anni di lastricati (portati male)

Il sindaco di Pola Peđa Grbin propone di imparare dagli errori commessi e pianificare meglio le lastricature future: «Occorre stabilire delle linee guida, interpellare gli esperti, trovare un ampio consenso prima di toccare un altro clivo, un altro vicolo, un’altra piazza»

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Pietra, asfalto e calcestruzzo: trent’anni di lastricati (portati male)

Less is more, meno è meglio. L’insegnamento è dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe, che aveva fatto del minimalismo in architettura un credo: salvare l’essenza dall’inutilità per trovarci la bellezza pura e semplice, affermare la qualità sulla quantità e la funzionalità sull’ornamento. Pola sembra non aver imparato la lezione. In materia di pavimentazione e lastricature di piazze, viali, marciapiedi, Pola eccede, esagera, ci prova e sbaglia, è impaziente, ha una confidenza eccessiva nelle proprie capacità di giudizio e bada poco agli insegnamenti del passato, forse persino di quelli del presente. Qualche volta c’azzecca ma più spesso finisce per pentirsi, e dopo aver compreso l’errore, preferisce sottacerlo che ammettere.
Ora l’attuale sindaco sembra pronto a darci un taglio. Nel presentare la sua prima bozza di bilancio lo scorso dicembre, trattando di opere pubbliche per il prossimo triennio, si è soffermato brevemente sulla questione delle lastricature: “Guardate come sono messe le lastre di pietra in piazza Foro: si stanno polverizzando, e non sono passati che vent’anni”, ha detto Peđa Grbin, guardando dalla finestra della sala nuziale del municipio allargando il discorso a tutte le future pavimentazioni in lastre di pietra: “Occorre stabilire delle linee guida, interpellare gli esperti, trovare un ampio consenso prima di toccare un altro clivo, un altro vicolo, un’altra piazza”. Parole sante. Il giudizio del sindaco cade a fagiolo come una confessione collettiva lentamente maturata dopo che per trent’anni abbiamo giocato a moscacieca. Se trent’anni sono stati spesi per imparare la lezione, basta così. Abbiamo imparato.

Via Massimiamo

Via Flanatica
Mossi dall’osservazione di Grbin, passiamo in rassegna la storia recente delle lastricature di Pola che a distanza di anni, col senno di poi, mostra chiaramente che abbiamo bisogno di non sbagliare più. Via Flanatica è stata la prima. Negli anni Novanta, la prima amministrazione polese dalla riforma degli enti locali dopo l’indipendenza della Croazia ha rotto il ghiaccio e deciso di lastricare la via pedonale più battuta di Pola (accanto a via Sergia) scegliendo lastre in granito resistenti all’urto ma con un difetto di non poco conto: come materiale da costruzione, il granito non appartiene al retaggio storico di Pola. Ma c’è di peggio. Non solo la pietra è una specie aliena, ma anche le sue colorazioni non hanno giovato all’armonia della composizione. Le tre colorazioni diverse – due tonalità di grigio e una di rosso per dividere lo spazio, creare simmetrie e zone funzionali – appesantiscono inutilmente una via decisamente troppo stretta per subire una quantità di stimoli visivi eccessivi. Inoltre in mezzo sono stati piantati degli alberelli di Giuda, sistemate panchine in pietra bianca d’Istria (quarto colore in aggiunta agli altri tre) e altro arredo urbano in metallo. Meno sarebbe stato meglio.

Piazza Port’Aurea
Quasi contemporanea è stata l’opera di riqualificazione di piazza Port’Aurea, realizzata nel corso del biennio 1996-97 con massi in arenaria e dettagli in pietra d’Istria su progetto dell’architetto Mario Smilović. Che dire oltre al fatto (assodato) che l’opera non regge bene lo scorrere del tempo? E del progetto in sé? Siamo certi che ricostruire le due torri romane e affiancarvi una scalinata moderna dalle geometrie ingombranti sia stata la scelta migliore? Tipica degli anni Novanta del secolo scorso è la mania di marcare con pietra di colorazione diversa i resti romani sotto la superficie “austriaca” o “italiana”, in modo da mostrare al passante odierno quello che c’è sotto, per esempio, la parte della cinta muraria distrutta in epoche anteriori e fondamenta di costruzioni dell’antichità classica. Piazza Port’Aurea ha cambiato aspetto più volte durante la sua storia. Il progetto originale di Pietro Nobile del primo Ottocento e il restauro italiano del primo Novecento erano opere ben diverse; gli interventi successivi altra cosa ancora. Ma il restauro degli anni Novanta avrebbe potuto fare la differenza in meglio piuttosto che in peggio. Forse meno sarebbe stato meglio.

Piazza Primo Maggio
Altro “gioiello” delle prime lastricature dopo la dissoluzione della Jugoslavia: la riqualificazione di piazza Primo maggio. Che dire? Architetti, progettisti e urbanisti al servizio di piazza Foro si sono sbizzarriti fino all’inverosimile. Prima hanno piantato quattro padiglioni al fianco dello storico Mercato coperto che non erano andati a genio a nessuno anche all’epoca, e tanto meno ci vanno oggi. Sta di fatto che la generazione di architetti successiva ha screditato l’iniziativa per quello è stata: un tentativo fallito di creare locali commerciali e profitto istantaneo a spese dell’armonia dell’insieme. Poi hanno lastricato la piazza con piastrelle bianche e cordoli in granito rosso con lastre ora rettangolari, ora quadrate, ora triangolari disposte a formare poligoni e circonferenze assurde non senza l’aggiunta di fontane e panchine a pianta circolare per circoscrivere un albero o un lampione. Non bastasse, le superficie circostanti sono state asfaltate e nel giro di pochi anni tutto si è disfatto per cui la composizione è stata ristrutturata con materiali di qualità lievemente migliore. Ma il “disegno” (scadente) è rimasto.

Parossismo geometrico in piazza Primo maggio

Piazza Foro
Con piazza Foro nei primi anni Duemila qualcuno si è svegliato e ha richiamato le pubbliche amministrazioni all’ordine. Intanto la scienza archeologica ha messo al bando il granito come materiale da costruzione e il colore rosso come ornamento perché non sono mai stati parte della tradizione polese, romana, medievale o moderna che sia. Due sono le basi ammissibili per la pavimentazione delle vie e delle piazze pedonali, secondo gli archeologi: l’arenaria, riconducibile al periodo Asburgico (anche Trieste è tutta tappezzata in arenaria) e la pietra d’Istria di colorazione bianca con venature giallastre a seconda della provenienza riconducibile all’Antichità. E a questo punto che Pola comincia a contemplare il restauro di piazza Foro. Ci hanno messo parecchi anni. Non per pavimentarla, ma per studiare scrupolosamente la piazza romana sottostante, che abbiamo visto allora e non rivedremo più finché resteremo in vita. Per paura di sbagliare ancora sono state usate solo lastre in arenaria rettangolari, disposte in diagonale con una discreta definizione delle diverse zone funzionali in rapporto alla disposizione degli edifici circostanti. Rispetto a quelle originali, le lastre attuali hanno uno spessore e una superficie ridotte, ma hanno la stessa longevità ridotta, nel senso che tendono a polverizzarsi in poco tempo per usura. Per la stessa paura di sbagliare, negli anni Duemila la piazza ristrutturata è rimasta senza elementi di arredo urbano come panchine, orologi e cestini. Una volta tanto, meno è stato meglio, o perlomeno “meno peggio”.

Clivi e vicoli
Recentemente si è presentata la necessità assoluta di restaurare clivi e vicoli che si dipartono dalle vie Sergia e Kandler in alto verso il Colle Castello oppure in basso verso il mare. E qua ci siamo nuovamente trovati davanti una scelta imbarazzante. I clivi storici presentano pavimentazioni differenti, generalmente in pietra d’Istria, e quindi bianca, con o senza cordoli, parzialmente sostituita con piastrelle in arenaria. L’esperienza di Port’Aurea ci ha portati nuovamente a riflettere sul fatto che la roccia sabbiosa caratteristica delle lastricature del secondo Ottocento e del primo Novecento si deteriora troppo velocemente e perde subito la forma originale. Ed ecco che torna di moda la pavimentazione bianca. Via Massimiano è stata la prima ma non ha convinto nessuno. La prima cucciolata si getta in acqua, si diceva un tempo. In via Porta Stovagnaga si è tornati a sperimentare con la marcatura, ma l’esito ha lasciato tanti perplessi. Migliore, decisamente, lo sforzo compiuto in via San Teodoro con la scalinata in mezzo, e in Clivo De Ville. Peggiore, decisamente, il cemento spatolato del marciapiede in Riva. Visto lo stato in cui versa, sarebbe stato preferibile asfaltare. Per concludere, oggi a Pola non c’è piazza e non c’è via che sia stata lastricata secondo un modello unico condiviso come succede in città che hanno riflettuto bene prima di mettersi a pavimentare. Negli anni a venire toccherà ai Giardini e alle vie Kandler e Sergia ma occorre fermarsi a meditare. Che sia venuto il momento di formare un collegio di esperti nelle discipline richieste, una commissione, un think tank? L’esperienza che matura a suon di tentativi ed errori è un’avventura pagata a caro prezzo.

Così si faceva un tempo: Clivo Vincenzo Da Castua

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